Storia delle Università

Il collegio Germanico Ungarico: un confronto tra la fondazione romana e la fondazione pavese

di Paolo Dinaro / pubblicato il 30 luglio 2014
copertina cairoli germanico ungarico

Il collegio Germanico-Ungarico di Roma

Il collegio Germanico1 fu fondato a Roma il 31 luglio 1552, con una bolla di papa Giulio III su progetto dei cardinali Giovanni Morone e Marcello Corvino (che nel 1555 diverrà papa con il nome di Marcello II) e s. Ignazio di Loyola, a cui venne affidato dopo la fondazione e fu autore della Costituzione del collegio; la stessa Compagnia di Gesù si sarebbe occupata dell’insegnamento sotto la vigilanza di sei cardinali, detti protettori.

Lo scopo del nuovo collegio era chiaro: un luogo in cui preparare i giovani rampolli di nobili famiglie germaniche ad accedere ai più alti gradi ecclesiastici e combattere la diffusione delle teorie luterane.

La morte di Giulio III, di s. Ignazio e del primo rettore del collegio, Andrea Frusio, portarono ad un assottigliamento momentaneo dei fondi del collegio, costituiti da una rendita vitalizia offerta da tutti i cardinali fondatori e dal papa; a causa di ciò il collegio rischiò la chiusura a pochi anni dalla fondazione, ma sopravvisse, anche grazie a donazioni e rette, e durante il pontificato di Pio IV il collegio Germanico assunse la regola del seminario per chierici e l’abito, ad eccezione del colore, che per i collegiali era rosso.

Gregorio XIII , ritratto di Lavinia Fontana

Gregorio XIII , ritratto di Lavinia Fontana

L’opera di Giulio III fu completata da papa Gregorio XIII che rifondò il collegio con la bolla del 5 maggio 1573 con la quale assegnò diecimila aurei l’anno per il sostentamento di cento alunni. Pochi anni dopo nel 1578 la sede fu trasferita nei pressi del Arco di Camilliano, ritenuta dal papa troppo piccola, a S. Apollinnare2 dove tra alunni, insegnanti e personale di servizio erano ospitate circa duecento persone. In seguito, poiché i soli diecimila aurei assegnati da Gregorio XIII non bastavano, il collegio fu dotato dallo stesso papa del beneficio di S. Pietro nel lodigiano, con il beneficio del monastero di Croce Avellana, nei pressi di Gubbio, e di S. Cristina, in territorio pavese. La dotazione si dimostrò sufficiente e i beni furono esenti da decime e imposte. A questi beni si devono aggiungere 1500 libbre di sale l’anno, i lavori fatti fare da Gregorio XIII per dotare il collegio d’acqua e da lui pagati, venti ettolitri di vino l’anno provenienti dalla Sicilia attribuiti al collegio da Filippo di Spagna con un diploma del 1574 in esenzione di dazio e una villa ai Parioli, dove gli alunni potevano andare in villeggiatura.

Nel 1577 è fondato a Roma anche il collegio Ungarico, affidato esso pure alla Compagnia di Gesù. Gli studenti ungheresi furono accolti provvisoriamente nel collegio Germanico, nell’attesa che i lavori alla loro sede, stabilita nella casa di S. Stefano re degli ungheresi presso S. Pietro3, fossero conclusi. Con una bolla del 12 aprile 1580 fu decretata dal Papa la fusione dei due collegi e dei patrimoni4 e nella stessa si decise la denominazione di Collegio Germanico-Ungarico5/6.

Il collegio Germanico–Ungarico è considerato da Brizzi uno dei due modelli di collegi retti da Gesuiti insieme al Collegio Romano. Il modello del G–U è quello tipicamente residenziale.

Si trattava cioè di un collegio d’educazione che selezionava la sua potenziale utenza sulla base di parametri censitari e di status sociale, i seminaria nobilium, cioè collegi riservati ai membri delle famiglie della nobiltà e delle aristocrazie urbane, e i  cosiddetti collegi per cittadini, destinati a quella ricca borghesia che ricalcava moduli educativi aristocratici. Questi collegi furono apprezzati ben presto come la migliore soluzione per provvedere all’educazione di quanti, per privilegio di nascita, prima ancora che per meriti individuali, dovevano ricevere una formazione adeguata a ricoprire, in età adulta, ruoli di responsabilità in campo civile, militare o ecclesiastico. (Brizzi, 2007, p. 374-375).

Le attività interne di studio e preghiera erano regolate dalla costituzione scritta da s. Ignazio e la durata della permanenza in collegio era commisurata al periodo di studi nella facoltà (che per teologia poteva arrivare anche a dieci anni). Ciascuno era tenuto a studiare e a frequentare con assiduità le lezioni ordinarie, le ripetizioni e le dispute tenute all’interno del collegio. La disciplina era così ferrea che ad ogni infrazione corrispondeva una pena adeguata, che andava dalla privazione del cibo o del vino all’espulsione in modo da favorire il profitto e il merito individuale.

Ai primitivi intenti dei fondatori7 se ne affiancava ora uno nuovo, dettato dell’emergenza religiosa, che induceva a occuparsi della formazione di quanti vivevano in quelle più esposte all’eterodossia. […] L’obiettivo principale di questi collegi8 appare quello di garantire la formazione di una classe dirigente fedele alla Chiesa di Roma. (Brizzi, 2007, p. 367).

Il collegio Germanico – Ungarico fu uno dei tanti collegi che fino al XVIII secolo quasi ogni nazione cattolica aveva a Roma.

Solo in Roma, infatti, si potevano apprendere certe rare e preziose cognizioni religiose, e se vogliamo anche diplomatiche, impartite con amore e con fede cristiana da quel circolo di scienziati pii uomini scelti con cura dal sacro collegio della Curia Pontificia. […] Di fronte ad una simile formazione morale, culturale e spirituale valeva la pena, per il bene della nazione, avere in Roma un collegio per ecclesiastici. (Uricchio, 1953, p.19).

Il collegio Germanico – Ungarico di Pavia

La fondazione del collegio Germanico-Ungarico9 è preceduta da una legge del marzo 1774 secondo la quale era necessario avere conseguito il dottorato teologico presso l’università di Pavia per ottenere il placet del sovrano alle dignità e ai benefici ecclesiastici, un’altra disposizione del marzo 1781 vietava a qualunque rappresentante del clero regolare o studente di recarsi all’estero10. La riforma ecclesiastica era stata avviata e il decennio tra il 1780 e il 1790 è stato quello della sua massima applicazione. La politica divenne, oltre che accentratrice, meno tollerante verso la pietas barocca e la Curia di Roma. Non si voleva escludere l’Urbe dalla legge generale su indicata11. Nei carteggi degli inizi degli anni Ottanta si possono scorgere le linee fondamentali di quello che è definito come “giuseppinismo”12.

Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg

Il Cancelliere Wenzel Anton von Kaunitz-Rietberg, ritratto di Jean-Etienne Liotard

Il cancelliere Kaunitz ne fa, anche, una questione economica e culturale utile a non disperdere il capitale umano ed economico dell’impero austriaco.

“Volendosi conservare, come è giusto, l’Istituto di formare buoni ecclesiastici per la Germania austriaca e per l’Ungheria co’ proventi assegnati a tal fine nel Milanese e attribuiti al Collegio di Roma, conviene sostituire a questo, atteso il riferito cambiamento, uno, che fosse situato nello Stato di Milano.” (cit. in Guderzo, 1986, p. 516).

La scelta di fondare un Collegio per giovani chierici studenti della facoltà teologica provenienti dai territori austriaci cadde su Pavia, e non su altre città dell’impero come Milano, anche per l’Università riformata già ai tempi di Maria Teresa, che nel 1765 ne aveva avocato a sé la cura13.

La riforma degli studi ecclesiastici aveva comportato delle forti ingerenze giurisdizionaliste da parte del sovrano che venivano sostenute da alcuni docenti dell’università e rinforzate da alcuni giansenisti chiamati ad insegnare a Pavia, in particolare Zola e Tamburini nel 1774 e nel 1778 nelle cattedre rispettivamente di Storia Ecclesiastica e Teologia Morale14, difensori dei diritti della sovranità e della politica ecclesiastica austriaca ed esempi di persone colte e fedeli allo Stato come Giuseppe II desiderava diventassero tutti i preti del suo Impero.

La riforma degli studi accademici aveva incrementato un maggiore sforzo nella conoscenza biblica, anche in lingua originale attraverso gli studi collaterali delle lingue orientali, della patristica e dei testi dei concili, a scapito della scolastica. L’obiettivo era di sviluppare una mentalità più critica attraverso lo studio delle fonti del cristianesimo in coloro che, in seguito, sarebbero stati nei ranghi del clero.

La decisione della fondazione del Collegio Germanico–Ungarico di Pavia, presa nel novembre 1781, comportò una serie di proposte fatte per rendere il nuovo collegio un modello da imitare, che doveva superare quello romano. Una delle prime fu la scelta del luogo in cui far sorgere il nuovo collegio.

In via preliminare, con il decreto del 13 gennaio 1782 Nicolò Pecci fu delegato a prendere possesso, a nome del collegio Germanico-Ungarico, dei fondi destinati per la sua dotazione in territorio lombardo e fino ad allora goduti dal collegio romano. Fu disposto da Giuseppe II che l’invio delle rendite per i collegiali dei territori asburgici sarebbe continuato fino alla fine dello stesso anno accademico, e che all’inizio del successivo non sarebbero più pervenute a Roma le rendite dei territori lombardi.

Furono subito presi in considerazione per la nuova sede del collegio15 alcuni fabbricati di monasteri e conventi che si volevano sopprimere. A dicembre fu segnalata a Giuseppe II dal Kaunitz la canonica di S. Pietro in Ciel d’Oro. Fu inviato l’architetto Piermarini16 e gli fu chiesta una relazione, datata 19 gennaio 1782, in cui scrisse che sarebbero stati necessarie 167834 lire austriache per lavori provvisori e 224912 lire austriache per lavori definitivi di ristrutturazione della canonica. Un costo troppo alto, tenendo anche conto delle spese per i mobili, i libri, la biancheria e il vestiario degli studenti. L’idea della canonica fu accantonata, ma non del tutto esclusa; nel caso in cui gli studenti fossero stati pochi poteva essere utilizzata per accoglierli senza spesa, in via provvisoria.

Il 26 febbraio dello stesso anno, dopo alcune settimane di trattative, Pecci informava Kaunitz che il convento dei Minori Conventuali era la fabbrica che aveva tutte le caratteristiche necessarie al nuovo collegio, che anche l’architetto l’aveva trovato adeguato, che il fabbricato era uno dei migliori di Pavia e inoltre per due terzi era già conclusa17, essendoci già anche i muri maestri della parte da terminare.

La comunità conventuale non fu soppressa, e perciò i frati furono invitati a trasferirsi nella canonica di S. Pietro in Ciel d’Oro. Ai frati fu data come liquidazione la considerevole cifra di 87 mila lire austriache, rateata in 14 mila lire austriache l’anno fino ad estinzione del debito, da gravare sul fondo della pubblica istruzione; a questi si aggiunsero altre 14 mila lire austriache per l’acquisto di una casa nei pressi del convento e di una parte delle ortaglie che furono liquidati nel 1792 dopo che fu deciso il complemento dei lavori di costruzione del collegio18.

“Un anno intero fu speso nel riattare il convento pel nuovo uso a cui lo si era destinato, ed ai 18 ottobre 1782, venne emanata un’ordinanza sovrana che in relazione al decreto proibitivo dell’anno antecedente, annunciava essere aperto in Pavia il nuovo Collegio Germanico – Ungarico, per formare buoni ecclesiastici. Sugli ultimi di marzo dell’anno successivo poi venne pubblicato il relativo regolamento e ai 15 di settembre potè il collegio essere aperto ai nuovi ospiti.” (Magani, 1876, p. 317).

Nel frattempo si portò a termine l’edificio dell’ormai ex convento, arredato con i mobili della Certosa, da poco soppressa; si era creata la cappella interna al collegio nel locale della sagrestia, in cui si officiava più volte a settimana utilizzando i paramenti e gli arredi sacri di chiese soppresse. Nel settembre 1782 tutto era pronto per accogliere i giovani chierici. Questi erano figli, non solo di nobili e aristocratici, ma anche di piccoli borghesi e artigiani che spesso cominciavano come cappellani. Il regolamento del Collegio G-U/P fu ricalcato da quello del collegio di S. Apollinare; il cardinale Herzan, già alunno del collegio G-U e agente dell’impero presso la corte pontificia, venne incaricato da Kaunitz  di fornire le informazioni utili alla stesura e di fornire i dati sugli alunni che si sarebbero dovuti trasferire da Roma a Pavia.  Molti, però, con dei pretesti, preferirono tornare alle proprie case.

Il collegioG-U/P, nonostante fosse ricalcato su quello che viene considerato il modello dei seminaria nobilium, fu un collegio che ammetteva gli alunni in base al solo criterio geografico. Essi non pagavano rette, se si esclude una somma di 200 zecchini all’ingresso, utilizzata per il vestiario, il pagamento del viaggio di ritorno una volta conclusi gli studi e conseguita la laurea e le minute spese.

Gli alunni sarebbero stati ospitati in collegio per l’intero anno solare; proprio per ospitare gli studenti durante il periodo delle vacanze si ristrutturò e arredò anche il feudo di S. Cristina; il periodo di permanenza variava da 5 anni, per chi era stato subito ammesso agli studi teologici, ad un massimo di sette anni, per chi iniziava con gli studi filosofici.

Gli alunni sarebbero dovuti arrivare alla fine d’ottobre con le necessarie credenziali rilasciate dai rispettivi vescovi e attestati sugli studi fatti19. Al contrario che a Roma ai giovani allievi non venne richiesta alcuna professio fidei prima di entrare in collegio, poiché considerato un modo fin troppo blando per evitare frodi, ma si stabilì un risarcimento nel caso in cui uno studente non proseguisse la carriera ecclesiastica o addirittura la abbandonasse20.

Fu scelto come abito per i collegiali la veste talare nera, anziché rossa, con l’insegna dell’aquila imperiale, poiché a Pavia negli altri collegi gli studenti portavano le insegne del fondatore; Zola fece aggiungere anche un pechès da portare al mattino al tempo dello studio e alla sera al refettorio. Kaunitz stabilì che gli studenti non avrebbero portato con sé i due abiti richiesti, ma sarebbero stati confezionati a Pavia, dopo il loro arrivo, per garantire uniformità di taglio e tessuto, rigorosamente locale.

Nel collegio furono ammessi, su imitazione di quello di Roma, anche giovani monaci, che sarebbero stati sottoposti alla stessa disciplina e al medesimo abito degli altri collegiali. In collegio si sarebbero tenute due ripetizioni ogni settimana per gli studenti di filosofia e due per i teologi; lo scopo era quello di

“Avvezzare i giovani non a’ clamori della disputa, né a litigi sofistici, ma allo spirito dell’analisi, riducendo le cose a’ loro principj, sviluppando le generali dottrine, spiegando i rapporti e spogliandole d’ogni scolastica inutilità.” (Cit. in Guderzo, 1986, p. 525).

Gli alunni, così come nella facoltà teologica, erano indirizzati allo studio critico della Bibbia e della patristica e a considerare le nozioni della scolastica come materia di “volgari Teologi”, soprattutto in rapporto ai protestanti e alle argomentazioni da utilizzare per ricondurli al cattolicesimo, in modo che si prendessero le dovute distanze, «a volte in molte parti sono assai minori di quello che appariscano nei libri dei comuni controversisti»21.

A questo tipo di studi Kaunitz voleva che fossero aggiunte nozioni d’agronomia e cognizioni utili alla società, poiché molti degli alunni non sarebbero divenuti teologi, ma sarebbero vissuti di un canonicato o di una parrocchia. Si era previsto per il collegio anche l’introduzione d’opere di storia profana, oltre che ecclesiastica, belle lettere, giornali e gazzette, per far si che gli studenti fossero informati anche del mondo che li circondava. Durante le vacanze estive erano permessi alcuni svaghi come la caccia all’uccellagione e a S.Cristina era presente anche una sala biliardo. Su consiglio del Kaunitz fu resa meno dura la proibizione a parlare con gli esterni.

Da subito gli studenti sarebbero stati abituati ad osservare le leggi prescritte dal regolamento di Zola. Anche per la tavola fu stabilito un codice di comportamento tratto dal quaderno delle consuetudini, un testo manoscritto di provenienza romana, di cui si tennero presenti le istruzioni impartite e si modificarono quelli parti in contrasto con il clima pavese. L’intenzione era quella di assicurarsi che gli studenti provenienti da Roma e abituati ad un determinato stile di vita non trovassero nulla di che lamentarsi nel nuovo collegio.

Gli alunni del Collegio furono agevolati ogni volta che era possibile: con decreto del 24 marzo 1784 fu stabilito che i candidati allo stato ecclesiastico che non erano già assicurati con una prebenda o uno stabile beneficio non dovevano più, come era stato fino ad allora, procurarsi alcuna titulus mensas22, ebbero inoltreil permesso di introdurre libri stranieri senza pagare dazi23; dopo alcune istanze i collegiali più indigenti e i più meritevoli furono esentati dal pagamento di parte della tassa d’ingresso. L’ 11 giugno 1791 l’imperatore ordinò di completare la costruzione del fabbricato verso il cortile e l’acquisto del giardino, in modo da avere spazio per una biblioteca interna24, per l’infermeria e altre camere al fine di accrescere il numero dei possibili studenti fino a cinquanta. Kaunitz era contrario, poiché il collegio era ancora gravato dai debiti con i frati per l’acquisto dello stabile e per un calo del numero degli studenti che aspiravano ad occupare le piazze del collegio.

Le cause però era ben diverse e si conoscevano o si intuivano, ma non si volevano confessare. L’istituzione del collegio di Pavia per ecclesiastici, in antitesi con quello di Roma, aveva suscitato una forte avversione allo stesso, che se non si era manifestata con violenta opposizione o forti contrasti palesi, pure agiva in sordina, lentamente, tenacemente. Le proposte dei giovani chierici da inviarsi al collegio di Pavia dovevano essere fatte dai vescovi, i quali consideravano tale invio, pur autorizzato, pernicioso per i diritti della Chiesa e per la sua dottrina e perciò si astenevano il più che potevano di farle. (Uricchio, 1955, p. 59).

La resistenza passiva del clero ungherese fu, quindi, d’ostacolo al progetto di Giuseppe II decretandone un parziale insuccesso.

Alla morte di Giuseppe II cambiò l’indirizzo politico fino allora seguito. Papa Pio VI inviò un nunzio pontificio alla corte del nuovo imperatore Leopoldo II che portò le sue lamentele sul clero asburgico e in particolare per il cattivo influsso delle teorie gianseniste sostenute da Zola e Tamburini. La situazione si ripresentò, quando salì al trono Francesco II; il nunzio apostolico, questa volta, ottenne l’allontanamento da Pavia dei due docenti che furono giubilati con una lauta pensione.

Il collegio Germanico-Ungarico di Pavia non sopravvisse a lungo al suo fondatore.

Nell’anno 1796 dopo che l’esercito di Napoleone occupò la città di Pavia, fu ordinato dal Governo francese (il 19 dicembre) il sequestro dei beni del collegio, sebbene la funzione dell’istituto si continuasse per ancora due anni. La chiusura, lo scioglimento definitivo del Collegium Germanicum-Hungaricum di Pavia avvenne nel 1798, in seguito alla dispersione degli alunni sotto la dominazione francese, i quali tornarono alle proprie diocesi in parte anche alla Casa Madre a Roma per finire gli studi interrotti. (Marffy, 1939, pp. 556-557).

Al momento della chiusura il fondo di religione vantava ancora un credito aperto di cinquantunomila lire austriache nei confronti del fondo della pubblica istruzione. Era ciò che rimaneva del debito contratto dall’Impero nei confronti dei frati minori conventuali.

Siccome i beni del collegio erano stati appresi dalla commissione delle rendite demaniali, l’amministrazione del fondo di religione si premurava di notificare ciò all’amministrazione Generale della Lombardia. (Uricchio, 1956, p. 76).

Il debito fu in seguito estinto.

L’edificio, dopo la chiusura del collegio, su ordine di Napoleone nell’anno 1798 fu utilizzato come caserma e tale rimarrà fino al 1946 quando Plinio Fraccaro, allora Rettore dell’Università, iniziò le pratiche di richiesta al Demanio per poter utilizzare l’edificio per l’ampliamento dei locali dell’ateneo. Due anni le porte del già Germanico – Ungarico tornarono ad aprirsi per alcuni studenti dell’Università di Pavia; all’interno della struttura, infatti, è stato fondato il Collegio Fratelli Cairoli.

Paolo Dinaro

Il collegio Germanico Ungarico: un confronto tra la fondazione romana e la fondazione pavese ultima modidfica: 2014-07-30T15:11:30+00:00 da Paolo Dinaro

Riferimenti e citazioni

  1.  I dati riportati in questo capitolo sono tratti da Uricchio e e dal sito http://www.cgu.it/index.php/it/kolleg/geschichte
  2.  Il Papa soppresse il titolo di cardinale di S. Apollinnare e assegno al collegio il palazzo e quanto al titolo era connesso. Si ottenne dai cinque canonici della collegiata della chiesa la rinuncia al canonicato in cambio di una rendita vitalizia da parte del collegio.
  3.  Questa casa, già destinata ai pellegrini ungheresi in visita a Roma, comportò per il collegio ungarico l’obbligo di alimentare i pellegrini suddetti per tre giorni a sue spese.
  4.  Il collegio Ungarico fu dotato di un fondo in S. Maria di Celsana presso Galleria diocesi di Porto, del Tempio di S. Stefano in Monte Celio.
  5.  D’ora in poi collegio G-U.
  6.  All’interno di detto collegio erano stabilite 12 piazze per chierici provenienti dall’Ungheria.
  7.  Si possono considerare i primitivi intenti dei fondatori innanzi tutto la Carità, fatta ad un gruppo sociale relativamente nuovo nel medioevo quello di giovani studenti, spesso senza rendite che arrivavano nelle città universitarie. In secondo luogo si può considerare come primitivo intento il legame anche sentimentale che legava un fondatore ad un determinato territorio in cui aveva vissuto o da cui aveva ricevuto benefici economici. La promozione degli studi in un particolare territorio e infine l’aiuto dato a giovani appartenenti alla propria cerchia familiare che vogliono intraprendere gli studi universitari (spesso a condizione che gli studi siano gli stessi fatti dal fondatore del collegio il quale negli statuti stabilisce quante piazze sono attribuibili per la provenienza e quante sono da attribuire a giovani studiosi di determinate facoltà). (Brizzi, 2007)
  8.  Oltre che al G-U si fa riferimento all’Illirico e al Greco.
  9.  Da ora G-U/P per distinguerlo da quello romano.
  10.  Dello stesso mese sono il divieto di provvedersi all’estero di libri liturgici e di spedire denaro all’estero; il divieto di mandare giovani a frequentare scuole all’estero e d’inviare alunni al Collegio Germanico – Ungarico di Roma.
  11.  Lettera di Kaunitz a Firmian datata 15 novembre 1781. «Non volendo eccettuata da Roma tale Legge, perché si teme che ivi non vengano imbevuti i giovani studenti delle Scienze Clericali e di dottrine e massime della Curia Romana, nel tempo stesso, che altrove si fa di tutto per estirparne i principj; rimane perciò inutile alla monarchia l’Istituto del Collegio di S. Apollinare in Roma, né questo potrà più soddisfare alla condizione sotto la quale nel 1774 gli furono restituite le sue possessioni di S. Cristina e Lodivecchio: cioè che li giovani Sudditi di questi stati sarebbero nell’ammissione al collegio preferiti agli’Individui degli altri paesi di Germania». (cit. in Guderzo, 1986, p. 515)
  12.  La politica ecclesiastica d’indirizzo giurisdizionalistico attuata dall’imperatore Giuseppe II (1780-90), volta a sottrarre alla giurisdizione papale l’ordinamento ecclesiastico cattolico negli Stati asburgici, e caratterizzata anche dal controllo statale su alcune manifestazioni del culto e della liturgia. (treccani.it).
  13.  L’imperatrice Maria Teresa istituì una Deputazione agli studi che fornì il Piano di disciplina e il Piano scientifico delle riforme pubblicati nel 1773, che resero l’Università di Pavia una delle meglio qualificate d’Italia per gli studi teologici.
  14.  Saranno nominati rettore e prefetto degli studi del Collegio G-U/P con il decreto di S. M. del 27 aprile 1782 che include anche la nomina ad personam del marchese Alessandro Botta Adorno come amministratore. I due avevano già avuto entrambi esperienze nella direzione della vita collegiale a Roma al Collegio Irlandese Tamburini e Zola al Collegio Marchigiani . Il 2 febbraio Zola e Tamburini furono incaricati di preparare un piano d’organizzazione e disciplina del nuovo istituto pubblicati con il titolo Istituta Collegi Germanici Hungarici nel 1783.
  15.  Decreto del 27 novembre 1782, abolizione dei monasteri. In particolare si considerarono i monasteri del Leano, (soppresso nel 1782 e confiscata la struttura nel 1787 insieme alla chiesa, abbattuta, e sulla cui area fu costruito l’ultimo cortile dell’università) e il monastero della Mostiola, soppresso nel 1799 e venduto a privati. Questi edifici presentavano problemi d’evacuazione, come afferma il Kaunitz in un lettere datata 15 novembre 1781.
  16.  L’incarico di ristrutturazione verrà poi dato a Leopoldo Pollach, autore anche di tre tavole per la facciata conservate oggi nel Collegio Cairoli e del progetto dello scalone d’ingresso costruito all’interno di un vano ellittico in stilo tardo-barocco internazionale.
  17.  I frati avevano iniziato nel 1708 i lavori di ristrutturazione del convento, che però non erano stati portati a termine.
  18.  La canonica fu valutata dal Piermarini in 56292 L. mentre la fabbrica del convento fu stimata in  286720 L. Non fu rimborsata la differenza per non intaccare le rendite del collegio, furono quindi cedute le “ortaglie” e il mulino annessi alla canonica cessione che in parte compensava la differenza di prezzo. […] allora si aggiunse un indennizzo in denaro di cui i frati avevano molto bisogno per sistemare la nuova dimora ed estinguere delle vecchie passività e ne furono grati. Dopo varie riunioni l’indennizzo fu fissato in metà della differenza di prezzo di stima cioè L. 87000. (Uricchio, 1953, p.26).
  19.  Da instituta colleggi Germanici Hungarici (cit. in Uricchio, 1956): Cum nemo in collegium recipiendus sit, nisi ab usdestinatus et probatus, ad quos pertinet alumnorum delectus; tum id fieri certo numero, quem collegium alat, et  paullo aute denunciare necesse est, quum huc quisquam proficiscatur. Item a suo quemque Episcopo authenticum testimonium habere honesti generis, ingenu, vitaeque bene moratae; tum hactenus posiate in litterarum studiis industriae et percepti ex iis fructus; ut saltem philosophicis disciplinis capessendis sit idoneus.
  20.  Da instituta colleggi Germanici Hungarici(cit. in Uricchio, 1956): Nemo sacramenti religione ed eam rem abstringatur; quippe juvenili paefervida, et immatura adhuc aetate; cautionem contra det, ne collegium alimentorum dispendia patiatur.
  21.  Cfr. Guderzo, 1986, p. 525.
  22. La titulus mensas è fideiussione che permetteva loro di usufruire di un beneficio con l’obbligo di alimentare il prete che era divenuto inabile all’esercizio del suo ministero, titolare del beneficio stesso. (Uricchio, 1955, p. 39)
  23.  (Uricchio, 1955, p. 56)
  24.  Si era pensato alla biblioteca fin dal 1782, ma lo impedivano le poche risorse finanziarie. Gli studenti utilizzeranno a lungo la biblioteca personale di Zola e Tamburini. Nel 1791 fu chiesto da alcuni alunni di assegnare una dotazione per arricchire il nucleo della biblioteca, ottenuto dalla minuziosa scelta di Zola all’interno dei cataloghi della biblioteca certosina e di Firmian; nel 1794 fu fatta richiesta al governo dagli alunni di acquistare la biblioteca del rettore, che quell’anno fu esonerato dal suo incarico. La biblioteca fu acquistata per circa 10 mila Lire.

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Sitografia

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http://www.catholic-hierarchy.org/bishop/bherhar.html

Il collegio Germanico Ungarico: un confronto tra la fondazione romana e la fondazione pavese ultima modidfica: 2014-07-30T15:11:30+00:00 da Paolo Dinaro
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