Storia delle Università

Nazionalsocialismo e Università

di Giulia Bordonali / pubblicato il 13 aprile 2015
nazionalsocialismo e universita

Karl D. Bracher descrive il Nazionalsocialismo come un fenomeno totalitario largamente indagato, ma che si presta ad interpretazioni non univoche, poiché i presupposti che hanno portato un’intera nazione, la Germania,  a soggiacere a questo potere, impostosi senza apparente opposizione o comunque con una dissidenza molto flebile, non sono ancora ben chiari.

A questo proposito egli propone due differenti teorie, sottolineando da una parte il probabile humus in cui si sviluppò il nazismo piantando le sue radici  nell’imperialismo e nel nazionalismo tedesco; dall’altra la non specificata origine tedesca del fenomeno nazionalsocialista stesso, visto come un prodotto del pensiero europeo del XX secolo.

Di certo comunque, la prima guerra mondiale, terminata con la sconfitta tedesca e l’umiliazione della nazione sancita nel trattato di pace di Versailles dovette contribuire con  forti argomenti alle pulsioni nazionalistiche. Non solo il conflitto aveva cambiato radicalmente i rapporti di forza internazionali, ma la struttura interna stessa degli  stati europei  risultò irrimediabilmente mutata, favorendo un cambiamento del sistema sociale. Dunque si può affermare che la democrazia stessa, dopo il 1918, morì sul nascere; questo perché ormai quasi tutte le democrazie d’Europa si stavano evolvendo e si accingevano a diventare regimi totalitari. La vicenda vera e propria del Nazionalsocialismo, sarebbe iniziata di fatto, di lì a poco: Bracher convenzionalmente presuppone un “inizio ufficiale” nel 1919 a Monaco, con il tesseramento del giovane Adolf Hitler nel DAP1 (Deutsche Arbeiterpartei), uno dei tanti partiti della destra di allora. La vera trasformazione della DAP nella NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) avvenne  il 24 febbraio 1920 nella Hofbrauhaus di Monaco; in quest’occasione Hitler annunciò sia la nuova denominazione del partito, sia il suo programma in “25 punti”2; tuttavia egli non era ancora il presidente del partito, lo sarebbe diventato ufficialmente solo nel 1921.

La grande forza del partito nazista rimaneva comunque l’organizzazione che si può rintracciare non solo nell’abilità dello sfruttamento propagandistico di alcuni simboli come la croce uncinata, gli stendardi e (dal 1924) la camicia bruna, ma anche nella costituzione delle SA, che fin dal principio ebbero carattere militare. L’NSDAP era dunque un partito che sapeva anche fare un ottimo ed esteso uso della propaganda.

Dopo la presa del potere da parte di Hitler nel 1933 il nazionalsocialismo cominciò la sua missione di massiccia propaganda ed indottrinamento della gioventù attraverso l’educazione e la costituzione di associazioni giovanili e studentesche. Questa strategia, secondo Bracher, si muoveva fondamentalmente su due livelli: nella maggiore importanza rivestita dalle materie sulla “politica della razza, del popolo e dello Stato” 3 come storia, germanistica, biologia, geografia e  sport e nella creazione di  scuole speciali, improntate agli ideali nazisti, destinate alla creazione di una nuova élite.

Un esempio di queste nuove scuole è costituito dalle NAPOLA, istituti di educazione politico –nazionale, destinate ai giovani dai 10 ai 18 anni il cui scopo era anche di promuovere un tipo di istruzione di stampo militare con valori quali coraggio, disciplina e semplicità. Il tutto chiaramente improntato verso la visione del mondo in senso nazionalsocialista. Il personale scolastico infatti era costituito da SA e SS e il preside era un Obergruppenfuhrer. Questi istituti, oltre alle loro ovvie funzioni di indottrinamento, dovevano servire a rifornire le file dell’esercito e della burocrazia dell’NSDAP, creando nuovi ufficiali, poliziotti, SS e SA in vista della guerra. Molte delle attività di questi collegi avevano una marcata impronta agonistica, che includeva esercitazioni con cavalli, motociclette, autoveicoli e persino alianti.  Negli anni furono create diverse NAPOLA anche al di fuori della Germania (in Austria, Alsazia, Lorena e nei Sudeti) e ne furono istituite anche per le ragazze.

Furono poi istituite altre “scuole speciali” quali le AHS, destinate a formare i futuri quadri del partito nazionalsocialista e che accoglievano ragazzi dai 12 ai 18 anni. Erano fondamentalmente degli istituti che avevano come compito principale quello di favorire la penetrazione dell’ideologia nazista anche nelle regioni in cui la propaganda del nazionalsocialismo era meno permeante. Al contrario delle NAPOLA che rimanevano comunque sotto il controllo del ministero dell’educazione del Reich, le AHS erano completamente sottomesse al potere del partito, lo stesso dicasi per gli allievi, che potevano essere licenziati ma non ritirati dalla scuola dai propri genitori senza il consenso del partito. I criteri di ammissione non si basavano sullo stato sociale di provenienza, (anche se la maggior parte dei candidati apparteneva comunque al ceto medio-borghese) ma su altri criteri come le “qualità di capo”,  “l’immunità da tare ereditarie” e la “purezza della razza”4. Le AHS proponevano inoltre un tipo di educazione di stampo strettamente nazista; furono quindi introdotti nuovi programmi e nuovi metodi di insegnamento. L’educazione era essenzialmente improntata sull’addestramento militare e sportivo e sull’indottrinamento politico con materie come biologia, etnologia e politica estera. L’insegnamento in senso stretto si basava sulla concretezza estrema e per dimostrare di essere in grado di essere dei futuri dirigenti del partito e di saper prendere adeguatamente delle decisioni, spesso gli allievi erano chiamati a svolgere compiti di ordine pratico nelle regioni che il Reich si accingeva a sottomettere o che aveva già conquistato.

La tappa finale per i cadetti di NAPOLA e AHS erano le Ordensburgen. Gli allievi dovevano affrontare un triennio di educazione basata sull’indottrinamento ideologico razzista e su di un programma di addestramento di stampo militare con esercitazioni di alpinismo, paracadutismo e presa di familiarità con la guerra nelle zone alpine. In conclusione di questo processo, gli allievi passavano i loro ultimi mesi preparatori a Marienburg, come dei novelli cavalieri teutonici, dove avvenivano le ultime lezioni di indottrinamento politico. Al termine di questo percorso, i cadetti potevano dirsi ufficialmente parte dell’élite del Reich di Hitler.

Un discorso a parte va fatto per le università. Anche qui dal 1933 si impose la presenza e la penetrazione dell’ideologia nazista. Bracher sostiene che questa facilità di assorbimento da parte dell’ élite culturale tedesca fu il mancato sviluppo del pensiero politico tedesco, unitamente ad una radicalizzazione in senso assolutistico del concetto di Stato. A parte questo, di certo il grande sfoggio di potenza da parte del partito, comandato da un uomo che pareva porsi al di sopra della morale, appagava pienamente la mentalità borghese dell’intelligentia universitaria dell’epoca. Come già accennato, dal 1933 il partito provvide ad insinuarsi nelle politiche universitarie, cosa che comportò il licenziamento di insegnanti ebrei o dissidenti; come risultato il 20% del personale docente venne colpito dalle politiche nazionalsocialiste. Inoltre l’autonomia degli atenei venne stroncata; il rettore non fu più eletto dai colleghi ma direttamente dal Ministero secondo il principio del Fuhrerprinzip. Furono poi stabilite nuove discipline d’insegnamento nel programma accademico come eugenetica, igiene razziale, scienze militari, storia della guerra, demologia ed altre materie utili alla propaganda delle idee nazionalsocialiste. Secondo Michael Gruttner non bisogna però ritenere le università entità passive di fronte alla strapotere del partito. Oltre alle spinte esterne ci furono anche dei cambiamenti interni degni di nota ed operati soprattutto dagli studenti stessi che non esitarono ad incoraggiare l’ostracismo nei confronti dei professori, dimostrando in questo modo di non disapprovare le politiche naziste all’interno dell’università. Lo stesso discorso vale per i professori, che aderirono in gran numero al partito nazionalsocialista già dal 1933 e continuarono ad iscriversi numerosi anche negli anni seguenti, finché i due terzi dei docenti universitari risultarono alla fine dei membri dell’NSDAP. Questo  è tanto più sorprendente alla luce del fatto che il partito, come già detto, non aveva mai nascosto i suoi tentativi di prevaricazione e la sua intenzione di interferire con l’autonomia delle strutture universitarie.

A questo punto è significativo, secondo Gruttner, chiedersi chi fossero esattamente i docenti che attorno agli anni 1933- 1945 avevano aderito all’NSDAP, quanti di loro erano nazisti convinti e quanti si erano iscritti per altre ragioni, quali avevano il desiderio di far carriera e quali sentivano di dover forzatamente subire l’ingerenza del partito in quanto dipendenti di un’ istituzione pubblica quale era l’università tedesca.

Per poter raggiungere questo obiettivo, Gruttner si basa su due categorie di studiosi ben precise :

- I fiduciari del partito nazista nelle università

- I dirigenti locali e regionali della NSDDB (Confederazione dei docenti nazionalsocialisti tedeschi)5.

I fiduciari erano rappresentanti presso gli atenei della commissione universitaria del partito, che era diretta soprattutto da docenti di medicina, perciò ovviamente i fiduciari facevano parte esclusivamente della facoltà di medicina. Questi esercitarono un importante ruolo agli inizi dell’assolutismo nazista, facendo in modo che le cattedre abbandonate (forzatamente o meno) da un qualche docente fossero affidate ad un professore membro o comunque simpatizzante dell’ NSDAP. Per quanto riguarda invece i dirigenti, erano i responsabili di ogni decisione inerente il personale docente come ad esempio le nuove nomine e le assunzioni.

Il numero complessivo di studiosi analizzato da Gruttner è di 108 persone.  Attraverso l’analisi complessiva di questo gruppo di persone ci si può fare un’idea della composizione del corpo docente nelle accademie nel periodo preso in esame.

Dall’analisi di questo gruppo di docenti risulta che, malgrado alcuni avessero ottenuto la cattedra palesemente in seguito al loro attivismo politico, nella maggior parte dei casi gli insegnanti avevano le credenziali necessarie a svolgere il lavoro accademico: erano provvisti cioè di dottorato di ricerca e abilitazione. Addirittura 67 di queste 108 persone avevano già conseguito l’abilitazione prima del 1933.  Questo dimostra quindi che i funzionari nazionalsocialisti non si erano imposti con la forza dopo l’ascesa al potere di Hitler, ma al contrario erano già parte del corpo docente dai tempi della repubblica di Weimar. Inoltre, la stragrande maggioranza di questi docenti non era titolare di cattedra; per la maggior parte lavoravano in ambito accademico come professori straordinari (non di ruolo) e come liberi docenti (gli ordinari erano soltanto tre). Si trovavano quindi in una situazione precaria e ricevevano uno stipendio misero senza sapere con certezza se avrebbero mai raggiunto posizioni prestigiose all’interno dell’ università, inoltre si trattava, nella maggioranza dei casi, di persone giovani, intorno ai trentasei anni che di solito erano reduci della Prima Guerra Mondiale (68 su 108). La gran parte di loro aveva quindi terminato gli studi nel dopoguerra ed aveva dovuto affrontare l’arduo momento della crisi economica che ebbe il suo picco negli anni Trenta. Questo chiaramente rese difficile per questi aspiranti al ruolo di docenti universitari l’ottenimento di una cattedra, ostacolo che alcuni cercarono di aggirare iscrivendosi al partito nazista oppure tesserandosi perché era comunque una misura necessaria per lavorare in pace all’interno dell’università.

Per quanto riguarda l’adesione o meno al partito, tutti le 108 persone prese in considerazione erano membri nell’NSDAP. Tuttavia, anche se i docenti erano presenti in ambiente accademico già prima del 1933 e, come già detto, l’ingerenza nazista sull’università fosse stata più notevole sul fronte interno che esterno, è chiaro che il partito non aveva sufficienti adepti per occupare i principali posti di comando nell’ambiente accademico. Ciò è provato dal fatto che sul campione di 108 persone analizzato da Gruttner, meno del 40% aveva aderito all’NSDAP prima del 1933. I restanti si iscriveranno per la maggior parte non prima del 1937.

E’ interessante inoltre notare che nella stragrande maggioranza dei casi, l’adesione più entusiasta al partito nazista avvenne dal fronte dei docenti di medicina. Gruttner ha due teorie per  spiegare questo fatto: da una parte, come già detto in precedenza, dopo il 1918 l’aggravarsi della situazione economica aveva reso difficile trovare un’ occupazione, soprattutto in ambito accademico; ne risentivano maggiormente soprattutto i laureati in medicina, che erano in numero di gran lunga superiore alla richiesta. Questo probabilmente spinse i ricercatori in questo settore a politicizzarsi per tentare di dare una svolta alla loro carriera. Un’altra possibile ipotesi è che, non essendo la Medicina una disciplina umanistica, questi studiosi non percepissero un reale impedimento o intralcio nei confronti del loro ambito di ricerca. Anzi, il Nazionalsocialismo pareva farsi vessillo di idee all’avanguardia in campo medico (come quelle sull’ideologia della razza ad esempio).

Ma in conclusione, quante delle persone del gruppo preso in esame raggiunsero effettivamente lo scopo di farsi assegnare una cattedra in cambio della loro adesione all’NSDAP?

Gruttner afferma che, delle 103 persone non ancora dotate della cattedra di ordinario nel 1933,  69 cioè i due terzi ne ottennero una prima del crollo del regime in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Risulta chiaro quindi che l’attivismo politico in favore del regime nazista era un mezzo molto utile per accelerare la propria carriera. Non bisogna però pensare che fosse il solo mezzo. Infatti, già dal campione che abbiamo preso in esame risulta chiaro che su 108 persone, 34 non ottennero mai alcuna cattedra malgrado il loro impegno in campo politico. Questo avvenne perché nel 1936 il partito si era reso conto che favorire qualcuno di incapace solo sulla base del suo attivismo politico avrebbe, in ultima istanza, nuociuto sia al progresso della scienza che all’NSDAP stesso. Si stava infatti progettando una guerra, che non si poteva vincere elargendo dei posti elitari a chi non ne era all’altezza. Gli scienziati non erano quindi solo visti come propagatori di ideologia,  ma come portatori di un sapere altamente specializzato, del quale un moderno stato industriale come la Germania di Hitler non poteva fare a meno.

Dopo aver tracciato un quadro generale della situazione creatasi nelle università e tra coloro che lavoravano in ambito accademico in relazione all’ascesa del Nazionalsocialismo, mi pare interessante focalizzarsi su due figure emblematiche di studiosi illustri che si trovarono a doversi confrontare con la temperie politica di quegli anni: mi riferisco ai due fisici Philipp Lenard e Johannes Stark.

Philipp Eduard Anton von Lenard

Philipp Eduard Anton von Lenard

Lenard era nato nel territorio dell’ex impero Austro-ungarico (precisamente a Bratislava) nel 1862. Studiò fisica ad Heidelberg e si laureò nel 1886. Dopo la laurea si recò in Inghilterra dove rimase soli sei mesi ma fu profondamente deluso nelle sue aspettative, ritenendo che il paese mancava di “grandi personaggi” rispetto al passato6. Tornato in Germania, cominciò alcuni esperimenti con i raggi catodici che gli valsero il premio Nobel nel 1905. Negli anni seguenti cambiò spesso sede, accettando anche posti di lavoro più umili di quelli che gli sarebbero spettati, lamentando che in Germania, a differenza di quello che avveniva in Inghilterra, la fisica sperimentale che era la sua vera passione, non era tenuta nella dovuta considerazione. Infine, nel 1907, dopo una lunga malattia,fu chiamato ad insegnare ad Heidelberg e divenne famoso per le sue lezioni e per l’entusiasmo con cui svolgeva il suo lavoro in tutta la Germania. Lo scoppiò della Prima Guerra Mondiale nel 1914 rafforzò l’animosità di Lenard nei confronti dell’Inghilterra, ritenuta da lui e da molti altri studiosi tedeschi come la vera responsabile del conflitto, colpevole di voler rinchiudere gli altri popoli in “gabbie da serraglio”7 per poter dominare il mondo. Come molti altri intellettuali tedeschi si sentì grandemente umiliato dalla sconfitta del 1918 e dall’accettazione del trattato di Versailles. In questo contesto si inserisce la polemica con il grande studioso Albert Einstein e la sua Teoria della Relatività. Tanto quanto Lenard era interventista e nazionalista, Einstein era pacifista ed europeista ed aveva una marcata simpatia per il governo di Weimar che Lenard invece disprezzava. Inoltre il lavoro di Einstein era molto apprezzato dagli inglesi e tutto ciò finì per far risultare lo scienziato ebreo ancora più odioso agli occhi di Lenard. Beyerchen sostiene che prima della controversia con Einstein, Lenard non aveva pregiudizi contro gli ebrei, ma il fatto che lo studioso fosse uno di loro fu un tratto essenziale che contribuì in maniera probabilmente determinante ad accendere l’antisemitismo nel nostro.

Nel 1921 in uno dei suoi libri Lenard attaccò furiosamente la teoria della relatività, sostenendo che “una teoria che non può rispondere a una semplice domanda con una semplice risposta è insoddisfacente”8. In alcuni scritti successivi insinuò poi che gli intellettuali che non si adeguavano o addirittura attaccavano con veemenza il suo punto di vista tradivano la loro caratteristica lealtà razziale, poiché era proprio degli ebrei trasformare una riflessione obbiettiva in un fatto di lesa maestà personale. Dal 1922 in avanti l’antisemitismo di Lenard si fece via via più marcato ed egli non ebbe remore nel farne sfoggio persino nelle sua pubblicazioni scientifiche. Beyerchen sostiene che l’astio del fisico verso gli ebrei non era solo dovuto al reciso rifiuto della relatività ma anche ad alcuni problemi di ordine personale. Nel 1922 era infatti morto il figlio Werner, probabilmente a causa della malnutrizione subita nel corso della guerra, inoltre Lenard aveva investito come molti altri tedeschi tutti i suoi risparmi nei buoni del governo che alla fine della guerra furono divorati dall’inflazione. Egli ritenne però colpevole di questa sgradevole situazione il “governo giudaico di Weimar”9.A tutto ciò si aggiunse, dando una spinta definitiva allo studioso verso il nazionalsocialismo hitleriano, un incidente avvenuto nel 1922 all’istituto di fisica in cui egli lavorava.

In seguito alla morte del ministro Rathenau, Lenard rifiutò recisamente di rispettare il periodo di lutto, e di esporre la bandiera a mezz’asta sull’istituto di fisica, affermando che il politico aveva solo creato grandi danni al paese. I capi dei sindacati con i loro accoliti si recarono quindi a protestare davanti all’istituto, ma vennero abbondantemente innaffiati da un getto d’acqua. Infuriati, i lavoratori irruppero nell’edificio e Lenard ne dovette uscire scortato dai poliziotti. Il senato accademico ammonì il fisico e lo sospese temporaneamente dai suoi incarichi, ma i suoi studenti raccolsero 600 firme per una petizione ed egli potè essere reintegrato nel suo ruolo di docente. Fu così che entrò in contatto con gli studenti di destra e con i simpatizzanti di Hitler.

Nel 1923 Lenard vide il suo antisemitismo rafforzarsi in seguito al processo per l’incidente all’istituto di fisica. L’avvocato difensore era infatti ebreo e fece ricadere la colpa dell’intera vicenda sul professore. Il ministero del Baden aprì un procedimento disciplinare contro Lenard che però riuscì infine a mantenere il proprio ruolo, ma il suo caso divenne sempre più conosciuto presso i nazionalsocialisti che chiaramente lo appoggiavano e dalle loro idee il fisico si sentiva sempre più attratto. Infatti non molto tempo dopo questi episodi Lenard fece una pubblica dichiarazione di fedeltà a Hitler.

Nonostante tutto lo studioso si risolse a diventare membro del partito solo nel 1937; non perché non ne condividesse gli ideali, ma perché riteneva che nessuno scienziato dovesse far parte di un partito politico.

Nel 1927, malgrado potesse già andare in pensione, Lenard si rifiutò perché la commissione di facoltà aveva proposto come suoi successori due ebrei ed un fisico di marcate simpatie inglesi, quindi di fatto non si ritirò prima del 1931.

Nel 1933, quando Hitler salì al potere Lenard era quindi già un pensionato, ma sottopose direttamente all’attenzione del Fuhrer un memorandum offrendosi come suo consigliere personale nelle questioni riguardanti la fisica. Tuttavia lo scienziato era ormai troppo anziano per poter veramente essere un membro attivo dell’NSDAP, quindi ricevette molte riconoscenze onorifiche ma rimase di fatto un pensionato.

Johannes Stark

Johannes Stark

Johannes Stark, amico di Philipp Lenard, era invece nato nel 1874 a Shickenhof nell’Alto Palatinato. Aveva studiato fisica a Monaco e dopo aver completo il suo dottorato nel 1900 si recò a Gottinga e vi rimase per circa sei anni in qualità di assistente. Si concentrò sul campo di studi della fisica sperimentale e collaborò con Einstein, col quale ebbe una relazione di grande stima, per almeno due anni. In seguito Stark divenne professore ordinario ad Aquisgrana e si fece conoscere in ambito accademico per la sua estrema ansia nel voler salvaguardare la sua preminenza intellettuale e i suoi diritti di priorità. A causa di questo si ritrovò infine come il collega Lenard in disputa con Einstein nel 1912 a causa dell’identificazione di chi per primo avesse scoperto l’applicazione dei quanti alla fotochimica. Anche Stark, come  Lenard, era un convinto nazionalista ed era in totale disaccordo con il pacifismo propugnato da Einstein, come Lenard  ricevette il premio Nobel, ma nel 1919. Un altro tratto che aveva in comune con l’amico era la totale insoddisfazione per la politica del governo di Weimar e la frustrazione per l’umiliazione della Germania, sconfitta nel conflitto della Prima Guerra Mondiale.

Dopo che i suoi tentativi di politica accademica degli anni 1919- 1921 si furono conclusi con una sconfitta, Stark decise di dimettersi dalla docenza nell’università di Wurzburg nel 1922. Se ne pentì però immediatamente e cercò di farsi reintegrare, ma inutilmente. I successivi undici anni furono segnati per lui da un disperato tentativo di ottenere una cattedra che tuttavia non gli venne mai concessa, creando in lui una viva amarezza. Secondo Beyerchen fu proprio questo ad avvicinarlo al nascente partito nazista. Aveva già incontrato Hitler nel 1923, ma solo nel 1924 gli dichiarò pubblicamente fedeltà come aveva fatto il suo collega Lenard. All’inizio cercò di resistere alla tentazione di iscriversi al partito ma, come molti altri suoi colleghi meno illustri di cui ho parlato precedentemente, finì per cedere nel 1930, sperando così di poter ottenere l’agognata cattedra e di vedere il suo prestigio di studioso riconosciuto. Le sue aspettative non furono disattese: nel 1933, in seguito alla sua entusiasta campagna propagandistica dell’ideologia hitleriana costituita da libelli politici e attacchi ai nemici del partito, tra cui la Chiesa e la repubblica di Weimar, ottenne la presidenza del PTR (Istituto Imperiale di Fisica e Tecnologia). Raggiunto finalmente il posto di responsabilità e prestigio che desiderava, Stark cominciò a concepire molti grandiosi progetti, indicando il PTR come la chiave di volta della ricerca scientifica in tutta la Germania, il punto focale tra la scienza accademica e le richieste dell’industria e del governo. Tuttavia il suo ambizioso progetto ancora una volta fallì. Stark tuttavia si fece avanti con una nuova idea: quella di diventare una sorta di dittatore della fisica in Germania10. Questo significava avere sotto controllo tutti i periodici che si occupavano di pubblicazioni scientifiche. Ma anche questo progetto andò in fumo per via della ferma opposizione dell’Accademia Prussiana delle Scienze. I rifiuti tuttavia non facevano altro che rafforzare la sua adesione all’NSDAP; infatti in un articolo del 1934 il fisico dichiarò che i licenziamenti compiuti ad opera del partito nel 1933 non avevano lo scopo di indebolire la scienza tedesca, ma piuttosto di rinforzarla, liberandola dall’ingerenza ebraica.

In seguito, nell’aprile del 1934, Stark inviò ad Hitler la richiesta di essere scelto come presidente per una nuova Accademia delle scienze del Reich di cui proponeva un’articolata struttura interna gerarchica. Questa idea però creò attrito tra lo scienziato e il Ministero dell’educazione del Reich (REM). La questione fu risolta offrendo a Stark la presidenza dell’Associazione di Emergenza degli intellettuali tedeschi a Berlino. Il fisico raggiunse così uno degli ambiziosi obbiettivi che si era posto negli anni ’20: un posto di prestigio nell’assegnazione dei fondi di ricerca della scienza tedesca.

Questa nomina prestigiosa tuttavia non gli valse l’autorità che sperava di ottenere tra i suoi colleghi scienziati. Dopo la morte di Hindenburg il 2 agosto infatti l’NSDAP propose di fondere nella persona di Hitler tutti i poteri dello Stato. Stark appoggiò questa politica di partito inviando un telegramma a tutti i premi Nobel tedeschi, chiedendo di schierarsi pubblicamente a sostegno del Fuhrer, ma parecchi gli risposero di considerare politica e ricerca scientifica due ambiti diversi e distinti. La volontà del fisico di realizzare i desideri del Fuhrer affinché la Germania ottenesse l’indipendenza economica attraverso la scienza e la tecnologia lo coinvolse in diatribe politiche dalle quali in ultima istanza uscì sconfitto. Il colpo finale alla sua carriera fu dovuto al fallimento di un altro dei suoi progetti : ricavare oro dalle brughiere della Germania meridionale. Stark era anche lontano dal percorso che la fisica moderna aveva imboccato ed aveva ormai completato l’allontanamento dalla comunità dei fisici. Nonostante avesse vinto il Nobel, lo scienziato fu sempre frustrato nel suo desiderio di ottenere quel prestigio accademico che riteneva di meritare e quindi ritenne utile associarsi con l’NSDAP, visto come elemento che si opponeva ad un sistema che era per lui un ostacolo. Nonostante sia Lenard che Stark si fossero uniti al nazionalsocialismo per motivi personali, le loro opinioni divergevano, poiché per il primo sussisteva anche un fattore ideologico, mentre per il secondo sembra essere prevalso, secondo Beyerchen, il desiderio di vendicarsi per il mancato riconoscimento del prestigio intellettuale che gli era dovuto.

Giulia Bordonali

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Riferimenti e citazioni

  1.  Bracher K., La dittatura tedesca, p. 106.
  2.  IbidemLa dittatura tedesca, p.112.
  3.  IbidemLa dittatura tedesca, p. 350.
  4.  IbidemLa dittatura tedesca, p.355.
  5.  Gruttner M., “Scienziati nazionalsocialisti”, p. 79,  in Università e accademie negli anni del Fascismo e del Nazismo.
  6.  Beyerchen A., Gli scienziati sotto Hitler, p. 86.
  7.  Ibidem, p. 91.
  8.  Ibidem, p. 98.
  9.  Ibidem, p. 101.
  10.  Ibidem, p. 125.

Bibliografia

Beyerchen A., Gli scienziati sotto Hitler. Politica e comunità dei fisici nel Terzo Reich., Bologna 1986.

Zunino P.G., Università e accademie negli anni del Fascismo e del Nazismo. Atti del convegno internazionale., Torino 11-13 maggio 2005.

Bracher K.D., La dittatura tedesca., Bologna 1973.

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