Crimini di guerra

Il processo Eichmann

di Luca Bellia
eichmann

1. La cattura e la preparazione del processo contro Eichmann

Il 23 maggio 1960 il primo ministro dello Stato d’Israele, David Ben Gurion, annunciò alla Knesset, il Parlamento, una sensazionale notizia che già da qualche giorno circolava insistentemente: l’ex tenente colonnello delle SS, Adolf Eichmann, era stato catturato dal Mossad e si trovava in una prigione sul territorio nazionale, in attesa di essere giudicato da un tribunale israeliano[1]. Fu una vera e propria bomba in tutto il mondo.

Eichmann viveva in Argentina da alcuni anni, con il nome di Ricardo Klement; alcuni passi falsi fecero riaffiorare la sua vera identità ed attirarono l’attenzione dei servizi segreti[2]. Nei giorni successivi, oltre all’ondata di entusiasmo che travolse il popolo ebraico[3], esplose una crisi diplomatica con l’Argentina. Infatti, un cittadino regolarmente residente era stato rapito da agenti stranieri e trasferito in un altro Stato, violando palesemente il principio della sovranità territoriale sancito dal diritto internazionale. Il governo argentino era fortemente incalzato dalla destra e chiedeva l’immediato ritorno del prigioniero, della questione venne investita l’ONU, ma furono gli USA a giocare un ruolo fondamentale nella mediazione. Il 3 agosto del 1960 una dichiarazione congiunta segnava il superamento formale della rottura, attraverso la condanna delle “azioni compiute da “‹‹cittadini d’Israele›› che avevano ‹‹violato i diritti fondamentali della nazione argentina››”[4]. L’incidente diplomatico ebbe gravissime conseguenze: gli estremisti di destra passarono ben presto dagli attacchi verbali alle aggressioni ai danni di giovani ebrei, in una spirale di violenza che proseguì per circa due anni[5].

Sebbene i problemi di politica estera fossero tutt’altro che di facile risoluzione, gli sforzi maggiori di Israele erano rivolti all’interno, occorreva istruire un processo sui generis e cogliere un’occasione mai capitata al giovane Stato. Dal punto di vista giuridico, due erano i cardini che sostenevano la liceità di giudicare l’imputato: la legge n. 64 del 1950, la quale prevedeva tutte le fattispecie in base alle quali punire i criminali nazisti che avevano perpetrato delitti contro gli ebrei; la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 1948[6]. La difesa cercò di sottolineare la retroattività della legge del 1950 e, la sua consequenziale contrarietà al diritto internazionale. L’obiezione cadde velocemente, difatti, come scrisse Alessandro Galante Garrone, le dimensioni della spaventosa violenza nazista, pur essendo una somma di reati già conosciuti e sanzionati, richiedevano nuove definizioni normative[7]. Per di più, fu solamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale che non solo Israele, ma tutta la comunità internazionale sentì l’esigenza di colpire individualmente i responsabili dei crimini internazionali, dunque, tutte le specificazioni giuridiche e la disciplina dei reati imputati ad Eichmann arrivarono dopo la fine del conflitto[8]. Il processo venne celebrato a Gerusalemme perché la Corte distrettuale della capitale era competente degli affari extra-territoriali; quando montarono le polemiche che spingevano a spostare il giudizio presso o una Corte internazionale o in Germania (proposta che creò non poco imbarazzo alla Repubblica Federale)[9], Israele affermò con forza il principio secolare della universalità della giurisdizione per i crimini internazionali[10].

Oltre alle questioni legali, tutto il Paese era conscio della portata epocale degli eventi; non si trattava tanto del sensazionale rapimento, quanto della messa in stato di accusa di un ufficiale  del regime ideatore della Shoah. Il procuratore generale Hausner, nel suo primo discorso in aula, disse in proposito: “Con me ci sono sei milioni di accusatori”[11]. Dopo un’iniziale tentennamento, Ben Gurion decise di trasformare il processo in un vero e proprio evento mediatico, al quale occorreva dare la più estesa diffusione: attraverso un accordo con una compagnia televisiva newyorkese, ogni udienza venne filmata e registrata. I resoconti vennero trasmessi sia alle televisioni, sia al cinema; lo Stato d’Israele non aveva reti televisive, perciò la radio divenne il mezzo di trasmissione di massa; infine, la stampa internazionale riceveva quotidianamente le registrazioni, tradotte in varie lingue[12] (anche per questo motivo la maggior parte dei giornalisti stranieri smise ben presto di seguire le sedute direttamente, consentendo una più ampia partecipazione della gente comune[13]).

L’imputato era detenuto in una prigione di massima sicurezza, sorvegliato ogni secondo e visitato

due volte al giorno da un medico (il quale doveva anche verificare la presenza di veleno nel cibo); le misure speciali erano finalizzate a garantire la salute e l’incolumità di Eichmann[14]. Gli venne concesso di contattare un avocato straniero, in deroga alla legge dello Stato che non ammetteva patrocinatori che non fossero cittadini israeliani nei tribunali del Paese[15]. Venne scelto un avvocato di Colonia, Robert Servatius, il cui onorario fu pagato interamente da Israele (Bonn si rifiutò di collaborare, anche in minima parte), secondo il principio affermatosi a Norimberga: i vincitori dovevano pagare gli avvocati degli imputati[16]. Inoltre, Eichmann aveva la facoltà di rivedere e correggere i passaggi che riteneva controversi dei verbali dei suoi interrogatori.

Il processo ebbe inizio l’11 aprile 1961 presso l’auditorium del centro culturale di Gerusalemme (Beit Ha’am), “capace di accogliere 750 persone”[17]. Negli undici mesi che separarono il rapimento dalla prima udienza, l’accusa e la difesa dovettero esaminare una immensa mole di documenti e di possibili testimoni. Il procuratore Hausner si adoperò per portare prove che andassero oltre lo stretto necessario per fare condannare l’imputato, lui stesso ebbe a dire che “voleva turbare le coscienze: ‹‹Volevo che gli israeliani e il mondo intero si facessero partecipi di questa grande catastrofe››”[18]. La difesa era composta solamente dall’avvocato Servatius e dal suo assistente, tanto che allo stesso Eichmann toccò il compito di analizzare le carte; si aggiunse un’ulteriore difficoltà: ai testimoni della difesa non venne garantita l’immunità, dunque, l’intero impianto difensivo non potè quasi mai basarsi sulle testimonianze orali. Un piccolo vantaggio era dato dalla lingua del dibattimento e delle prove presentate: il tedesco. Gli stessi giudici della Corte erano ebrei “nati ed educati tutti e tre in Germania”[19].

 2. Lo svolgimento, le condanne e le interpretazioni.

Eichmann

Adolf Eichmann durante il processo

Si ebbe sin dall’inizio la sensazione di trovarsi di fronte ad un evento unico, sebbene le autorità si sforzassero in tutti i modi di imbrigliarlo nei limiti del caso giudiziari. L’accusa tentava di poggiarsi su solide basi normative, sia di diritto interno che internazionale, oltre che su tutti i documenti raccolti,  e si cercava di agevolare l’imputato nella preparazione della sua linea difensiva.

Due profonde spaccature segnavano dall’interno la società israeliana. La cattura di Eichmann e, specialmente, il periodo delle udienze le fecero affiorare in maniera incontrovertibile. In primo luogo, i sopravvissuti vivevano “imprigionati nelle mura del silenzio”[20], per loro “la memoria era un tormento”[21]. L’Olocausto restava un tabù quasi insormontabile, non se ne parlava mai. Mentre le generazioni più giovani erano distanti dalla tragedia vissuta pochi anni prima dai loro padri; nessuno riusciva a spiegarsi la ragione di una sottomissione così immediata al nemico, senza nessuna forma di resistenza. Haim Gouri, ebreo cresciuto nei territori palestinesi e poeta molto noto all’inizio degli anni Sessanta, raccontò un episodio emblematico, al fine di mostrare la lontananza che separava le generazioni ebraiche: una maestra venne interrotta nel racconto dell’Olocausto da una ragazzina che chiedeva  perché nessuno, nemmeno l’IDF (Israel Defense Force) andò ad aiutare gli altri ebrei[22]. Durante le deposizioni dei testimoni, il procuratore Hausner ripetè sempre la stessa domanda: perché non resisteste? La maggior parte degli osservatori la trovò inopportuna, ma la storica Shapira suppone che fu una via per spiegare al pubblico la condizione di dilagante antisemitismo sia della Germania, sia dei territori occupati dai nazisti[23].

In secondo luogo, la memoria della tragedia era molto più presente nella generazione di israeliani, cresciuti ed educati in Israele dalla fine del secondo conflitto mondiale in poi, rispetto ai cosiddetti Yishuv (ovvero la comunità ebraica vissuta nei territori palestinesi)[24]. Insomma, la persecuzione nazista rimase per lungo tempo un fenomeno piuttosto assente dalle coscienze degli Yishuv, non veniva certo sentito come una delle fondamenta del nuovo Stato. Ben Gurion puntò molto sul processo anche per unificare la popolazione non solo sulla memoria della Shoah, ma anche sui “miti fondativi” della giovane repubblica.

Il giurista Mark Osiel si è spinto oltre questa valutazione: per lui, l’intero dibattimento fu uno di quei numerosi casi di procedimenti legali sui quali le nazioni costruiscono i loro miti fondativi o rifondativi. Nel caso di Eichmann, il processo servì da doloroso, ma necessario viaggio alla ricerca di una nuova identità nazionale[25]. Insieme con Norimberga e Tokyo, il tribunale di Gerusalemme si occupò di un uomo responsabile della violenza di Stato su vasta scala (non l’unico e nemmeno il

vertice della piramide del potere di quella Germania); in tutti questi casi la memoria collettiva dei fatti subì l’influenza di questi enormi “drammi sociali”[26], consentendo a ciascun individuo coinvolto uno spazio per tracciare un nuovo bilancio personale[27]. Difatti, non si contano le voci di osservatori, di giornalisti, di intellettuali che hanno parlato, a proposito di quella manciata di mesi, di “catarsi collettiva”.

“Fin dalle prime battute del suo discorso [la requisitoria di Hausner, nda] si capì che al centro della scena non ci sarebbero stati i misfatti di Adolf Eichmann, ma le sofferenze degli ebrei”[28]; al di là dell’intento dichiarato di portare “sei milioni di accusatori” alla sbarra, il procuratore generale (che rimase sempre in stretto contatto con il primo ministro, aspetto del tutto eccezionale e poco “giuridico”) chiamò molti testimoni che mai avevano conosciuto Eichmann. La Arendt espresse critiche feroci per la “sfilata”[29] di personalità più o meno note, scelte tra un elenco di candidati, che sedevano davanti alla Corte per raccontare la loro personale esperienza nei campi o in quegli anni terribili[30].

Adolf Eichmann rimase quasi sempre impassibile, dentro la sua cabina, protetta da vetri antiproiettile, e si dichiarò fin da subito non colpevole. Egli riteneva che la sua unica colpa fosse stata quella di avere obbedito ciecamente agli ordini superiori, senza mai chiedersi se ci fosse un limite al rispetto del volere dei più alti in grado. Confermò, dopo averlo detto negli interrogatori fiume con gli agenti del Bureau 06[31],  che non era mai stato antisemita e si era persino adoperato per fornire migliori condizioni di vita agli ebrei (attraverso le deportazioni). Quando venne letto l’atto di accusa, suddiviso in quindici punti ed imputante ad Eichmann delitti contro il popolo ebraico contro l’umanità[32], egli rispose al giudice in ebraico per confermare che aveva compreso tutto[33]. Rimase distaccato, freddo per tutti quei mesi; mai un gesto fuori posto, né tantomeno segni di odio; inoltre, si diede molto da fare per aiutare il suo avvocato nell’analisi dei verbali e delle prove (che venivano quasi tutte da una fonte precisa: l’ufficio del procuratore generale[34]).

Il 15 dicembre 1961, dopo sette mesi di udienze serrate, Adolf Eichmann venne condannato a morte poiché colpevole di quattordici capi d’accusa su quindici. L’appello alla Corte Suprema durò poco più di cinque mesi: il 29 maggio del 1962 venne emessa la definitiva sentenza di condanna e l’imputato venne impiccato due giorni dopo (essendo fallito anche il tentativo di chiedere la grazia al presidente Ben-Zvi).

Le reazioni non si fecero attendere ed ebbero un effetto dirompente[35].  Al di là delle critiche per non avere condotto il prigioniero davanti ad un Tribunale Internazionale, in moltissimi chiesero di non giustiziarlo, come segno di distanza dal regime totalitario in cui aveva tanto creduto. Erano numerosi gli intellettuali ebraici a firmare petizioni dirette al governo; tuttavia, altrettanto sostenuto era il fronte di coloro i quali intendevano infliggere la pena di morte nelle forme più dolorose possibili. All’interno delle istituzioni vi era anche la paura per l’ondata di antisemitismo che si poteva formare nel mondo (così come accadde in Argentina).  Furono, però, le interpretazioni del processo a destare maggiore scalpore, in particolare il lavoro della Arendt.

La filosofa tedesca seguì la vicenda come corrispondente del The New Yorker; fu da sempre molto critica con Ben Gurion, lo accusò persino di avere organizzato una vera e propria messinscena perché egli pensava di dovere impartire lezioni “a tutto il mondo”[36]; si scagliò contro il procuratore generale ed i molti testimoni chiamati, colpevoli di avere completamente ribaltato lo scopo del processo: fare giustizia riguardo ad Adolf Eichmann. Il ritratto del personaggio destò sdegno in Israele, la Arendt descrisse una persona normale, mediocre, trasformata in folle criminale dall’atmosfera di sistematica menzogna ed esaltazione del Reich[37].

Alcuni osservatori segnalarono come fosse assente, nell’analisi della filosofa, una fondamentale questione: per la prima volta, “la storia di ciò che era accaduto agli ebrei in Europa era al centro della narrazione”[38]. Il poeta Gouri scrisse che il merito più grande del processo al criminale nazista fu la possibilità di parlare dell’Olocausto come di un fenomeno connesso alla vita reale, umano ed accessibile[39].

Luca Bellia

Il processo Eichmann ultima modidfica: 2014-02-14T09:30:59+00:00 da Luca Bellia

Citazioni e riferimenti

[1] CESARANI David, Adolf Eichmann. Anatomia di un criminale, Mondadori, Milano 2006, pp. 286 – 287

[2] Le modalità con cui venne individuato e rapito Eichmann risultano non del tutto chiare, ancora oggi. La segnalazione al gabinetto di Ben Gurion sembra che giunse dal magistrato tedesco Fritz Bauer, convinto anti – nazista,  poiché il Mossad non aveva tra le priorità la ricerca dei criminali del Terzo Reich verso la fine degli anni Cinquanta (cfr. CESARANI, op. cit., pp. 269 – 273). Un’altra versione sosteneva che la soffiata arrivò dal servizio segreto russo e non da Bauer (si veda ARENDT Hannah, La banalità del male, Feltrinelli, Milano 2013, p. 245). Per quanto attiene al rapimento, il primo ministro si complimentò inizialmente con gli uomini del Mossad, in seguito scrisse al governo argentino – al fine di far rientrare la crisi diplomatica – che l’azione era tutta opera di “privati cittadini” (CESARANI David, op. cit., p. 289).

[3] SEGEV Tom, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia d’Israele, Mondadori, Milano 2001, p. 302

[4] CESARANI David, op. cit., p. 290

[5] Alcuni militanti della desta estrema uccisero a colpi di pistola uno studente ebreo fuori da una scuola di Buenos Aires nel 1960 e, due anni dopo, una ragazza (sempre di religione ebraica) venne sequestrata ed assassinata poiché ritenuta collaboratrice dei rapitori di Eichmann (CESARANI David, op. cit., p. 290)

[6] SCIGLIANO Alberto, Il processo Eichmann. Il ruolo del diritto nella ridefinizione della memoria e della identità nazionale israeliana, in http://www.studistorici.com/2013/08/29/scigliano_numero_14/

[7] GALANTE GARRONE Alessandro, Prefazione in HAUSNER Gideon, Sei milioni di accusatori. La relazione introduttiva del procuratore generale Gideon Hausner al processo Eichmann, Einaudi, Torino 1961, pp. XIV – XX

[8] PALMA Alessandra, I crimini contro l’umanità e il Tribunale Penale Internazionale, in http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=palma, paragrafo 1

[9] Cfr. SHAPIRA Anita, The Eichmann Trial: changing perspectives, in “Journal of Israeli history” (Online), p. 19. Molte critiche giunsero dagli intellettuali di origine ebraica, che non volevano affatto un “processo fatto in casa”,  come argomentò Richard Crossman, non si voleva dare al mondo l’idea di una vendetta tribale nei confronti di Eichmann.

[10] Cfr. PALMA Alessandra, I crimini contro l’umanità e il Tribunale Penale Internazionale, in http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=palma, paragrafo 2

[11] SEGEV Tom, op. cit., p. 321

[12] DELAGE Christian, La veritè par l’image. De Nuremberg au process Milosevic, Denöel, Parigi 2006, pp. 235 – 245

[13] Come dichiarò Shulamit Har-Even: “The entire country is living the trial in a way that’s unprecedented, there’s never ever been something like this”, in SHAPIRA Anita, op. cit., p. 20

[14] L’attenzione rivolta all’imputato era maniacale. Una guardia lo sorvegliava a vista giorno e notte, un’altra controllava che il collega non gli rivolgesse la parola ed una terza si occupava della seconda e dell’accesso al corridoio. Gli agenti addetti alla “sicurezza” del prigioniero vennero accuratamente scelti dal governo tra gli ebrei che non avessero mai avuto alcun parente vittima del nazismo (CESARANI David, op. cit. pp. 292 – 293).

[15] CESARANI David, op. cit., p. 299

[16] ARENDT Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme , Feltrinelli, Milano 2013, p. 29

[17] LINDEPERG Sylvie, WIEVIORKA Annette, Les deux scènes du procès Eichmann, in Annales histoire sciences sociales, anno 2008, vol. 6, p. 1253. Quando Ben Gurion decise di mediatizzare il processo, anche la decisione del luogo divenne decisiva. Serviva una sala ampia per il pubblico e che desse, inoltre, la possibilità di installare e nascondere le numerose telecamere (Cfr. DELAGE Christian, La veritè par l’image. De Nuremberg au process Milosevic, Denöel, Parigi 2006, pp. 235 – 245)

[18] SEGEV Tom, op. cit., p. 312

[19] ARENDT Hannah, op. cit., p. 12

[20] SEGEV Tom, op. cit., p. 302

[21] Ibidem

[22] SHAPIRA Anita, op. cit., p. 26

[23] Ivi, p. 24. La citazione esatta è la seguente: “I suspect that Hausner repeated that particular query in order to pry to open the door to answer by the survivors that could cast new light on the situation in the territories under Nazi occupation. And that for the first time, they would explain to the Israeli public just how distant that question was from actual reality.”

[24] SHAPIRA Anita, op. cit., p. 36

[25] OSIEL Mark, Politiche della punizione, memoria collettiva e diritto internazionale, in Baldissara Luca e Pezzino Paolo (a cura di), Giudicare e punire, l’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005, pp. 105 – 115. Osiel, in un passo del suo saggio, riporta lo studio dell’antropologo Victor Turner. Quest’ultimo descrisse il processo Eichmann ed altri eventi simili come “performance culturali che comportano la pubblica rottura, l’autoanalisi e, infine, la ricomposizione della società per mezzo di procedure legali o rituali di altro tipo” (p. 114)

[26] OSIEL Mark, op. cit., p. 114. È la definizione di Victor Turner delle “performance culturali” di cui si accennava nella nota 25

[27] OSIEL Mark, op. cit., p. 106

[28] SEGEV Tom, op. cit., p. 322

[29] Il termine “sfilata” è usato anche dal professor Minerbi, nel suo diario del processo (MINERBI Sergio, Eichmann. Diario del processo, Luni Editrice, Milano – Trento 2000). Credo che sia piuttosto significativo, poiché fornisce l’idea di una sorta di corteo delle vittime, fatte sfilare davanti al carnefice e al mondo intero, travalicando così lo scopo principale: giudicare secondo la legge Eichmann.

[30] ARENDT Hannah, op. cit., pp. 230 – 231

[31] Il Bureau 06 era la sezione appositamente creata per gestire il prigioniero Eichmann, aveva anche il compito di interrogarlo in fase di indagine.

[32] Cfr. AA. VV., Dossier Eichmann, Editori Riuniti, Roma 1961, pp. 209 – 229. Le accuse andavano dal genocidio, alla persecuzione, all’omicidio diretto di una persona (l’unica accusa dalla quale fu prosciolto), fino alla appartenenza ad un’organizzazione ostile al popolo ebraico.

[33] CESARANI David, op. cit., p. 314

[34] ARENDT Hannah, op. cit., p. 228

[35]Sebbene Ben Gurion avesse scelto per la “mediatizzazione” completa del processo (il primo caso della storia) ed in aggiunta la condanna a morte fosse quasi già scritta, il caso mondiale che si sollevò fu molto più ampio di quanto ci si potesse aspettare. Cfr. SCIGLIANO Alberto, op. cit., p. 12

[36] ARENDT Hannah, op. cit., p. 18. Secondo la filosofa, il primo ministro intendeva soprattutto serrare le fila del popolo ebraico, da sempre circondato da un mondo ostile, e mostrare a tutti il nuovo eroismo d’Israele, contrapposto all’antica remissività.

[37] Ivi, pp. 60 – 61

[38] CESARANI David, op. cit., p. 397

[39] SHAPIRA Anita, op. cit., pp. 22 – 23

Bibliografia

-Arendt Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2013

-AA. VV., Dossier Eichmann, Editori Riuniti, Roma 1961

-Baldissara Luca e Pezzino Paolo (a cura di), Giudicare e punire, l’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005

-Cesarani David, Adolf Eichmann. Anatomia di un criminale, Mondadori, Milano 2006

-Delage Christian, La Veritè par l’image. De Nuremberg au procès Milosevic, Denöel, Parigi 2006

-Hausner Gideon, Sei milioni di accusatori. La relazione introduttiva del procuratore generale -Gideon Hausner al processo Eichmann, Einaudi, Torino 1961

-Minerbi Sergio, Eichmann. Diario del processo, Luni Editrice, Milano – Trento 2000

-Segev Tom, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Mondadori, Milano 2001

-Traverso Enzo, La violenza nazista. Una genealogia, il Mulino, Bologna 2010

Articoli

-Lindeperg Sylvie e Wieviorka Annette, Les deux scene du procès Eichmann, in “Annales histoire sciences sociales”, 2008 vol. 6, pp. 1249 – 1274

-Palma Alessandra, I crimini contro l’umanità e il Tribunale Penale Internazionale, in http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=palma

-Scigliano Alberto, Il processo Eichmann. Il ruolo del diritto nella ridefinizione della memoria e dell’identità israeliana,  in “Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Processo penale, politica, opinione pubblica (secoli XVII – XX), 2013 numero 14

-Shapira Anita, The Eichmann Trial: changing perspectives, in “Journal of Israeli history”, 2004 vol. 23, pp. 18 – 39

Sitografia

-http://www.studiperlapace.it

-http://www.studistorici.it

-http://www.ushmm.org

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