Storia dell'arte

Il Barocco nato dal terremoto (parte III: l’esempio di Catania e la ricostruzione religiosa)

di Paolo Dinaro / pubblicato il 15 dicembre 2014
copertina barocco nato dal terremoto parte 3

Le macerie, gli antichi privilegi, il “fare isola” per la nuova città.

La ricostruzione religiosa si svolse sotto l’egida del vescovo Andrea Riggio.

La bolla di nomina di Andrea Riggio a vescovo di Catania porta la data del 9 marzo 1693. In essa leggiamo l’esortazione a ricostruire la cattedrale e l’episcopio. Il 15 successivo, domenica delle Palme, gli fu conferita la consacrazione episcopale con l’ingiunzione di raggiungere al più presto la città di Catania. Per il suo ingresso in diocesi non poteva essere osservato il consueto protocollo[…] infatti, anche se fin dal mese di febbraio era stato già aperto un varco per collegare la porta di Aci con le rovine della cattedrale, non era pensabile un corteo fra le macerie in una città completamente distrutta, mentre i superstiti erano accampati alla meglio in baracche fuori le mura. C’era, comunque, in tutti la ferma volontà di ricostruire al più presto la città e la presenza del nuovo vescovo costituiva un ulteriore motivo di speranza. (Longhitano, 1989, p. 426 – 427)

Diversi gli incarichi affidatigli: la ricostruzione della cattedrale e dell’episcopio, l’istituzione delle prebende del teologo e del penitenziere e quella di erigere il Monte di Pietà nella bolla di nomina. Gli vengono condonate le tasse dovute alla Camera apostolica, ma con l’obbligo di utilizzare quella somma per la ricostruzione della cattedrale. Uno delle prime iniziative fu quella di ridurre le tasse di curia e distribuire i proventi ai poveri. Il suo programma di governo era semplice e prevedeva la ricostruzione delle chiese, monasteri, del seminario, degli istituti pii, la riorganizzazione e il governo della diocesi e la difesa delle imnunità ecclesiatiche. Questo aspetto condizionò il comportamento del vescovo, soprattutto nei confronti dell’autorità civile, in quanto ritenne la città ostile e desiderosa di limitare le immunità ecclesiastiche. Fece più volte appello ad antichi diritti che il vescovo di Catania vantava come signore feudale dal tempo dei normanni (privilegio che fruttava al vescovo circa 6331 onze annue), e cercò di contrastare i criteri stabiliti per la riedificazione della città, e anche grazie a questo comportamento combattivo riuscì ad assicurarsi alcune situazioni di privilegio per la cotruzione delle strutture ecclesiatiche.

L’obolo alla chiesa di Dio

Uno dei primi provvedimenti presi dal vescovo fu un editto per incitare i religiosi allo sgombero e alla ricerca di oggetti preziosi tra le macerie datato 8 giugno 16931, in modo da meglio stimare le perdite e da poter vendere materiali di pregio danneggiati ritrovati nelle macerie e portati alla zecca di Palermo che, nella situazione di emergenza, accettava questi scambi (in modo particolare con l’argento). La presenza del vescovo era di fondamentale importanza per decidere sulle priorità da rispettare e sulla suddivisione dei finanziamenti. Una prima stima fatta fare dal vescovo Riggio che prevedeva i costi di ricostruzione per la cattedrale, la collegiata (S. Maria delle Elemosine), cinque chiese parrocchiali, sei monasteri e diciassette conventi, questi posti sotto l’approvazione dei differenti padri provinciali, prevedeva una spesa complessiva di 63200 onze; tra questi edifici era stato incluso il monastero di S. Niccolò l’Arena ed esclusa l’abbazia di Santa Maria di Novaluce, che era l’abbazia con la rendita annua più alta nei territori sotto il dominio degli Asburgo di Spagna in quel periodo. Insieme al vescovo di Siracusa, il vescovo Riggio chiese e ottenne dalla Cancelleria vaticana l’autorizzazione ad utilizzare per la riedificazione, per un periodo di tempo di cinque anni, le entrate di legati, messe, e cappellanie che erano rimaste senza beneficiari per la morte delle persone o per la scomparsa dell’ente religioso. In questo documento si enumerano i danni complessivi a 700 chiese, 250 tra conventi, monasteri distrutti, 22 colleggiate, 2 cattredali e 49 tra terre e città desolate. L’ordine di esecuzione vicereale, che segue nel documento al rescritto pontificio, ha la data 18 giugno 16932. Il periodo di tempo relativo alla concessione papale fu breve, appena cinque anni, ma sufficiente alla riedificazione di molto di ciò che era stato distrutto, anche se dei 14 monasteri femminili danneggiati, solo 6 vennero ricostruiti e i patrimoni di quelli soppressi andarono a rimpinguare il fondo economico per la ricostruzione e due, che esistevano solo giuridicamente, vennero definitivamente soppressi. Per la ricostruzione dei monasteri femminili furono seguiti i dettami del concilio tridentino, uno dei quali imponeva un numero minimo di 12 religiosi in una struttura monastica o conventuale; proprio a causa di ciò ben otto monasteri femminili vennero soppressi, e i loro beni incamerati e ripartiti nella ricostruzione e i siti venduti.

Andrea Riggio, il 20 giugno 1693, chiese ed ottenne dalla Congregazione del Concilio di riunire il patrimonio dei monasteri esistenti per costruirne solo tre o quattro. La congregazione nell’accettare la proposta di Riggio pose come unica clausola che fossero prima ascoltati coloro che erano interessati all’unione. Il vescovo, convocata una commissione di ecclesiastici e di laici, dopo matura discussione, decise di riedificare sei monasteri: San Giuliano, San Placido, San’Agata, San Benedetto, Santissima Trinità e Santa Chiara e di assegnare ad ognuno di essi la somma annuale di seicento scudi, ritenuta suffciente per la loro riedificazione e il mantenimento. (Longhitano, 1989, p. 445)

I sei monasteri ricostruiti furono ricollocati in una posizione molto più favorevole rispetto alla precedente ed occuparono una porzione più ampia di spazio urbano, mentre tutti i conventi maschili vennero ricostruiti, in barba alle disposioni tridentine sul numero minimo di religiosi; alcuni rimasero fuori le mura come quelli degli ordini mendicanti, quasi tutti conservarono l’antico sito, ma i religiosi colsero l’occasione per ampliare i propri conventi e, a questo proposito, i benedettini possono essere usati come vistoso esempio di ciò.

Alla soppressione dei monasteri femminili avrebbe dovuto far riscontro un analogo provvedimento per i monasteri e i conventi maschili e per la riduzione del numero dei chierici. Era la richiesta avanzata dal vicerè, che voleva cogliere l’occasione offerta dal terremoto per realizzare una riforma già proposta dal concilio di Trento, ma che non era stata affrontata dalla Santa Sede. Si trattava, però, di un problema che esulava dalle competenze di un vescovo e il vicerè, appoggiato dalla corte di Spagna, lo affrontò direttamente con la curia romana presentando un piano in 5 punti. 1) Per vent’anni non dovevano venire nei conventi siciliani altri religiosi se non per sostituire coloro che man mano sarebbero morti. 2) Non si doveva ricostruire alcun convento che non fosse in grado di sostenere dodici religiosi . 3) Gli altri dovevano essere soppressi e le loro rendite impiegate nella ricostruzione dei conventi distrutti. 4) Per combattere l’abuso dei patrimoni simulati si doveva stabilire nel regno di Sicilia che nessuno poteva ricevere gli ordini maggiori a titolo di patrimonio proprio senza informare preventivamente le autorità cittadine o indicare il luogo in cui risiedevano i parenti, che legittimamente avrebbero potuto avanzare diritti sui beni del patrimonio. 5) Coloro che avevano ricevuto la prima tonsura, se dopo due anni da quando avevano raggiunto l’età idonea non ricevevano gli ordini maggiori, non potevano più godere dell’esenzioni delle gabelle. Si tratta di una proposta seria, che comportava però una riforma di ampio respiro, difficilmente realizzalibile solo per le diocesi colpite dal terremoto. (Longhitano, 1989, p. 447 – 448)

Molte chiese sparirono e altre resistettero, come le chiese di confraternite e corporazioni sostenute dalla fede e dalla generosità dei confrati, un fenomeno diffuso in tutta la Val di Noto.

Le chiese basarono la loro riedificazione su testamenti legati, rendite, canoni rimasti e ancora esigibili e dalla vendita di beni patrimoniali. Numerose le richieste al vescovo e alla Santa sede, con le quali si chiedeva di poter devolvere l’introito di rendite e canoni, ma queste suppliche a volte vengono disattese o accordate solo per periodi di tempo di cinque anni anziché i dieci richiesti. I monasteri e conventi trovarono una fonte di finanziamento più continuativa nelle rendite terriere, in piccola parte nelle doti di monacazione, ma soprattutto nella rendita sulle “bolle”, cioè i prestiti fatti a privati o a istituzioni civili, fra cui alcune città. Molte di queste rendite cessarono improvvisamente per la morte di molti dei beneficiari, perché i fattori cessarono di pagare o perché le locazioni si riferivano a fabbricati distrutti. Alcuni conventi, come quello di S. Francesco d’Assisi, che negli anni aveva accumulato un grande patrimonio edilizio, concedettero parte di questo patrimonio a censo redimibile o enfiteutico: questo permise al convento di contare su rendite piccole ma stabili cosa che allungò il processo ricostuttivo.

L’abbondanza di spazio, la nuova magnificenza

Vi fu anche un altro consiglio che si riunì negli stessi giorni3; composto “di persone religiose” questo consiglio si tenne con l’avallo del vescovo. Ed entrambi i consigli cercarono ovviamente di risolvere i problemi giuridici e finanziari del dopo terremoto ed in particolare la maniera in cui in un dato spazio dovevano, in caso di moltiplicazione dei cambiamenti di sito, stabilire per facilitare i rapporti fra venditori e compratori. L’arbitrato si rendeva necessario per lo stato in cui si trovava la città e per le difficoltà che seguivano la nuova riorganizzazione dello spazio conseguente all’apertura dei nuovi assi. (Dufour L., Raymond H., 1992, p. 141)

Il Consiglio dei religiosi4 insistette molto sulle difficoltà incontrate, soprattutto nel caso di obbligazioni, censi, soggiogazioni, ipoteche nella compravendita di terreni e casalini e cercò subito di definire i limiti di questi e promosse la sospensione dei debiti, in seguito sostenuta anche dal Senato cittadino. Desiderosi di ampliare i loro conventi e di ottenere posizioni migliori lungo gli assi viari, i religiosi attraverso il loro Consiglio suggerirono di sostituire l’asta pubblica, tradizionalmente impiegata nella vendita dei casalini con una doppia perizia a carico di compratore e acquirente, e il ricorso ad una terza in caso di lite, per meglio stabilire il prezzo dei terreni e dei casalini, e, vista l’assenza di contanti nella città disastrata, anziche la vendita diretta, proposero il pagamento di un censo annuale calcolato al 5% del valore, con la possibilità di riscattare il capitale appena possibile.

Si chiedeva inoltre che non si facesse uso del bando pubblico e del sistema del maggior offerente allo scopo di evitare frodi e speculazioni da parte dei proprietari di fronte alle esigenze delle comunità religiose. […]Alla potente comunità religiosa il vicario generale non ebbe comunque bisogno di fare lunghi discorsi perché la fame di spazio urbano era un fatto riconosciuto e continuo che spingeva gli ordinireligiosi, in rivalità costante tra loro, ad accapararsi le migliori aree della città per attirare l’attenzione e i favori dei fedeli. I conventi per ospitare un maggior numero di religiosi (che prima del terremoto non oltrepassavano la media di 30/60 persone per i monasteri femminili e di 10/40 per quelli maschili) non esitarono a cogliere le opportunità date dal piano di Camastra senza badare alla sproporzione fra i loro appetiti e l’esiguità del loro numero dopo il sisma. (Dufour L., Raymond H. 1992, pp. 144-156)

Il Consiglio di religiosi riconobbe il diritto ad “allargarsi più del proprio sito” e di fatto questo diritto era supportato anche da privilegi che permettevano ai religiosi di costringere i vicini alla vendita di terreni limitrofi o confinanti con i loro insediamenti, privilegio usato senza parsimonia dopo il terremoto. Il diritto di “allargarsi più del proprio sito” fu usato per “fare isola”, cioè per regolarizzare un sito allineandolo su quattro strade. Cercare di “fare isola” diventa la base del processo di assegnazione dei siti, operazioni svolte rapidamente, tutte con la firma del vicario generale come garanzia della ricostruzione, già dal 7 febbraio 1694. Questa disposizione ebbe come termine di prelazione 15 giorni dopo la festa di S. Agata5 e fu concomitante ad un editto del vescovo rivolto agli ecclesiastici con il quale li invitava a redigere una dichiarazione scritta indirizzata alla gran corte vescovile in cui avrebbero dovuto indicare i confini e i contratti cui erano sottoposti gli edifici andati distrutti nel terremoto; senza questa dichiarazione si poteva essere esclusi dall’assegnazione a titolo gratuito del sito e dalla ricostruzione. Il 14 giugno 1693 si ebbe l’annuncio del vicario ai nobili dell’assegnazione dei nuovi siti e nell’ottobre arrivò la comunicazione di

Havere ya dividido y designado el terreno del las casas como de los combentos de frayles y monjas. 6

Vengono riconosciuti i bisogni di certe istituzioni religiose o di certe categorie di cittadini in materia di spazio, ma anche delle loro disponibilità finanziarie a realizzare un edificio che possa essere ormamento della città (Dufour L. Raymond H., 1992, p. 159).

Sui criteri di assegnazione si fanno ancora ipotesi e i documenti risultano poco chiari; infatti, l’unica assegnazione che rientra nei parametri indicati sembra essere quella fatta al monastero di S. Niccolò l’Arena l’1 ottobre 1695. Si cercò di mantenere le distanze minime di almeno 500 metri fra gli ordini mendicanti, e quella imposta dal decoro tra i conventi maschili e i monasteri femminili. L’assegnazione non era definitiva e tra gli enti ci furono veri e propri scambi di alcune proprietà per meglio ampliare i loro siti. Quasi tutti gli enti religiosi estesero i loro siti, ad esclusione dei gesuiti7 che rimasero nel loro sito che venne anche ridotto, ed ebbero posizioni di rilievo lungo gli assi principali, tanto che ad esclusione di via Uzeda, in cui sono presenti solo il convento dei Minoriti e la Collegiata, le zone più appetibili della città furono occupate da conventi e via dei Crociferi, in particolar modo, divenne un concentrato di edifici religiosi; in soli 200 metri (dall’attuale piazza S. Francesco d’Assisi, proseguendo sotto l’arco dei Benedettini) sono presenti le chiese intitolate a S. Francesco all’Immacolata con convento attiguo, S. Benedetto adiacente al convento delle bendettine, S. Francesco Borgia, il collegio dei gesuiti, S. Giuliano, il convento dei crociferi con la chiesa di S. Camillo.

I nuovi assi portano alla scomparsa della via Luminaria, l’antica via che collegava la cattedrale a S. Agata Vetere, usata tradizionalmente come percorso processionale e alla scomparsa di alcune chiese, un tempo centri di quartiere e ora emarginate.

Non possiamo dire se queste soppressioni, non seguite da rimpiazzi, abbiano avuto come sola causa il nuovo assetto urbanistico, o sia stato dovuto invece all’impossibilità di restituire alla città tutte le chiese della Catania antica. Sappiamo però che il numero delle chiese ricostruite dopo il sisma venne ridotto in tutta la Val di Noto, ma a nostro avviso non si trattò di una volontà di razionalizzazione tipico di ogni aggiornamento quanto piuttosto dell’impossibilità materiale di procedere ad una ricostruzione integrale. (Dufour L. Raymond H., 1992, p. 205).

Paolo Dinaro

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Riferimenti e citazioni

1 Documento riportato in nota da Longhitano, 1989, p. 434.
2 Cit. in Casagrande, 1906, p. 84 – 85
3 La data di questo consiglio non è indicata, ma si può supporre essere tra il 6 e il 10 giugno 1693.
4 I cui membri erano il vescovo A. Riggio, il tesoriere della Collegiata, il guardiano del convento S. Francesco d’Assisi, e il preposto dei chierici minori, come si evince dal Fondo dei Benedettini, vol. 343, senza n° di foglio, citato da (Dufour, Raymond 1992)
5 La festa di S. Agata cade il 5 di febbraio, anche se i festeggiamenti e le processioni si svolgono tra il 2 e il 6 dello stesso mese.
6 Cit. in Dufour, Raymond, 1992, p. 157 lettera del 1 ottobre 1693.
7 I quali dovettero cedere il terreno su cui era stata precedentemente edificata la chiesa di S. Ignazio per l’apertura di via Uzeda e richiesero l’intervento del vescovo, che già aveva ottenuto dal senato la costruzione dell’arco dei benedettini per collegare la badia grande alla piccola e poter in questo modo permettere alle monache l’utilizzo dell’intero terreno a loro disposizione. L’intervento fu stavolta inutile poiché i gesuiti non ottenero il cambiamento di sito con uno sulla piazza della “fiera nuova” a causa delle proteste dei domenicani, che costruirono sulla stessa piazza il convento di S. Caterina da Siena e dell’università. Dati tratti da (Longhitano, 1989) e (Dufour, Raymond 1992).

Bibliografia

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Sitografia

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http://www.storiamediterranea.it/portfolio/sicilia-aperta-secoli-xvi-xvii-mobilit-di-uomini-e-idee/ ultima consultazione 18/12/2013

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