Politica e Religione nel Medioevo

Ottone III e Silvestro II – Imperatore e Papa uniti contro la donazione di Costantino

di Florian Runschke / pubblicato il 6 dicembre 2014
copertina ottone silvestro imperatore e papa contro la donazione di costantino

Premessa

La donazione di Costantino è verosimilmente il più celebre falso diplomatistico del medioevo e il documento più discusso nella storia della Cristianità. Soprattutto nell’alto medioevo, la polemica e la discussione sul Constitutum Constantini hanno avuto grande clamore e hanno sollecitato i dubbi degli umanisti nel Quattrocento.1 Nonostante ciò, spesso ci si dimentica di quegli osservatori che avevano in precedenza messo in dubbio l’autenticità della donazione. Uno di questi fu un certo Wezel, seguace del riformatore radicale Arnaldo da Brescia, in una lettera datata 1152, indirizzata all’imperatore Federico I.2 Ancor prima, Ottone III, in un atto del 1001 (DO III 389) spedito a Silvestro II, sostiene essere il Constitutum Constantini un diploma falso e accusa i predecessori dello stesso Papa di aver dilapidato i beni della Chiesa.3 Sebbene Ottone III, in questo documento, diffami il papato e dubiti dei suoi beni temporali, non si conosce nulla in merito ad una difesa da parte di Silvestro II. Allora, per quale ragione Ottone III criticò la donazione di Costantino, inficiandone la genuinità, se gli imperatori a lui precedenti li avevano riconosciuti? E perché il papa non controbatté alle offese imperiali contro la sua Chiesa? Questa mia esercitazione prova a spiegare le ragioni del comportamento di questi due importanti attori, i quali si distinguono nettamente dai papi e dagli imperatori antecedenti e successivi.

In questa ricerca sono stato aiutato dalle fondamentali opere di Horst Fuhrmann4 e di Percy Ernst Schramm5, che hanno dato un indispensabile contribuito per una migliore comprensione del Constitutum Constantini. Anche altri autori come Hans-Henning Kortüm,6 Walter Brandmüller7 e Hartmut Hoffmann8 hanno avuto un peso notevole nel mio lavoro, soprattutto per ciò che riguarda il documento denominato DO III 389.

Prima di cominciare con la trattazione dell’opera vera e propria, intendo illustrare come il mio lavoro sia strutturato. Alla premessa, segue la narrazione principale, nella quale tratterò anche di un antecedente al documento DO III 389, la disamina di quest’ultimo, il suo contenuto, la sua origine ed il suo riferimento con il Constitutum Constantini. Metterò in evidenza il programma politico di Ottone III e di Silvestro II, per comprendere pienamente l’agire dei due protagonisti. Infine, nelle conclusioni, cercherò di elaborare una mia originale tesi. In questo modo spero di chiarire la condotta di queste due straordinarie figure, a cavallo tra il X e XI secolo.

Ottone III e il Constitutum Constantini

Antecedente: L’incoronazione di Ottone il Grande a Roma

Fino alla metà dell’XI secolo, non abbiamo testimonianze che un papa avesse mai fatto diretto riferimento alla donazione di Costantino. Nella circostanza da noi esaminata, il silenzio papale appare ancor più bizzarro, considerando che la donazione rivestì un ruolo importante durante l’incoronazione di Ottone il Grande.

Le vicende che qui interessano cominciano nell’autunno del 960, quando giunse una legazione romana di Papa Giovanni XII alla corte reale di Ratisbona.9 I legati, tra cui il cardinale diacono Giovanni “dalle dita mozze” e Scriniaro Azo, vennero ad offrire la corona imperiale, qualora il re li avesse aiutati contro Berengario II, marchese d’Ivrea, e contro suo figlio Adalberto, i quali avevano mosso guerra contro il Ducato di Spoleto e lo Stato Pontificio.10 Ottone I accettò queste loro condizioni. Fece eleggere re suo figlio Ottone II alla dieta imperiale di Worms nel maggio 961, facendolo incoronare poco dopo ad Aquisgrana, al fine di mettersi in marcia già in agosto.11 Ottone I vinse facilmente su Berengario e marciò verso Roma per accamparsi davanti alle mura della città. Hatto II, abate di Fulda, fu inviato in luogo dell’Imperatore a incontrare il Papa, dove giurò che i beni papali sarebbero stati mantenuti e aumentati e che l’onore del soglio pontificio non sarebbe stato leso.12 Dopo il giuramento, Ottone I poté finalmente entrare a Roma e farsi incoronare imperatore da Giovanni XII nella Basilica di San Pietro, il 2 febbraio 962.13 Nei successivi giorni, dopo lunghi negoziati, l’imperatore concesse il Privilegium Ottonianum, che confermò le donazioni carolingie, garantendo al papa il possesso della Città e del Ducato di Roma, degli esarcati di Ravenna, dell’Emilia, della Pentapoli e della Sabina, dei dominii della Tuscia e della Campania, dei Ducati di Spoleto e di Benevento ed anche dei patrimonia di Benevento, di Napoli, della Calabria e della Sicilia. Come già accaduto in accordi precedenti, le pretese papali trovavano riscontro solo sulla carta, nella realtà il governo di questi territori era svolto da altri.14

Ottone III e il documento DO III 389

Il ruolo che il Constitutum Constantini svolse durante l’incoronazione di Ottone I, ci è chiarito dalla lettura dell’atto di donazione dell’esarcato della Pentapoli di Ottone III a Papa Silvestro II, dell’anno 1001. Oggi, questo documento esiste in un’unica copia del 1339, conservata nell’Archivio Segreto Vaticano a Roma, eseguita dal membro della Curia papale Giovanni de Amelio, su commissione di Papa Benedetto XII.15 Sfortunatamente, questa copia manca di datazione e di ricognizione, per tanto non si può avere certezza della sua effettiva consegna. Si può comunque ritenere che Ottone III abbia consegnato personalmente nelle mani del Papa la donazione, senza curarsi di queste formalità.16

All’Inscripitio e alla Promulgatio, segue nel documento la Narratio, nella quale l’Imperatore non solo accusò i papi precedenti di aver dilapidato i beni ecclesiastici, ma di aver anche accettato volontariamente atti falsi, come un documento improbabilmente sottoscritto da Costantino il Grande. A Ottone I, avolo dell’Imperatore, mentre si trovava a Roma, fu chiesta l’accettazione di questo documento, che in realtà il cardinale diacono Giovanni “dalle dita mozze” aureis litteris scripsit, sub titulo magni Constantini longa mendacii tempora finxit.17 Ottone III accusò quindi questo cardinale di aver scritto un documento solenne con la firma di Costantino, cercando di farlo apparire genuino. Questa versione della donazione di Costantino era ad ogni modo già stata riconosciuta quale falso ai tempi di Ottone I e, per questa ragione, non venne mai confermata.18 Oltre a ciò, Ottone III rigettò il desiderio del papato di rinnovare il Patto di Carlo il Calvo, che quod non habuit, dedit. Carlo il Calvo, infatti, era già stato privato della proprietà descritta nel patto e non avrebbe potuto donare alla Chiesa nessuno dei beni indicati. Il papa, di conseguenza, non aveva diritto di muovere alcuna pretesa giuridica su di essi.19 E’ anche probabile che la Chiesa intendesse riaffermare il Priviliegium Ottonianum, che tuttavia non viene menzionato letteralmente nel documento. Ottone III fu molto polemico contro quest’ultima donazione e la considerò priva di validità, anche se, per rispetto nei confronti del suo avo, non poté criticarla esplicitamente.20 Sdegnato da queste e da altre menzogne, Ottone III concesse a San Pietro, ex nostra liberalitate, otto contee dell’esarcato della Pentapoli in un’area a sud di Ravenna. Nel documento in esame, seguono poi una breve Dispositio, la Sanctio e la Corroboratio, prima di concludere con la Subscriptio col monogramma e la bolla di Ottone III.21

Dunque possiamo notare come, quantunque il papato avesse ottenuto alcuni possedimenti, Ottone III considerò ingiustificati tutti i restanti beni temporali della chiesa, non solamente quelli presenti nella donazione di Costantino.22 Infine tenderei a specificare che non è chiaro se alla corte di Ottone III ci si fosse dimenticati di quel funzionario della Curia col nome di Giovanni, il quale aveva prodotto un diploma solenne evidentemente falso.23 Ai tempi di Ottone I, Giovanni non venne comunque punito e, solo anni dopo e per altre ragioni, egli dovette subire varie mutilazioni.24 Ma chi era in realtà questo cardinale diacono Giovanni?

Giovanni “dalle dita mozze” e la falsificazione falsificata

Sfortunatamente le nostre conoscenze su questo cardinale sono scarse, nonostante costui fosse stato uno dei funzionari più importanti di Giovanni XII. Addirittura, dopo l’anno 964, le fonti tacciono il suo nome quasi del tutto.25 Che cosa era successo?

Il cardinale diacono doveva essere stato uomo di grande fiducia per Giovanni XII; questi lo aveva scelto per quell’importante missiva di richiesta di aiuto all’Imperatore. Tuttavia, nel 962, ci fu un grave disaccordo tra Giovanni XII ed Ottone I, allorché il cardinale diacono Giovanni, durante un mandato segreto a Bisanzio, del quale l’Imperatore sarebbe stato contrario, fu catturato da Pandolfo I, principe di Capua, fedele dell’imperatore, che rese noti i motivi della sua missione. Giovanni XII si dissociò immediatamente da ciò che il cardinale stava facendo e lo abbandonò a se stesso. È probabilmente questa la ragione per cui il cardinale diacono si rivolse contro il suo precedente signore e rese nota ad Ottone I la falsificazione della donazione di Costantino.26 La conoscenza delle manovre politiche del cardinale diacono si tramandò alla corte ottoniana fino ai tempi di Ottone III.27 Giovanni XII riuscì comunque, due anni più tardi, a vendicarsi del cardinale diacono per quello che considerava un “tradimento” e lo condannò al taglio del naso, della lingua e di due dita.28 Erano queste punizioni usuali per i reati di cospirazione, mendacia e falsificazione. Da questo fatto deriva il suo soprannome, Giovanni “dalle dita mozze”.29

Oggi non si può stabilire con certezza come il cardinale diacono presentò la sua opera, abbiamo però a disposizione alcuni indizi fornitici dal documento DO III 389. Egli scrisse utilizzando un inchiostro dorato su pergamena forse di colore porpora.30 Per quanto riguarda il testo possiamo essere più precisi grazie al lavoro di Horst Fuhrmann, che afferma di aver ritrovato la versione31 del Constitutum Constantini manipolata dal cardinale diacono Giovanni. Questo testo è inserito in un codice pseudo-isidoriano (Cod. Bamberg. Can. 4) realizzato intorno all’anno mille e conservato oggi nella Biblioteca statale di Bamberga;32 potrebbe essere stato donato da Enrico II alla diocesi di Bamberga con i restanti libri di Ottone III, dopo la sua morte.33

Anche se si tratta di una copia dell’originale, può essere ancora oggi notato come in questo testo il cardinale diacono abbia tentato di manipolare la donazione di Costantino. Ciò che viene principalmente rimproverato a Giovanni è il voler far apparire il documento quale originale, addirittura con una finta firma di Costantino.34 Come si può leggere nella versione della donazione di Costantino del Cod. Bamberg. Can. 4, il copista, che riportò letteralmente il testo di Giovanni, ha rimpiazzato la nota del copista, Et subscriptio imperialis, con la nota della firma, Et propria manu subscribo sic, scritta in inchiostro rosso a lettere capitali, assunta con tutta probabilità dalla falsificazione originale del cardinale diacono.35

Modificando la nota finale della donazione, che voleva essere copia dell’originale, Giovanni ha commesso un errore. I primi falsificatori dell’VIII o del IX secolo,36 che hanno redatto la donazione di Costantino come copia di un originale mai esistito, scrivono, conformemente all’uso cancelleresco di Bisanzio, la nota del copista, Et subscriptio imperialis.37  Invece negli originali delle lettere imperiali la nota stessa non era necessaria, poiché il Basileus firmò in prima persona in inchiostro rosso. Dunque la nota del copista veniva usata solamente nelle copie, come peraltro si faceva anche successivamente con gli atti dei concili ecclesiastici. Evidentemente l’uso bizantino, nella cancelleria papale nel 962, non era più compreso e il cardinale diacono si ispirò alla consuetudine della Curia romana. Invece di eliminare la nota del copista, Et subscriptio imperialis, e di firmare a nome di Costantino, egli la trasformò nella annotazione Et propria manu subscribo sic, come si era abituati in Laterano.38

Silvestro II e il dettato del DO III 389

Nel momento in cui la corte ottoniana venne a sapere che la donazione di Costantino era una falsificazione, eseguita modernamente all’interno della Curia papale, Ottone III reagì criticando con decisione sia la sua corte, sia i predecessori di Silvestro II. Ovviamente, i predecessori non erano più in grado di difendersi; ma per quale ragione Silvestro II subì, senza batter ciglio, questo affronto alla prerogativa papale?39 Forse ciò può essere spiegato rileggendo alcune circostanze della vita del Papa e illustrando la personalità del redattore di questo famoso documento.

Silvestro II, prima dell’elezione al Soglio, Gerberto di Aurillac, proveniva da una famiglia francese di origini modeste. Non era nobile e non era in grado di sviluppare utili relazioni politiche. Era un homo novus, che dovette comprendere da solo i complessi meccanismi che regolavano il mondo della nobiltà medievale.40 Era un uomo ben diverso dai suoi predecessori sulla cathedra Petri, non solo per le sue origini, ma anche per un livello di erudizione molto raro al suo tempo; egli era versato nelle Artes Liberales quanto nelle scienze arabiche e alla cultura del mondo classico-ellenistica. Soprattutto quest’ultima fu il suo punto di forza, considerato che veniva anche ritenuto un maestro di retorica.41 Probabilmente quest’educazione insolita gli fece stringere stretti contatti di amicizia con Ottone III anche prima dell’inizio del suo pontificato. L’imperatore infatti era conosciuto per la sua brama di sapere e per le sue conoscenze di filosofia, storia, letteratura, matematica e greco.42 Le affinità culturali che legavano i due nostri protagonisti determinarono un rapporto nel quale Silvestro fu docente e Ottone discente,43 legame probabilmente rafforzato dall’atteggiamento scettico del Papa nei confronti dell’ambiente romano e della Curia. Contrariamente a quanto si riteneva nel passato, è possibile che papa Silvestro II non fosse succube della Curia, ma che fosse in grado, quando lo riteneva necessario, di affermare la propria volontà anche attraverso l’inganno. Tuttavia ciò non lo si ritrova nelle vicende trattate dove la volontà della Curia di fare affermare il Privilegium Ottonianum e di restituire al papato la Pentapoli mossero probabilmente Silvestro ad una scomoda richiesta ad Ottone. Alla fine la situazione si risolse con un compromesso, che nessuno dei papi precedenti non solo non avrebbe mai accettato, ma non sarebbe neppure stato in grado di ottenere.44 La Pentapoli tornò al papa e la volontà della Curia fu soddisfatta. Questo poté avvenire perché sul Soglio di Pietro sedeva Silvestro II.

Fatte queste precisazioni, passo ora ad analizzare il documento di DO III 389. Secondo lo Schramm, che si rifà a Hermann Bloch,45 fu scritto fuori dalla Cancelleria46 dal vescovo italiano Leone di Vercelli. Costui, proprio come Silvestro II, era uno dei consiglieri e confidenti più importanti dell’Imperatore, che aveva studiato accuratamente le scienze classiche e che era in grado di esibire ampie conoscenze di diritto.47 Rispetto agli estensori, si sa già da qualche tempo che Leone di Vercelli non agì da solo in questo ufficio. Già il Fuhrmann ha supposto una co-redazione da parte di Silvestro II, ma non ha saputo sviluppare in modo preciso questa teoria. Solo nel 1999 Kortüm rivela le mancanze nella ricerca di Bloch e dimostra persino48 che il contributo di Leone di Vercelli fu relativamente scarso.49 Riprendendo la tesi del Fuhrmann, già accennata anche dallo Schramm, Kortüm sostenne che la brevità e la semplicità dello stile non si confacevano a Leone di Vercelli.50 Ritenne invece fosse più probabile una diretta influenza di Silvestro II sul dettato. Il papa spesso attendeva alla scrittura di quei documenti, come pubbliche denunce o donazioni, che lo riguardavano in modo diretto, evitando di seguire i dettami della Curia.51 A dimostrazione di ciò Kortüm elencò alcune ragioni: i buoni rapporti tra il Papa e l’Imperatore, le aspre critiche del Papa nei confronti dei suoi predecessori52 e, soprattutto, il contenuto e lo stile riconducibili a Silvestro II. Compaiono ad esempio i termini Iohannes digitorum mutilus, già utilizzati con accezione dispregiativa da egli stesso, all’epoca Gerberto di Aurillac, nelle Acta del Concilio di Saint Basile di Verzy del 991, e da alcune parole poste a termine del documento, […] ut sibi suisque successoribus valeat,53 che devono essere opera di Silvestro II.54 In oltre, il riferimento alla valenza perpetua delle concessioni imperiali a favore del Papa, che non avrebbero dovuto subire mutamenti con il succedersi dei pontefici, è riscontrabile in numerosi altri privilegi di Silvestro II.55 Kortüm indica ancora altre ragioni, che confermerebbero l’influsso del papa sul documento e conclude sostenendo che il DO III 389 non sarebbe stato redatto da Leone di Vercelli sotto influenza di Silvestro II ma, al contrario, sarebbe stato Silvestro II a scriverlo, forse con la collaborazione di Leone di Vercelli.56

Se accettiamo questa ipotesi, dobbiamo interrogarci sulle ragione che indussero il Papa a scrivere un documento che si pronuncia contro il dominio temporale e il comportamento tenuto dai suoi predecessori, che allo stesso tempo afferma il potere della Curia, accettando di riconoscere il dominio sull’esarcato della Pentapoli. Fu un atto di amicizia nei confronti di Ottone III o fu semplicemente espressione del volere della corte papale? È altresì possibile che il papa cercasse di accontentare se stesso e l’Imperatore? Era veramente Silvestro II un maestro dell’inganno?

Servus Jesu Christi e Servus apostolorum – due idee, una politica comune 

Il Servus Jesu Christi, Papa Silvestro II, ed il Servus apostolorum, Ottone III, ebbero entrambi grandi idee politiche, che intesero trasfondere nelle proprie funzioni. Il primo si considerò come Restaurator ecclesiae Romanae,57 mentre il secondo ambì alla Renovatio imperii Romanorum. Si tratta di due politiche tese a emancipare e a rinnovare i rispettivi poteri, per cui si potrebbe ipotizzare che dissidi e scontri sarebbero stati inevitabili. Tuttavia, come si è visto in precedenza, esisteva tra i due uno stretto rapporto di amicizia, che non si limitò alla sfera personale. Papato ed Impero non si trovavano ancora in quell’opposizione ideologica e istituzionale che si sviluppò nell’XI secolo, motivo per cui, ad esempio, entrambi i due poteri potevano presiedere ai sinodi.58 Espressero le loro pretese, ma si considerarono – ad eccezione di qualche caso sporadico – paritari.

E chiaro dunque che Ottone III non avrebbe mai potuto riconoscere la donazione di Costantino o altre concessioni che riguardassero un illimitato dominio del Papa sull’Italia e Roma, altrimenti le sue pretese di riportare la capitale imperiale all’Urbe sarebbero svanite.59 Si parla infatti del documento di […] hac nostra urbe regia […], con cui si intesero annullare le pretese giuridiche su Roma fatte in precedenza. Addirittura, la Città venne designata come “regale”, al fine di togliere questo titolo a Costantinopoli.60 Non venne toccata comunque la teoria delle due spade, come peraltro traspare da una frase del documento: Romam caput mundi profitemur, Romanam ecclesiam matrem omnium ecclesiarum esse testamur […].61

Dall’altro lato Silvestro II si adoperò per riformare la sua Chiesa e “purificarla” dagli errori dei suoi predecessori, moralmente, politicamente e religiosamente screditati. Si attenne alla tradizione dei concili seguendo il percetto di non essere in antitesi al concilio, ma cooperare con esso.62 Respinse l’influsso dei laici sulla Chiesa, la potestas laicorum, non senza il sostegno di Ottone III.63 Il suo spirito collaborativo è già presente nel nome stesso del papa. Silvestro si riferisce direttamente a Silvestro I, papa coevo a Costantino, che mantenne un ottimo rapporto con l’imperatore, non di dipendenza, ma di collaborazione, e sotto il quale, secondo la vulgata, venne indetto il concilio di Nicea.64 È anche da ricordare comunque che, prima del suo pontificato, Silvestro II ebbe forti sentimenti anti-romani e abbia dovuto contenerli per non andar contro il proprio Sacro Officio, attenendosi alla pietas Romana.65 Questo sua duplicità rese comunque possibili le sue tanto agognate riforme, nelle quali traspaiono critiche pungenti agli atteggiamenti dei Papi e dell’ambiente ecclesiastico. Eppure neanche lui poteva ritenersi indipendente dall’influenza della Curia romana. Qui giovò l’amicizia con Ottone III, col quale fu d’accordo nel rifiuto del Constitutum Constantini del cardinale diacono Giovanni.66 Data la sua grande erudizione, era chiaro che si trattava di una grande falsificazione67 e probabilmente non volle fondare le sue riforme su un documento la cui legittimità era traballante.68 Si trattò di un rinnovamento generale della Chiesa, grazie al quale cinquant’anni più tardi, le riforme di Gregorio VII poterono avviarsi.69 Eppure, senza il sostegno dell’Impero, Silvestro II, homo novus, sarebbe stato costantemente messo sotto pressione dalla Curia e non avrebbe potuto realizzare i suoi piani.

Conclusioni

Anche se Ottone III non negò mai, in linea generale, la donazione di Costantino, non poté riconoscere il Constitutum Constantini di Giovanni “dalle dita mozze”, che avrebbe limitato la sua idea di Renovatio imperii Romanorum e avrebbe impedito il trasferimento della capitale imperiale a Roma. Silvestro II, bisognoso del sostegno dell’Imperatore, non volle alienarsi i favori di costui, insistendo, come i suoi predecessore, nell’affermare la donazione di Costantino. Fu più arguto, e volle far conto sui possedimenti attuali ed incontestabili, come la donazione della Pentapoli, atteggiamento questo più consono alle sue idee di purificazione di una Chiesa corrotta e mistificatoria.70 L’idea della Renovatio imperii Romanorum si allargò all’Italia, fino a Roma, fu una politica comune, di Papato ed Impero, nella quale Silvestro II poté profittare per opporsi alla pressione interna della Curia.

Ottone III, accampatosi a nord di Roma, non lontano dal Monte Soratte dove, stando alla leggenda, Costantino fu battezzato da Silvestro I, morì di malaria nell’inverno del 1002, a soli 22 anni. Senza l’appoggio dell’Imperatore, Silvestro II difficilmente avrebbe potuto continuare la sua coraggiosa politica universale. Tuttavia, anch’egli morì un anno dopo.71 Come si sarebbe svolto il corso degli eventi se i due nostri protagonisti non fossero deceduti così prematuramente? Sarebbero stati in grado di limitare quel dissidio tra Papato ed Impero che caratterizzò il secolo seguente?

Florian Runschke

Ottone III e Silvestro II – Imperatore e Papa uniti contro la donazione di Costantino ultima modidfica: 2014-12-06T11:25:36+00:00 da Florian Runschke

Riferimenti e citazioni

  1.  Vian, Giovanni Maria: La donazione di Costantino. Bologna 2010, p. 96.
  2.  Ibid., p. 84.
  3.  Sickel, Theodor von: Diplomatum regum et imperatorum Germaniae. Ottonis III. diplomata (= MGH, vol. II/2). Hannover 1893, pp. 818 e seg. o Schramm, Percy Ernst: Kaiser, Rom und Renovatio. Studien und Texte zur Geschichte des römischen Erneuerungsgedankens vom Ende des karolingischen Reiches bis zum Investiturstreit. II. Exkurse und Texte (= Studien der Bibliothek Warburg, vol. 17). Lipsia/Berlino 1929, pp. 65 e seg.
  4.  Fuhrmann, Horst: Konstantinische Schenkung und abendländisches Kaisertum. Ein Beitrag zur Überlieferungsgeschichte des Constitutum Constantinii (= Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters, vol. 22). Hannover 1966, pp. 63-178.
  5.  Schramm, Percy Ernst: Kaiser, Rom und Renovatio. Studien und Texte zur Geschichte des römischen Erneuerungsgedankens vom Ende des karolingischen Reiches bis zum Investiturstreit. I. Studien, II. Exkurse und Texte (= Studien der Bibliothek Warburg, vol. 17). Lipsia/Berlino 1929.
  6.  Kortüm, Hans-Henning: Gerbertus qui et Silvester. Papsttum um die Jahrtausendwende (= Deutsches Archiv für die Erforschung des Mittelalters, vol. 55). Hannover 1999, pp. 29-62.
  7.  Brandmüller, Walter: Silvester II. Römisches Primat an der Schwelle zum 2. Jahrtausend (= Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medio evo, vol. 104). Roma 2002, pp. 1-29.
  8.  Hoffmann, Hartmut: Ottonische Fragen (=Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters, vol. 51). Hannover 1995, pp. 53-82.
  9.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, p. 123.
  10.  Beumann, Helmut: Die Ottonen. Stoccarda 1987, p. 88.
  11.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, p. 123.
  12.  Beumann: Ottonen, p. 90.
  13.  Ibid., p. 91.
  14.  Ibid., p. 93.
  15.  Schramm, Percy Ernst: Exkurse und Texte, p. 65.
  16.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, pp. 129 e 130.
  17.  Sickel: Ottonis III, p. 820.
  18.  Schramm: Studien, pp. 163 e 164.
  19.  Ibid., pp. 164 e seg.
  20.  Ibid., p. 166.
  21.  Sickel: Ottonis III, p. 819.
  22.  Schramm: Studien, p. 168.
  23.  Zeilinger, Kurt: Otto III. und die Konstantinische Schenkung. Ein Beitrag zur Interpretation des Diploms Kaiser Ottos III. für Papst Silvester II. (DO III. 389). In: Fälschungen im Mittelalter. Internationaler Kongress der Monumenta Germaniae Historica (= MGH. Schriften, vol. XXXIII/2). Hannover 1988, p. 516.
  24.  Miethke, Jürgen: Die „Konstantinische Schenkung“ in der mittelalterlichen Diskussion. Ausgewählte Kapitel einer verschlungenen Rezeptionsgeschichte. In: Konstantin der Große. Das Bild des Kaisers im Wandel der Zeiten. Colonia 2008, p. 40.
  25.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, p. 133.
  26.  Ibid., pp. 130 e 131.
  27.  Hoffmann: Ottonische Fragen, p. 75.
  28.  Vian: La donazione, p. 74.
  29.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, pp. 131 e 132.
  30.  Hoffmann: Ottonische Fragen, p. 75.
  31.  Non si tratta di una versione pseudo-isodoriana, ma più probabilmente franca. Tuttavia la versione di Giovanni dalle dita mozze sembrerebbe ancora più vecchia. Vedi: Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, pp. 151-162.
  32.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, pp. 143 e 144.
  33.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, p. 147.
  34.  Sickel: Ottonis III, p. 820: […] sub titulo magni Constantini […].
  35.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, pp. 148 e 149.
  36.  Vian: La donazione, p. 65.
  37.  È attestata da varie lettere (Giustino II (570) o di Tiberio I (582)) riportate anche da Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, pp. 140, la presenza della nota del copista, Et subscriptio imperialis, alla fine dello scritto.
  38.  Fuhrmann: Konstantinische Schenkung, pp. 140 e seg.
  39.  Hampe, Karl: Kaiser Otto III. und Rom. In: HZ 140 (1929), pp. 529 e 530.
  40.  Kortüm: Gerbertus, p. 39.
  41.  Uta Lindgren: Gerbert v. Aurillac, II. Wissenschaftliche Tätigkeit und Nachwirkung. In: Lexikon des Mittelalters (Stoccarda: Metzler, [1977]-1999), vol. 4, col. 1302-1303. In: Brepolis Medieval Encyclopaedias – Lexikon des Mittelalters Online.
  42.  Schramm: Studien, p. 97.
  43.  Brandmüller: Silvester II., p. 11.
  44.  Uhlirz, Mathilde: Kaiser Otto III. und das Papsttum. In. HZ 162 (1940), p. 265.
  45.  Kortüm: Gerbertus, p. 54.
  46.  Böhmer, Johann Friedrich: Die Regesten des Kaiserreichs unter Otto III 980 (983) – 1002 (= Regesta Imperii. Sächsisches Haus, vol. II/3). Aggiornato da Mathilde Uhlirz. Graz/Colonia 1956, p. 784.
  47.  Schramm: Studien, p. 100.
  48.  Kortüm: Gerbertus, pp. 55 e 56.
  49.  Ibid., p. 57.
  50.  Schramm: Studien, p. 171.
  51.  Kortüm: Gerbertus, p. 58.
  52.  Ibid.
  53.  Gia menzionato da Schramm: Studien, p. 170.
  54.  Kortüm: Gerbertus, p. 58.
  55.  Ibid., p. 59.
  56.  Ibid., p. 62.
  57.  Brandmüller: Silvester II., p. 2.
  58.  Ibid., p. 11 e seg.
  59.  Schramm: Studien, p. 164.
  60.  Ibid., p. 168.
  61.  Ibid., p. 169.
  62.  Kortüm: Gerbertus, pp. 45 e 46.
  63.  Ibid., p. 47.
  64.  Brandmüller: Silvester II., p. 2.
  65.  Ibid., p. 8.
  66.  Però non fu mai negato l’esistenza della donazione di Costantino in generale, né da Ottone III né da Silvestro II.
  67.  Hampe: Kaiser, p. 530.
  68.  Brandmüller: Silvester II., p. 15.
  69.  Ibid., 29.
  70.  Kortüm: Gerbertus, p. 41.
  71.  Hampe: Kaiser, p. 532.

Indice delle fonti

- Böhmer, Johann Friedrich: Die Regesten des Kaiserreichs unter Otto III 980 (983) – 1002 (= Regesta Imperii. Sächsisches Haus, vol. II/3). Aggiornato da Mathilde Uhlirz. Graz/Colonia 1956.

- Schramm, Percy Ernst: Kaiser, Rom und Renovatio. Studien und Texte zur Geschichte des römischen Erneuerungsgedankens vom Ende des karolingischen Reiches bis zum Investiturstreit. II. Exkurse und Texte (= Studien der Bibliothek Warburg, vol. 17). Lipsia/Berlino 1929.

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- Miethke, Jürgen: Die „Konstantinische Schenkung“ in der mittelalterlichen Diskussion. Ausgewählte Kapitel einer verschlungenen Rezeptionsgeschichte. In: Konstantin der Große. Das Bild des Kaisers im Wandel der Zeiten. Colonia 2008, pp. 35-109.

- Schramm, Percy Ernst: Kaiser, Rom und Renovatio. Studien und Texte zur Geschichte des römischen Erneuerungsgedankens vom Ende des karolingischen Reiches bis zum Investiturstreit. I. Studien (= Studien der Bibliothek Warburg, vol. 17). Lipsia/Berlino 1929.

- Uta Lindgren: Gerbert v. Aurillac, II. Wissenschaftliche Tätigkeit und Nachwirkung. In: Lexikon des Mittelalters (Stoccarda: Metzler, [1977]-1999), vol. 4, col. 1302-1303. In: Brepolis Medieval Encyclopaedias – Lexikon des Mittelalters Online.

- Vian, Giovanni Maria: La donazione di Costantino. Bologna 2010.

- Zeilinger, Kurt: Otto III. und die Konstantinische Schenkung. Ein Beitrag zur Interpretation des Diploms Kaiser Ottos III. für Papst Silvester II. (DO III. 389). In: Fälschungen im Mittelalter. Internationaler Kongress der Monumenta Germaniae Historica (= MGH. Schriften, vol. XXXIII/2). Hannover 1988, pp. 509-536.

Ottone III e Silvestro II – Imperatore e Papa uniti contro la donazione di Costantino ultima modidfica: 2014-12-06T11:25:36+00:00 da Florian Runschke
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