La Repubblica Sociale Italiana: breve panoramica

di Luca Bellia / pubblicato il 11 gennaio 2014
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Oggi ricorre il settantesimo anniversario della fucilazione di cinque dei sei gerarchi fascisti processati dal Tribunale di Verona, istituito nel territorio della Repubblica Sociale Italiana durante la guerra civile, al fine di processare coloro i quali avevano votato l’ordine del giorno Grandi, nella notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943, decretando così la fine di Mussolini. Vennero condannati a morte tutti, tranne Tullio Cianetti che si prese trent’anni; tuttavia i fucilati furono solo cinque (i restanti tredici riuscirono a scappare e salvarsi appena dopo il 25 luglio) : Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli, Carlo Pareschi. L’occasione permette, quindi, di riflettere brevemente sulla Repubblica Sociale Italiana, fenomeno molto complesso e troppo spesso dimenticato.

La nascita della Repubblica Sociale Italiana

Il 9 settembre 1943 la radio tedesca trasmise la notizia della ricostituzione di un governo fascista in Italia, dopo l’annuncio dell’armistizio proclamato dal governo Badoglio il giorno prima. Numerose divisioni naziste erano entrate nella penisola a partire dalla primavera dello stesso anno, poiché si temeva un voltafaccia dell’alleato italiano; in Germania venne utilizzato l’armistizio a fini propagandistici per giustificare l’occupazione[1]. Il regime fascista era entrato in una crisi irreversibile in seguito alla decisione di scendere in campo nel secondo conflitto mondiale; le difficoltà erano molteplici e tutte intersecate tra loro: dalla scarsità di cibo, passando attraverso l’economia disastrata e monopolistica, fino ad arrivare alla rovinosa conduzione delle operazioni belliche[2]. L’autorità effettiva ed i margini di azione del Duce erano ormai assai scarsi: dopo l’Operazione Quercia, però, egli pensava di essere l’unico a poter evitare il destino della Polonia alla nazione[3]; la storiografia nostalgica cavalca tutt’ora l’idea che Mussolini, accettando l’incarico assegnatogli dagli occupanti, abbia costituito una sorta di scudo protettivo per i cittadini italiani.

Una carta di regole del nuovo governo collaborazionista, che cominciò a formarsi intorno alla fine di settembre nonostante l’annuncio radiofonico, venne stilata al congresso del Partito Fascista Repubblicano, svoltosi a Verona, verso la metà di novembre (l’aspirazione principale era quella di diventare la prima istituzione dello Stato, quello che non era stato il PNF, ma i tedeschi decisero diversamente e il PFR rimase solo una milizia civile al servizio del governo[4]); tuttavia, fu un documento contenente una serie di norme che disciplinavano più il partito e la milizia che il nascente  Stato, il quale prese il nome di Repubblica Sociale Italiana ufficialmente il 1˚ dicembre 1943[5]. Dunque, nessuna costituzione e nemmeno una sorta di carta fondamentale vennero adottate dal governo di Salò. In un incontro al vertice tra Hitler ed i suoi maggiorenti, nel quale ognuno tentò di portare l’acqua al suo mulino, per guadagnare soldi, prestigio e nuove cariche[6] (dando prova della imperante policrazia ai vertici del terzo Reich), si stabilì che la “soluzione politica”, ovvero la gestione tramite subordinazione politica dei luoghi occupati, avrebbe dovuto prevalere sulla mera forza militare[7]; nella realtà, fu vero il contrario. I nazisti, che godevano di un potere pressoché illimitato (si pensi che tolsero le zone dell’ Alpenvorland – Trento, Bolzano, Belluno - e dell’Adriatisches Küstenland – Friuli, Venezia Giulia, Fiume, Lubiana – dalle mani italiane senza il consenso di quel governo che formalmente era ancora alleato e non subordinato[8]) ritennero un “male necessario” la presenza di un’amministrazione italiana, perché adempiva funzioni amministrative che la pur efficiente macchina burocratica del Reich non avrebbe mai potuto svolgere in autonomia[9].

L’obiettivo principale era quello di spremere il territorio per ricavare quanti più vantaggi possibili in termini di manodopera e produzione, agricola ed industriale. Ogni luogo di produzione venne piegato ai voleri dei tedeschi ed i lavoratori vennero deportati in massa nelle fabbriche del Reich, per essere sfruttati crudelmente[10]. Le spaventose dimensioni delle condizioni di indigenza e del mercato nero, oltre a rendere bene l’idea dell’inesistenza di un vero e proprio Stato centrale[11], chiariscono che il regime d’occupazione era quasi uguale a tutti gli altri Stati conquistati dalla Germania. I fascisti italiani, occorre dirlo, si appiattirono sulle posizioni della potenza occupante, scatenando una violentissima caccia all’ebreo (la prova che tutti i paesi collaborazionisti portarono alla Germania per dimostrare la loro fedeltà), ad esempio, o invitando il luogotenente Rahn, il plenipotenziario del Reich per il territorio italiano, ad essere più duro nella repressione antipartigiana[12].

Due furono i punti di contrasto tra i fascisti ed i nazisti: la socializzazione dell’industria e la ricostituzione dell’esercito[13]. In primo luogo, socializzare le industrie significava recuperare il consenso degli operai e rimanere fedeli a quel modello di repubblica “sociale” tanto sostenuta dagli entusiasti fedelissimi del fascismo. Gli operai, dopo un imponente mobilitazione generale nel 1943, fecero sentire tutta la loro ostilità nel marzo 1944, quando un nuovo sciopero generale svegliò i fascisti dal sogno di poter conquistare il loro favore[14]. Tra i lavoratori serpeggiava un sentimento di paura anche per le deportazioni di massa ordinate dai tedeschi, al fine di sfruttare gli uomini nelle fabbriche teutoniche, in condizioni simili a quelle dei campi di concentramento. I tedeschi non si curarono molto di tali questioni, anzi, vennero considerate pura e semplice propaganda, decisero così di trattare direttamente con industriali, operai (e persino con le formazioni partigiane)[15]. In secondo luogo, la riorganizzazione di un esercito era un aspetto decisivo per i repubblicani: sarebbe stato un segnale forte da dare alla popolazione, un segno di indipendenza dall’autorità occupante. Più che la scontata contrarietà dei nazisti, in questo caso fu la miriade di formazioni garanti dell’ordine a generare confusione e caos, non permettendo la formazione di un esercito vero e proprio: polizia, polizie parallele, bande e milizie private, la Guardia Nazionale Repubblicana, la X MAS, la Legione Autonoma Ettore Muti, le SS italiane erano presenti nell’Italia centro-settentrionale; tutte posposte alla Wehrmach ed agli altri apparati militari e paramilitari del Führer[16]. Ma non è tutto: la resistenza della popolazione nei confronti delle varie chiamate alle armi fu di straordinaria importanza per indurre al fallimento l’ambizioso progetto. Il 18 febbraio 1944 Graziani emanò il famoso decreto che condannava a morte i renitenti ed i disertori, tuttavia poco cambiò. La guerra civile era oramai in atto e si svolgeva con estrema brutalità (peraltro, il ritorno alle origini sociali tanto acclamato andava di pari passo con la scelta immediata e consapevole della radicalizzazione dello scontro[17]). La RSI non esitò a reclutare tra le sue truppe giovanissimi molto al di sotto dei diciotto anni, suscitando non poche perplessità nell’ala più moderata di Salò[18]. Molti giovani esaltati dalla possibilità di combattere si arruolarono spinti dal desiderio di difendere la Patria più che il Duce[19], dopo anni di educazione distorta dalle disposizioni della dittatura. Sia chiaro, militarmente il fenomeno dei “giovani di Salò” fu molto più ridotto di quanto alcuni abbiano fatto credere: renitenti, disertori e partigiani furono le categorie di maggioranza.

Ebbene, un aspetto d’avanguardia che la RSI seppe sfruttare in maniera intensiva fu la propaganda, sostiene lo storico Franzinelli che il divario tra realtà e rappresentazione si rese evidente fin dal 1943. Vennero riprese, sebbene non fossero state mai dismesse, le tecniche e le strutture del MinCulPop, con le quali si cavalcarono sette grandi temi: il tradimento monarchico-badogliano; la fedeltà e la fiducia nei confronti dei tedeschi; la mobilitazione patriottica (arruolarsi con i fascisti per difendere la patria); le radici risorgimentali della RSI; la crudeltà e la slealtà dei nemici partigiani; la forte presenza femminile[20]; la militarizzazione del lavoro (aspetto fortemente voluto dai tedeschi, per equiparare il lavoratore al combattente)[21]. Nemmeno il Ministero della Cultura Popolare era immune dal controllo capillare dei nazisti, presenti con tre agenzie che controllavano ogni manifesto, ogni proclama, ogni prodotto “pubblicitario” insomma, ed insistevano sull’importanza da assegnare al lavoro. Va detto che, da subito, le autorità repubblicane si accorsero della straordinaria diffusione dei volantini partigiani e di Radio Londra: la partita che si giocò sul terreno della comunicazione, dei media potremmo dire, fu durissima e venne persa, come la guerra “regolare”, dalla RSI e dai tedeschi.

Luca Bellia

La Repubblica Sociale Italiana: breve panoramica ultima modidfica: 2014-01-11T15:13:00+00:00 da Luca Bellia

Citazioni e riferimenti

[1] Lutz Klinkhammer, L’occupazione tedesca in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 1996

[2] Luigi Ganapini, Crisi del regime fascista,  in Dizionario della Resistenza, Giulio Einaudi Editore, Torino 2000

[3] Renzo De Felice, Mussolini, Giulio Einaudi Editore, Torino 1997, (parte IV, vol. II)

[4] Pier Paolo Poggio, Repubblica Sociale Italiana, in Dizionario della Resistenza, Giulio Einaudi Editore, Torino 2000

[5] Mimmo Franzinelli, RSI. La repubblica del duce, Mondadori, Milano 2009,

[6] Lutz Klinkhammer, op. cit.

[7] Ivi

[8] Mimmo Franzinelli, op. cit.

[9] Enzo Collotti, I rapporti con la RSI, in Dizionario della Resistenza, Giulio Einaudi Editore, Torino 2000

[10] Santo Peli, La Resistenza in Italia, Giulio Einaudi Editore, Torino 2004

[11] Santo Peli, op. cit.

[12] Enzo Collotti – Lutz Klinkhammer, Il fascismo e l’Italia in guerra, Ediesse, Roma 1996, ma anche Mimmo Franzinelli, op. cit.

[13] Enzo Collotti – Lutz Klinkhammer, op. cit.

[14] Santo Peli, op. cit.

[15] Pier Paolo Poggio, op. cit.

[16] Ivi

[17] Ivi

[18] Mimmo Franzinelli, op. cit.

[19] Mario Castellacci, La memoria bruciata, Mondadori, Milano 1998

[20] Nel saggio più volte summenzionato, Pier Paolo Poggio sottolinea come le donne aderirono davvero in gran numero alla RSI, sia attraverso il partito, sia sul campo di battaglia entrando a far parte delle Brigate Nere. Dunque, questo è forse l’elemento della campagna di promozione maggiormente riuscito.

[21] Mimmo Franzinelli, op. cit.

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