Università e Inquisizione

L’educazione di un inquisitore nella figura di Pio V Ghislieri

di Alessandro Luraghi / pubblicato il 29 Aprile 2015
copertina pio v

Il seguente elaborato presenta un titolo volutamente equivoco. Infatti, utilizzare l’espressione “educazione di un inquisitore”, riferendosi a papa Pio V, può significare prendere in considerazione sia i gradi di istruzione affrontati dal futuro santo – ma, più in generale, da un qualunque frate domenicano tra XV e XVI secolo – durante gli anni di studio che lo avrebbero preparato all’ufficio di lettore di Teologia e di inquisitore sia il percorso di crescita culturale e morale indicata, consigliata e “organizzata” dallo stesso qualche anno più tardi con la fondazione del Collegio che ancora oggi porta il suo nome. S’indagherà, quindi, a partire dalla vita del Ghislieri, su questi due temi, in riferimento all’istituzione universitaria pavese tra Quattro e Cinquecento: l’iter educativo di un frate domenicano e  la fondazione di un Collegio universitario.

I.

Antonio, di Paolo Ghislieri, nacque a Bosco nei pressi di Alessandria il 17 gennaio del 1504. Nel 1518, a quattordici anni, entrò nel convento domenicano1 di S. Maria della Pietà a Voghera, in cui assunse il nome di Michele e dove nel 1521 pronunciò i voti. Otto anni più tardi fu ordinato sacerdote. Ai primi studi, compiuti nel paese natale, si aggiunsero quelli nello studium conventuale: “una solida preparazione teologica rigidamente tomista e l’assenza, di contro, di una cultura giuridica e letteraria costruirono il bagaglio teorico e intellettuale del domenicano”2. Fu lettore in diversi studia dell’Ordine, tra i quali quello di S. Tommaso a Pavia. Negli anni Trenta e Quaranta fu procuratore e priore di svariate case dei predicatori. Nel 1542 fu nominato commissario e vicario inquisitoriale per la città e la diocesi di Pavia, vedendosi assegnate in tal modo “quelle prime responsabilità in un ambito della vita ecclesiastica e religiosa che ne avrebbe segnato l’esistenza (…) e sarebbe stato determinante per l’ascesa nella gerarchia dell’Ordine e della Chiesa”3. Nel 1550 fu nominato inquisitore a Como, dove grazie alla sua aggressiva azione antiereticale riuscì a rallentare il fiorente commercio di libri riformati che, arrivando dalle valli elvetiche e passando per la via lacustre, raggiungevano la Brianza e quindi la Pianura Padana. Fu costretto a scappare dalla città e ripiegare a Bergamo dove, per ordine del Sant’Uffizio, iniziò la raccolta d’informazioni sul vescovo della città, sospettato d’eresia. La notizia di tale inchiesta portò all’assalto del convento che ospitava fra Michele il quale, costretto nuovamente alla fuga, trovò un porto sicuro a Roma. Grazie alla bravura dimostrata nell’assolvere al mestiere di inquisitore – inteso dal Ghislieri non solo come “compito” ma come vera e propria “missione”4 –, notato dal cardinale Giovanni Pietro Carafa (1476-1559) e da lui favorito, venne eletto come commissario generale dell’Inquisizione (1551). Si distinse in questi anni come punta di diamante dell’apparato inquisitoriale romano5, creato dal cardinale Carafa, dal 1555 papa con il nome di Paolo IV. A partire dall’ascesa di quest’ultimo al soglio petrino, fra Michele acquisì velocemente crescenti responsabilità all’interno della Chiesa – nel 1557 era stato nominato nel giro di pochi mesi prima vescovo e poi cardinale – e del Sant’Uffizio, come l’incarico di presiedente della commissione creata per la preparazione del primo Indice dei Libri Proibiti, il cosiddetto “Paolino”, promulgato nel 1558. Lo stesso anno fu eletto ad vitam da Paolo IV a capo del Sant’Uffizio, incarico che mantenne fino all’elezione papale del 1566. Intanto, alla morte di Paolo IV Carafa, era stato eletto sommo pontefice Pio IV Medici che conferì al cardinal Ghislieri il vescovado di Mondovì (1560), sede nella quale si trasferì per attuare una delle norme stabilite dal Concilio di Trento (1545-1563) che prevedeva l’obbligo di residenza dei vescovi nelle diocesi loro assegnate. Altro motivo per il quale il Ghislieri si spostò da Roma a Mondovì fu la necessità di controllare la politica religiosa del duca di Savoia Emanuele Filiberto che, in quell’anno, aveva stipulato un patto con i valdesi del Ducato. La “missione” del Ghislieri inquisitore e cardinale filocuriale, quindi, continuò anche nella sua diocesi, soprattutto nelle battute finali (1562-1563) di quel Concilio di Trento in cui a Pio IV continuava a contrapporsi il circolo degli Spirituali favorevoli a una ventata di riforma in seno alla Chiesa. Questi aneliti di rinnovamento furono portati in conclave alla morte di Pio IV ma l’ala intransigente, capeggiata dal cardinal Farnese e dal cardinal nipote Carlo Borromeo (1538-1584), riuscì a prevalere: il Ghislieri, sostenuto anche dal re di Spagna Filippo II, fu eletto al soglio pontificio il 7 gennaio del 1566, col nome di Pio V. Scegliendo subito i propri collaboratori da quel gruppo che, con lui, lavorava da anni al Sant’Uffizio, Pio V si diede al governo della Chiesa secondo i principi dettati dall’appena concluso concilio tridentino, iniziando una trasformazione radicale della vita civile e religiosa della città di Roma. Famosa è l’accusa mossa a Pio V secondo la quale “Sua Santità vorrebbe che Roma tutta fusse un monasterio di san Domenico”6, a dimostrazione del fatto che per papa Ghislieri la politica, tanto interna quanto estera, fu sempre subordinata alle sue preoccupazioni di capo della Chiesa. A una riforma della liturgia tra gli anni 1566-1570 – messa in pratica a partire dall’emanazione del nuovo Catechismo Romano e delle revisioni del Breviario e del Messale – si affiancò una corposa legiferazione per un miglior controllo degli ordini religiosi, braccio di quella chiesa militante che si preparava ad entrare nel pieno di quella serie di innovazioni note come Controriforma. Unico vero successo in campo politico fu la vittoria della Lega Santa (una coalizione formata da papato, regno di Spagna e repubblica di Venezia) sulla flotta turca nella battaglia di Lepanto (1571). Pio V, da lungo sofferente, morì nel 1572 e fu canonizzato da Clemente XI nel 1712.

II.

I secoli XV e XVI rappresentano per la Chiesa, quindi per la società europea, una fase di svolta. Dalla decadenza del clero romano, nata e consumatasi nel Medioevo e culminata in concomitanza della Riforma protestante si passò, con la reazione curiale definita Controriforma – applicata, soprattutto in Italia, mediante la codificazione e la messa in pratica dei decreti del concilio tridentino –, a una sorta di rinascenza cattolica­. In questo quadro confuso, gli Ordini mendicanti e i nuovi ordini religiosi (come i Gesuiti, i Camilliani, i Fatebenefratelli e la riforma francescana dei Cappuccini) si trovarono investiti del difficile compito di salvaguardare l’ortodossia religiosa nell’organizzazione quotidiana della vita dei fedeli. I frati, così, sin dal principio del loro percorso educati alla vita religiosa negli studia dei rispettivi Ordini, si distinsero in quei secoli – tutti i “santi della Controriforma”7 furono membri del clero e, perlopiù, appartenenti ad ordini religiosi, come Pio V – come predicatori, confessori e inquisitori. Per quanto riguarda l’educazione dei propri frati, l’Ordine domenicano “fu il primo a prefiggersi una missione dottrinale e anche il primo a esplicitare chiaramente nelle sue costituzioni la regolamentazione degli studi”8, tanto da redigere nel 1259 una propria ratio studiorum adeguandosi al rango degli studi svolti nelle università. L’organizzazione scolastica domenicana era articolata secondo una struttura piramidale progressiva: da un grado di istruzione “base” per tutti i frati, si poteva accedere via via a studi più approfonditi e “alti”. Diversi tipi di scuola, corrispondenti a diversi gradi di istruzione, erano previsti per l’educazione dei frati domenicani9: – Scuole conventuali di umanità. Agli inizi non erano previste dall’Ordine, che reclutava i suoi membri tra gli universitari ed esigeva che i suoi postulanti avessero già compiuto i loro primi studi. Quando, però, i predicatori si trovarono di fronte al numero dei molti giovani che desideravano diventare “figli di Domenico” senza avere ancora completato gli studi (o senza averli ancora iniziati), risolsero la questione istituendo in ogni convento le scuole di umanità, al fine di fornire un’educazione scolastica “di base” a ogni frate. – Scuole conventuali di Teologia. Esse erano il primo gradino degli studi previsto dall’Ordine – nelle cui Costituzioni era scritto che non poteva essere fondato “un convento senza un priore e un lettore di teologia”10. Queste scuole preparavano i religiosi che avrebbero dovuto svolgere il loro ministero in mezzo al popolo. Caratteristica di tali istituti era che tutti i frati presenti nel convento, compresi quelli che da molti anni si trovavano nell’Ordine, dovevano partecipare alle lezioni. Tra i molti vantaggi di questa disposizione vi era quello di un costante “aggiornamento” dei predicatori. Gli studenti migliori, selezionati a questo livello, erano avviati agli studi superiori. – Scuole provinciali di Arti e di Filosofia. Esse furono create per far fronte a due problemi: il primo era la difficoltà di avere lettori a sufficienza per sostenere il crescente numero di fondazioni conventuali; di qui la necessità di riunire gli studenti in un solo convento per educarli. Il secondo problema era l’eventuale progresso dei frati negli studi: infatti, per poter accedere a una facoltà di Teologia era necessario aver compiuto gli studi in una facoltà di Arti e Filosofia. – Studi provinciali di Teologia. A queste scuole erano destinati i migliori studenti provenienti dalle scuole conventuali e visto che si cercò di avere una di queste scuole in ogni Provincia dell’Ordine, un numero considerevole di frati ebbe la possibilità di ricevere una notevole istruzione. I corsi avevano la durata di tre anni ed erano basati sullo studio della Bibbia e sulle Sentenze di Pietro Lombardo. Ogni settimana aveva luogo la disputatio (una sessione in cui erano risolte le questioni riguardanti l’insegnamento) e ogni giorno gli studenti controllavano le proprie lezioni (repetitio). – Studia Generalia. Questi istituti costituivano il coronamento del programma di studi previsto dall’Ordine domenicano. L’importanza di questi istituti si può comprendere considerando alcuni aspetti. Il primo è che tramite gli Studia che si appoggiavano alle Università, l’Ordine poteva risolvere il suo “problema accademico”, vedendosi concessi e riconosciuti i titoli ubique terrarum; il secondo è la distinzione attuata da subito all’interno della famiglia domenicana tra la semplice preparazione teologica – finalizzata al ministero pastorale – e lo studio teologico propriamente detto, cioè la ricerca, per i frati destinati all’insegnamento e/o alla speculazione pura11; il terzo è che, proprio grazie alla distinzione appena ricordata, la Teologia diventava scienza “autonoma”, dato che gli Studia avevano limitato ad essa il loro interesse. Il primo e più famoso Studium domenicano fu quello di St. Jacques, fondato nel 1248 e incorporato all’università di Parigi e aveva la possibilità di veder riconosciuti i titoli accademici ubique terrarum. Aumentando in pochi anni il numero degli studenti, diventando troppo elevato per quello parigino, l’Ordine decise di fondare altri quattro studi generali: Colonia, Oxford, Montpellier e Bologna, cui seguirono negli anni altre importanti istituzioni superiori per lo studio della Teologia. Immaginando, a questo punto, un ideale cursus studiorum di frate Michele Ghislieri possiamo proporre le seguenti conclusioni. La famiglia di origine era di condizione tanto umile da non poter permettere ad Antonio di studiare; unicamente il Pastor riporta la notizia secondo la quale un paesano dei Ghislieri, tal Bastone, si fece carico delle spese per gli studi del futuro Pio V, mandandolo “insieme al suo proprio figlio Francesco dai domenicani di Bosco. Costoro riconobbero in breve le capacità del fanciullo”12. Possiamo quindi pensare che la prima formazione scolastica del giovane Antonio fu quella fornita da una scuola conventuale di umanità in cui veniva data un’educazione di base a chi volesse prendere l’abito di San Domenico. Non a caso, qualche anno dopo, entrato nel convento di Santa Maria della Pietà di Voghera e preso il nome di Michele, frequentata di sicuro la scuola conventuale di Teologia, fu destinato dai superiori al convento di Vigevano. Qui accrebbe la sua conoscenza frequentando, probabilmente, una scuola provinciale, prima cimentandosi nelle Arti e nella Filosofia e, in un secondo momento, nuovamente nella Teologia. Nel 1528 fu fatto sacerdote a Genova e negli stessi anni (prima o dopo l’ordinazione) frequentò lo Studium generale domenicano a Bologna. Qui apprese a fondo il tomismo e approfondì gli studi biblici, rafforzando così le proprie basi dottrinali. Se questa fu l’educazione culturale-teologica di fra Michele possiamo continuare a ipotizzare che per l’ufficio di inquisitore egli sia stato formato su alcuni manuali13 che, probabilmente in forma di manoscritto, erano raccolti nelle biblioteche conventuali e messe a disposizioni degli studenti. Ecco la parabola che in circa un ventennio portò un giovane di poche sostanze ad essere una delle menti più brillanti e una figura tra le più promettenti del suo Ordine. L’educazione impartita ai giovani frati – che, nel caso del Ghislieri, si  accompagnava a grandi doti personali, quale la tensione ascetica o la dedizione “corpo ed anima alla povertà ed alla pietà monastiche”14 – era quindi pensata per formare non solo grandi predicatori o inquisitori ma, maggiormente, per fornire alla Chiesa romana dei campioni, dei difensori capaci di combattere i pericoli delle nuove dottrine riformate con l’armatura di Dio15. Interessante è notare come un Ordine che, sin dai suoi inizi, era nato per vivere, operare e muoversi nel contesto urbano vada a legarsi da subito a una delle istituzioni più importanti che proprio nella città – punto di scambio e di incontro tra persone e idee – trova la sua ragion d’essere: l’Università.

III.

“Dal 1180, e quindi prima della costituzione formale delle Università, confermata poi tramite bolle papali, le scuole di Teologia di Parigi e di Diritto di Bologna occuparono un posto riconosciuto nell’ingranaggio normativo dell’istituzione ecclesiale”16. Parigi, in particolare, oltre alla rinomanza della propria facoltà teologica, mantenne il monopolio per il conferimento della licentia ubique docendi. In questa Università, gli Ordini domenicano e francescano riuscirono da subito ad ottenere lo spostamento di tre cattedre della Facoltà tra le mura dei loro conventi. La questione era questa: trovando la loro legittimità nella Chiesa come predicatori e confessori, i figli di Domenico e di Francesco dovevano poter fornire una buona formazione teologica “di massa”, cioè per le migliaia di frati studenti. Finché, tuttavia, si trattava di un insegnamento a uso pastorale o di lettorato interno alle scuole conventuali, non era indispensabile il rilascio di diplomi che avessero un valore universalmente riconosciuto17. Per l’insegnamento negli Studia Generalia, tuttavia, c’era bisogno di un riconoscimento ufficiale che solo il titolo di Dottore in Teologia, conferito dall’istituto parigino, poteva dare. La fine di tale privilegio può individuarsi negli anni del pontificato di Clemente VI (1342-1352) quando, con una serie di bolle, furono disposte le promozioni al grado dottorale “anche di quei baccellieri in Teologia che non sempre avevano adempiuto ai loro obblighi di commentare a Parigi le Sentenze di Pietro Lombardo”18. Quindi, a partire dal XIV secolo, gli Studia locali degli Ordini mendicanti esercitavano la funzione di una Facoltà di Teologia. Per quanto riguarda il caso pavese possiamo considerare due dati. Opicino de Canistris (1296-1352) nel suo Liber de laudibus civitatis Ticinensis (1330) menziona “numerosi teologi, ma in termini così vaghi da portare a escludere l’esistenza di un insegnamento regolare di alto livello” e, inoltre, negli atti sul conferimento del titolo dottorale “a francescani non emerge alcuna attività a Pavia prima del 1370”19. Fu, però, in questi anni che il convento domenicano di S. Tommaso20 venne scelto come sede dello Studium generale, voluto dal duca Galeazzo II Visconti e riconosciuto con Decreto di Fondazione dell’imperatore Carlo IV del 1361. L’imperatore disponeva da allora che lo Studium e le persone a tale organismo legate fruissero “per sempre di ogni privilegio, libertà, immunità, indulto e grazia di cui sono riconosciuti dotati gli Studia di Parigi, Bologna, Oxford e Montpellier o qualunque altro Studium generale21. Nei primi anni Novanta del ‘300, i frati cedettero all’Università la cappella più importante della chiesa conventuale e S. Tommaso, in questo modo, venne riconosciuto ufficialmente come il luogo in cui si svolgevano i riti direttamente legati alla vita degli istituti universitari pavesi22. Ultimo, importantissimo riconoscimento fu quello con cui papa Bonifacio IX, per mezzo della bolla In supremae dignitatis del 1389, concedeva allo Studio pavese la facoltà di suggellare, attribuendo i gradi accademici, gli studi compiuti in Diritto canonico e civile, Medicina, Arti e Teologia23. Quest’ultima Facoltà “veniva istituita ex novo attribuendole i medesimi diritti di quelle di Parigi e di Bologna”24. Pochi anni dopo, nel 1398, per problemi dovuti probabilmente a screzi con la città il duca, Gian Galeazzo Visconti, ordinò trasferimento dell’Università a Piacenza; questo fatto non riguardò, tuttavia, la Facultas di San Tommaso in cui continuavano a essere concesse lauree e licenze in Teologia: “Questa singolare eccezione per il complesso domenicano forse dipese dal fatto che, in città, l’Inquisizione era affidata all’Ordine dei predicatori e l’Officium fidei sorgeva a fianco di San Tommaso e ciò conferiva ai frati un prestigio particolare”25. Il XV secolo fu un periodo travagliato per la città di Pavia ma i frati di San Tommaso, per la disponibilità che sempre dimostravano nei confronti della cittadinanza – collaborando spesso con le autorità –, non solo riuscirono a mantenere un buon livello di insegnamento nel loro Studium, ma ottennero anche, a partire dal 148026, che al tradizionale percorso formativo teologico “si aggiungessero la lettura e il commento delle opere dell’Aquinate”27. Interessante è riscontrare in questi anni, anche a Pavia, un acceso dibattito con i francescani che al tomismo contrapponevano lo scotismo28. Il XVI fu un altro secolo tragico per Pavia e la sua cittadinanza. Nel 1531 i domenicani accoglievano, fra le mura di San Tommaso, i confratelli del convento di Sant’Apollinare e la ventata di riforma che gli osservanti portavano con loro. Furono questi gli anni in cui frate Michele Ghislieri giunse a Pavia per assolvere al proprio compito di lettore di Teologia nella scuola conventuale di San Tommaso e anche per provvedere all’incarico di inquisitore, in un momento della sua storia in cui l’organo inquisitoriale pavese era in crisi.

IV.

Per la città di Pavia si attesta sin dal XIII secolo la presenza di una struttura inquisitoriale, seppur dipendente dal padre inquisitore di Milano. Tra XIII e XIV secolo “l’ufficio pavese conobbe una prima organizzazione con il domenicano Lanfranco da Bergamo anche se in seguito, e per tutto il Quattrocento, esso ritornò alle dipendenze del tribunale milanese”29. Una prima testimonianza sul Sant’Uffizio pavese è la presenza, a una cerimonia solenne del 1509 celebrata nella chiesa conventuale di San Tommaso, di frate Gioacchino Beccaria, “celebre predicatore, Decretorum professor e inquisitore, che riorganizzò l’Officium fidei, che sorgeva nei pressi del convento”30. Presente, quindi, ma non del tutto efficiente se, negli anni Quaranta, si ebbero arresti e processi di stampatori che smerciavano tra gli studenti libri protestanti. L’ambiente universitario, con gli spostamenti di persone e di libri – quindi di idee –, favorì di certo la diffusione delle teorie riformate, anche se Rota, non considerando il “fattore Studium”, afferma che “Pavia non era terra feconda d’eretici; (…) appare che l’idea luterana non raccoglieva tra i figli di S. Siro né oppositori terribili né seguaci sicuri”31. La poca efficienza dell’Inquisizione pavese pare trovare giustificazione nel fatto che esperienze “non conformi” ai dettami di Roma erano da ricondurre alle pratiche svolta da “i negromanti e gli alchimisti, i cultori ed i ricercatori della pietra filosofale”32. Anche la Andreolli Panzarasa riporta la notizia, chiarendo giustamente che queste pratiche erano figlie tanto dell’ignoranza e della superstizione popolare quanto della libertà di costumi dovuta alla presenza degli studenti. In realtà non si conosce il vero motivo di questa debolezza dell’apparato inquisitoriale pavese dagli albori della Riforma alla metà del XVI secolo: sappiamo, tuttavia, che i gruppi riformati attivi in ambiente universitario agli inizi degli anni Quaranta furono soppressi dalle autorità laiche su ordine del governatore dello Stato di Milano. Di avviso diverso è, ancora, la Andreolli Panzarasa che invece riporta una densa attività inquisitoriale a Pavia nel XVI secolo, quando il Tribunale dovette “contrastare le tendenze filoluterane manifestatesi nello Studio e negli ambienti a esso collegati (si pensi, ad esempio, ai docenti Enrico Cornelio Agrippa e Celio Secondo Curione e al loro notevole seguito tra gli studenti, all’agostiniano Agostino Mainardi, al libraio Francesco Calvi)33”. Sono questi gli anni in cui il Ghislieri approda a Pavia come lettore. All’attività didattica dovette affiancare, da subito, quella inquisitoriale: infatti il delegato a tale ufficio per la città e diocesi di Pavia, Xanthes da Mantova, non riuscendo ad assolvere al proprio incarico, nominò Ghislieri suo vicario conferendogli anche la carica di sostituto per la cura della compagnia di San Pietro Martire, detta dei crocesignati, cioè il braccio armato dell’Inquisizione. Le fonti, che riportano molte informazioni sull’attività inquisitoriale del Ghislieri a Como, prima, e a Bergamo, poi, non riportano alcun fatto rilevante sul medesimo ufficio svolto da fra Michele nei suoi anni pavesi. Possiamo quindi ipotizzare che egli si limitò a combattere quei focolai protestanti che, senza troppa incidenza, si presentavano nel panorama universitario, svolgendo in tal modo una sorta di “apprendistato” che gli sarebbe tornato utile negli anni a venire. Tra il 1550 e il 1570, ad ogni modo, l’Inquisizione riuscì a “venire a capo delle varie forme di dissenso religioso a Pavia, grazie anche alla bolla di Pio IV del novembre 1564, che obbligava gli studenti universitari a prestare un giuramento di ortodossia cattolica”34.

V.

A Pavia, già dalla fine del XV secolo, si erano diffusi i collegi35, cioè istituzioni che avevano il fine di ospitare e patrocinare studenti delle diverse discipline insegnate nell’Ateneo, laici o ecclesiastici, purché meritevoli. La fondazione, in questa città e nel pieno della Controriforma, dei Collegi voluti da due campioni della fede romana come Carlo Borromeo e Pio V Ghislieri, aveva uno scopo ben preciso: formare una nuova classe dirigente colta e di provata, salda fede cattolica che, grazie alla propria condotta esemplare, avrebbe promosso prima il rinnovamento del mondo universitario e, in seguito, di quei quadri di potere in cui si sarebbe inserita. Possiamo intendere, quindi, come l’attuazione della riforma tridentina nell’Europa cattolica fosse da applicarsi, secondo Pio V, in ogni campo dell’esistenza umana, dalla fede allo studio, fino al governo dello stato. Insomma, “la nuova esigenza tridentina era quella di dotare chierici e laici di un bagaglio culturale così improntato da renderli immuni da influenze ereticali e purificarne le manifestazioni superstiziose e folkloriche. Si intendeva formare cattolicamente la gioventù studiosa, secondo un geniale progetto di cristianizzazione della società puntando fare christiani gli uomini che contavano, reggevano e modellavano il vivere politico e sociale36”. Il grande merito di papa Ghislieri fu quello di non scegliere un modello di collegio già esistente e, semplicemente, di trapiantarlo a Pavia. Egli, al contrario, a partire da ciò che negli anni aveva conosciuto37 riuscì a proporre un nuovo tipo di istituzione collegiale adattandola alle esigenze dei tempi a lui contemporanei, trasformando la semplice formazione universitaria dei giovani in un progetto educativo di più ampio respiro che, come già visto, mirava all’attuazione di un progetto politico-religioso di rinnovamento della società. A questo intento si legava anche uno scopo di “ospitalità e promozione sociale verso i ceti meno abbienti”38: gli studenti poveri, infatti, non potevano permettersi delle case a un buon prezzo39 ed erano, quindi, costretti a mantenersi tramite “elemosine e prestazioni di servizi a compagni più ricchi o a maestri”40, mettendo a rischio la loro carriera universitaria. Con la creazione del Collegio, invece, gli studenti poveri, avendo garantiti vitto e alloggio, potevano dedicarsi con serenità allo studio. A questa volontà di aiutare componenti dei ceti meno abbienti che desideravano accedere a un’istruzione superiore e concludere gli studi, si unì anche il desiderio di poter garantire agli stessi un luogo di studio che, permettendo loro di seguire le lezioni in università, li tenesse lontani dall’ambiente vivace – spesso anche violento –, tipico dell’Ateneo pavese. Cultura e morale erano veicolate non solo dall’educazione scolastica e dalla buona condotta richiesta allo studente dalle Costituzioni ma lo stesso complesso architettonico che ospitava il Collegio aveva delle aree adibite allo studio personale e all’approfondimento dei propri interessi. Innovativa fu l’idea di costruire una biblioteca ad uso degli studenti, d’ispirazione sicuramente domenicana per l’utilizzo comunitario: l’elenco dei libri raccolti comprendeva ben “350 opere appartenenti a tutti i rami del sapere”41. La sezione dei libri di argomento ecclesiastico fu costituita a partire dalla Bibbia (edizione vulgata) e numerosi commentari a libri dei due Testamenti, dei Padri della Chiesa, di teologi scolastici, di asceti e mistici, di storici ecclesiastici e, ancora, libri liturgici raccolte di vite dei santi e dei martiri; nutrita è la sezione di libri filosofici, in cui troviamo testi di Aristotele e dei suoi commentatori, di Platone e di Plotino, di Boezio e di alcuni filosofi scolastici; nella sezione di giurisprudenza e canonistica individuiamo il Corpus iuris civilis e il Corpus iuris canonici; per le opere letterarie il catalogo comprende classici greci e latini, poeti latini cristiani, scrittori volgari42 del Medioevo e del Rinascimento e anche gli umanisti, così come storici antichi e moderni; sono presenti – anche se in modo non rilevante – autori di scienze mediche, fisiche, botaniche e matematiche. Notiamo quindi, la grande varietà di argomenti, registrando che i libri a soggetto ecclesiastico costituiscono la parte più ricca della biblioteca. Chi erano, dunque, i fortunati cui potevano aprirsi, oltre alle porte di questa biblioteca, anche le possibilità offerte dalla nuova istituzione collegiale? Il Collegio43 accoglieva ventiquattro alunni, laici ed ecclesiastici, che per sette anni (e non oltre) avrebbero potuto frequentare nell’Università di Pavia le facoltà allora esistenti di Teologia, Diritto civile e canonico, Medicina e Arti. Gli studenti ammessi in Collegio provenivano da territori ai quali il papa era legato affettivamente: infatti, tra i ventiquattro, otto studenti dovevano essere originari del Comune di Bosco – luogo natale di Pio V -, sei dal contado di Alessandria e quattro dalla stessa città, due da Tortona, due da Vigevano e due da Pavia. I candidati dovevano avere compiuto i diciotto anni di età, essere nati da legittimo matrimonio, non appartenere a Ordini religiosi, avere buona indole, essere sciolti da vincoli di matrimonio ed essere in disagiate condizioni economiche e sociali. Solo dopo una verifica condotta dal Vescovo di Pavia o dal suo vicario, dall’abate di S. Salvatore e dal priore di San Tommaso, l’alunno poteva giurare di osservare le Costituzioni e, solo allora, essere ammesso in Collegio. Per mantenere il proprio posto in Collegio, tuttavia, gli studenti erano chiamati a rispettare una serie di norme che ne ordinavano tout court la vita quotidiana: gli alunni, ogni giorno, dovevano partecipare alla Messa, leggere i sette Salmi penitenziali o l’Ufficio della Madonna e pregare al mattino e alla sera. “Completano questo quadro religioso la osservanza del digiuno nei giorni stabiliti dalla Chiesa, la partecipazione in Quaresima alla predica quotidiana, la Confessione e la Comunione almeno quattro volte all’anno (…), la lettura durante i pasti di pagine spirituali (…) che gli alunni dovevano ascoltare in profondo silenzio”44. Per essere riconosciuti, fuori dal Collegio, gli alunni dovevano indossare sempre – anche fuori da Pavia e per tutta la durata della loro permanenza in Collegio – la soprana, cioè una tonaca rossa dalla quale fuoriuscivano le maniche nere, con la stola recante lo stemma del Ghislieri, lo scudo ovale bandato d’oro e di rosso. Inoltre i collegiali non potevano portare i capelli lunghi: li avevano corti e con la tonsura. La vera innovazione portata dalle Costituzioni, tuttavia, fu l’attenzione accordata alle norme che dovevano regolare la condotta degli studenti dentro e fuori la struttura collegiale – vera spia dell’intento controriformistico dell’educazione ghislieriana delle origini –: gli alunni dovevano evitare di partecipare a risse o a discussioni, di frequentare persone dalla dubbia morale e di possedere armi, o comunque, anche se possedute a scopo di difesa, v’era l’obbligo di non portarle in Collegio e o in Università; dovevano poi astenersi dalle cattive azioni e bandire bestemmie e linguaggio scurrile, così come dovevano stare alla larga da giochi “delle carte, dei dadi e d’azzardo”45; era assolutamente proibito introdurre nella struttura collegiale donne, si fosse anche trattato della propria madre. Interessanti – per comprendere fino a che punto il progetto educativo di Pio V entrasse nel fondo della vita quotidiana di uno studente – sono i precetti che regolano la disciplina a tavola: gli alunni dovevano trovarsi in refettorio al segnale convenuto, sedere tutti insieme alla mensa comune, ricevere la benedizione prima del pranzo e non indagare o lamentarsi sui cibi di cui, nelle Costituzioni, è prescritta una porzione individuale sobria e frugale. Una vita organizzata fino nei più piccoli particolari e senza, come abbiamo visto nell’esempio del cibo, possibilità per lo studente di avanzare rimostranze e o proposte. Se nei Collegi quattrocenteschi o quelli “moderni” come il Collegio Borromeo, erano presenti delle forme di “autogoverno” studentesco – o di collaborazione tra Rettore e studenti –, l’esperienza ghislieriana è permeata da un orientamento fortemente verticistico e autoritario. Infatti, sin dalla bolla di fondazione Copiosus in misericordia Dominus (1569), Pio V volle rendere il nuovo istituto direttamente dipendente dalla Santa Sede, esonerandolo da ogni giurisdizione o potere di autorità tanto ecclesiastiche quanto laiche46. Con la bolla Decet Romanum Pontificem (1570), il papa designò come unico protettore del Collegio suo nipote, il cardinale Michele Bonelli. Egli, come lo zio formatosi nell’Ordine di san Domenico, cercò da subito di organizzare la vita collegiale basandosi sui capisaldi della disciplina e del rigore. A partire da ciò, Musselli propone un punto di vista interessante: egli afferma che nella maggior parte dei casi, lo studente del Collegio Ghislieri non aveva intenzione di diventare prete – o di consacrarsi in senso religioso – ma si “camuffava” da chierico per raggiungere il grado di Dottore, o almeno studiare Legge e Medicina per rientrare nella vita secolare con un posto di rilievo. Altre volte “tolti dal loro contesto agrario-popolare (anche se con caratteristiche non “proletarie” nel caso del ceto dei piccoli proprietari) e proiettati negli studi universitari, questi collegiali non riuscivano ad adattarsi o a proseguire gli studi avendo alla base scarsissime o a volte inconsistenti basi culturali”47; da qui si originava un comportamento di ribellione nei confronti delle regole imposte dalle Costituzioni che determinava l’espulsione dal Collegio, la rinuncia al proprio posto o l’abbandono degli studi. Anche Marcocchi nota questa stonatura all’interno del progetto educativo ghislieriano e, anzi, propone l’ipotesi che proprio tale progetto sia stato privato di slancio e fervore dall’inflessibilità delle norme costitutarie. Il genuino spirito della Riforma cattolica è burocratizzato dalle regole di vita collegiale, filtrate dalla mentalità chiusa e “giuridicizzante”48 di alcune cerchie del Cattolicesimo postridentino e sembra, infine, irrigidito e spiritualmente meno spontaneo.

VI.

In conclusione possiamo osservare come due importanti aspetti emergano dal presente elaborato. Per prima cosa si consideri come l’iter educativo proposto e fissato dall’Ordine dei predicatori nel sistema scolastico piramidale-ascendente sia riuscito a dare buonissimi risultati. Pio V Ghislieri, infatti, rappresenta il punto di arrivo del progetto ecclesiale voluto tre secoli prima da Domenico di Guzmàn: la formazione di un predicatore colto ma che, coltivando l’ascesi e la penitenza, potesse essere d’esempio al gregge del quale era stato designato come pastore. Di sicuro l’indole, il carattere e la disposizione d’animo del Ghislieri fecero sì che tale progetto potesse in lui attecchire e prosperare. A partire da ciò, il secondo elemento di rilevanza è rappresentato dalla parziale riuscita del progetto educativo ghislieriano. Con la fondazione del suo Collegio, papa Pio V sognava di poter creare altri campioni della fede, andando ad arruolarli in quelle porzioni di popolazione che, non avendo mezzi, avrebbero puntato sullo studio come strumento di “promozione sociale”. Il progetto, geniale e rivoluzionario per l’epoca, fallì in parte a causa della difficoltà incontrata dagli studenti di inserirsi nel nuovo, caotico, contesto urbano. L’errore di Pio V fu forse quello di non considerare il fatto che quegli studenti non avevano la sua indole, disposta all’obbedienza e al sacrificio per la causa della Chiesa anche nelle normali azioni quotidiane. Una comune origine non determina necessariamente un comune punto d’arrivo, a maggior ragione in una società come quella cinque-seicentesca e in contesto vivace come quello urbano-universitario pavese. Possiamo dire che, in piccolo, l’esperimento del Collegio Ghislieri fu un riflesso della Controriforma. Questa fu il tentativo della Chiesa di Roma di adeguarsi alle novità che la Riforma protestante aveva portato, soprattutto a livello sociale. Le innovazioni cattoliche sul piano pietistico-liturgico, tuttavia, non portarono in toto all’auspicato rinnovamento morale e sociale. Lo stesso accadde col progetto educativo ghislieriano.

Alessandro Luraghi

L’educazione di un inquisitore nella figura di Pio V Ghislieri ultima modidfica: 2015-04-29T19:53:51+02:00 da Alessandro Luraghi

Riferimenti e citazioni

  1. L’Ordine dei frati predicatori (O.P.) è un istituto religioso di diritto pontificio, riconosciuto da papa Onorio III con la bolla Religiosam Vitam (1216). È un ordine mendicante e i frati che ne fanno parte sono chiamati domenicani, con riferimento al loro fondatore, S. Domenico di Guzmán (1170-1221). Egli, durante un viaggio in Linguadoca, venne a contatto con l’eresia albigese e comprese l’importanza di predicare in povertà. La novità maggiore che i domenicani portarono fu ottenere l’ufficio della predicazione – al tempo monopolio quasi esclusivo dei vescovi – per tutti i propri religiosi. Proprio per l’attività pastorale, venne data sin dall’inizio, una considerevole importanza allo studio.
  2. Feci, Pio V, Treccani.
  3. Ibid.
  4. “Austero ed ascetico, egli si distinse per la sua intransigenza e per una  concezione radicale dell’ufficio di inquisitore, per cui – ammoniva nel 1556 – chi vol servire a Dio in questo santo offizio non convien temere minacce ma haver sol’Iddio, la verità e la giustizia davanti agli occhi.” Feci, Pio V, Dizionario dell’Inquisizione, Vol. II, Pag. 1213
  5. Erano questi gli anni dei processi contro quella cerchia di cardinali, detti Spirituali, che ispirandosi alle teorie di J. De Valdès (1505-1541), quindi appoggiando alcune tesi luterane, vedevano la possibilità di un riavvicinamento alle compagini riformate tedesche e auspicavano un radicale rinnovamento della Chiesa romana. Facenti parte di questo circolo, per esempio, i cardinali R. Pole (1500-1558), G. Morone (1509-1580).
  6. Dichtfield, Pio V, p. 1653.
  7. “La Chiesa della Controriforma guardava a se stessa come Chiesa militante e trionfante”: di conseguenza l’istituzione di culti nuovi per santi nuovi – cioè al passo con i tempi, ossia i campiones della “vera” fede cristiana – era necessaria per arginare le critiche riformate e per fornire al cattolico un esempio sul quale modellare la propria esistenza. Il culto, che riconosceva ai santi il ruolo di “intermediari” presso Dio, si traduceva in una devozione di oggetti materiali (le reliquie) e di memoria: la santità nasceva dal rapporto dialettico-clientelare tra il santo e la comunità dei devoti fedeli. Così “la canonizzazione era il frutto dell’interazione tra la scettica, cauta e vigilante Chiesa istituzionale da una parte e la memoria collettiva delle comunità locali dall’altra.” Per l’interessante tema dei “santi della Controriforma” si consulti Po-Chia Hsia, La Controriforma, cap. VIII.
  8. Redigonda, Frati predicatori, DIP, p. 928.
  9. La descrizione qui proposta sui diversi tipi di scuola dell’Ordine domenicano è ripresa dall’esauriente articolo di Redigonda, Frati predicatori, DIP, pp. 928, 929.
  10. Ibid.
  11. Chiaro esempio di ciò è lo sviluppo della Scuola tomista. I primi maestri domenicani seguivano la Scolastica tradizionale di tendenza agostiniana. Ma, subito dopo la metà del Duecento, la Scolastica fu rinnovata grazie al suo accostamento ad Aristotele – che in quegli anni proprio un figlio di Domenico, frate Guglielmo da Moerbeke (1215 – 1286), stava traducendo dall’arabo e dal greco – e l’utilizzo dei suoi principi nella costruzione della teologia cattolica. I principali artefici di questo nuovo sistema filosofico sono i frati domenicani Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Quest’ultimo, in particolar modo, è considerato il più grande filosofo sistematico del Medioevo. La sua opera principale, sebbene incompleta, la Summa Theologiae, fu il fondamento per gli studi teologici nei secoli a lui seguenti.
  12. Pastor, Pio V, p. 32.
  13. Black offre una discreta panoramica sulla fioritura, durante il XVI secolo, di manuali e trattati che aiutavano gli inquisitori nel loro compito. Ai “classici”, di composizione medievale – come il Directorum inquisitorum, del frate domenicano Nicholaus Eymerich (1320-1399), scritto nel 1368, circolato come manoscritto e stampato agli inizi del ‘500 in Spagna –, si aggiunsero nelle scuole conventuali i manuali e le raccolte dei processi inquisitoriali raccolti dagli esperti spagnoli. Questi manuali indicavano i comportamenti generali da tenere nei confronti delle eresie e degli eretici durante i processi. Non abbiamo prove concrete sull’effettivo utilizzo di tali scritti, anche se tra le raccomandazioni del Sant’Uffizio vi sono indicazioni ben precise sui manuali da consultare durante un processo. Black, Storia Inquisizione, pp. 122-125.
  14. Ranke, Pio V, pp. 256-257.
  15. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio.”  Ef 6, 13-17.
  16. Piron, Studia, p. 583.
  17. L’idoneità all’insegnamento per le scuole conventuali poteva essere stabilita dai superiori o da consessi capitolari.
  18. La discussione delle Sentenze era la prova finale alla quale il candidato era chiamato per essere riconosciuto Dottore. Piron, Studia, pag. 584.
  19. Ibid.
  20. I domenicani si erano stabiliti in origine fuori dal perimetro cittadino, in Borgo Ticino. Già alla fine del Duecento, tuttavia, si spostarono per andare a occupare il preesistente complesso benedettino, fondato nel IX secolo, intendendo “farne la meta dell’auspicato gran salto dalla periferia al centro di Pavia.” Guderzo individua due ragioni per le quali i domenicani si sarebbero spostati verso il cuore della città: la prima ragione è la vicinanza ai centri del potere ecclesiastico e laico – Curia e Broletto – che, unita alla predicazione, avrebbe potuto riformare gestione e gestori del potere. La seconda ragione, tuttavia, è la più interessante: i frati avrebbero scelto proprio quella piazza della città perché sede delle antiche scuole originate dal Capitolare di Lorario. Guderzo, San Tommaso, pp. 101-103.
  21. Fugazza, Diploma, p. 232.
  22. Presso il convento, inoltre, si svolgevano lezioni e si riunivano “tutti i dottori per redigere gli statuti” – i più antichi, del 1395, quelli dell’Università dei Giuristi. Nello stesso convento i Collegi dei medici e degli artisti conducevano gli esami finali e la solenne cerimonia di conferimento del grado dottorale.
  23. Statuimus ut in dicta civitate Papiensi de cetero sit Studium generale, illudque perpetuis temporibus inibi vigeat Sacra Pagina, Iuri Canonico et Civili, nec non in Medicina et qualibet alia literatoria licita facultate”. Toscani, Bolla, p. 234.
  24. Negruzzo, Facultas Theologiae, p. 609.
  25. Andreolli Panzarasa, Domenicani e Studium, p. 596.
  26. Negruzzo, De Vio, p. 636.
  27. Ibid., p. 601.
  28. Frate Giovanni Duns Scoto (1265-1308), francescano, elaborò una serie di dottrine filosofico-teologiche alla cui base stava il tentativo di fondere insieme le tradizioni platonico-agostiniana e aristotelico-tomista e di riformulare in modo nuovo il problema del rapporto fede-ragione, tipico della scolastica.
  29. Giannini, Pavia, p. 1177.
  30. Andreolli Panzarasa, Domenicani e Studium, p. 604.
  31. Rota, Inquisizione a Pavia, p. 8.
  32. Ibid.
  33. Andreolli Panzarasa, Domenicani e Studium, p. 604.
  34. Giannini, Pavia, p. 1178; cfr. Sitografia per la lettura integrale della Forma Professionis Fideai Catholicae observanda a quibuscumque promotis & promovendis ad aliquam liberalium artium facultatem, electisque & elegendis ad cathedras lecturas & regimen publicorum Gymnasiorum.
  35. La prima fondazione di questo genere a Pavia fu, nel 1429, il collegio istituito dal cardinale Branda Castiglioni (1350-1443).
  36. Negruzzo, Formazione dei giovani, p. 28.
  37. Ghislieri, nei suoi anni romani, era entrato in contatto con istituzioni quali “i collegi romani del Quattrocento (quelli voluti dai cardinali Domenico Capranica e Stefano Nardini per formare sacerdoti colti e degni), di quelli gesuitici (il collegio Romano nato nel 1551 e quello Germanico del 1552, entrambi voluti da Loyola per una rigorosa formazione culturale e religiosa di chierici e laici) e soprattutto il progetto di Carlo Borromeo (…) che prevedeva la fondazione proprio a pavia di un Palazzo per la sapienza, istituzione-convitto immaginata a completamento dell’università”. Negruzzo, Formazione dei giovani, p. 28.
  38. Musselli, Il Collegio Ghislieri, p. 947.
  39. I nobili e i borghesi di condizione agiata, al contrario, riuscivano a trovare una sistemazione adeguata al loro censo; i chierici, ancora, venivano accolti nei numerosi conventi dei vari ordini mendicanti presenti in città.
  40. Marcocchi, Costituzioni, p. 101.
  41. Ibid., p. 104.
  42. Mancano, ovviamente, autori come Dante, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli e Guicciardini per via del loro inserimento nell’Indice dei libri proibiti.
  43. I dati e le informazioni proposte di seguito sono tratti dallo studio di Marcocchi, Costituzioni.
  44. Marcocchi, Costituzioni, p. 114.
  45. Marcocchi, Costituzioni, p. 118.
  46. Marcocchi cita la bolla: “… nec non Collegium praefatum ac illius scolares et bona mobilia et immobilia… ab omni visitatione… perpetuo eximimus et totaliter liberamus”. Anche nelle Costituzioni è scritto che il Collegio “Sedi Apostolicae immediate subiectum”. Marcocchi, Costituzioni, nota 38, p. 111.
  47. Musselli, Il Collegio Ghislieri, p. 952.
  48. Marcocchi, Costituzioni, p. 129.

Bibliografia

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