Dalle macerie e antiche leggi alle “linee” per la nuova Città.
Dopo il terremoto il viceré Giovan Francesco Pacheco duca d’Uzeda prese rapidamente le misure necessarie a fronteggiare le conseguenze della catastrofe (soccorsi, mantenimento dell’ordine pubblico, problematiche sanitarie). A causa dell’assenza di notizie certe e di relazioni scritte di testimoni oculari, furono nominati dei vicari plenipotenziari. Furono nominati il 19 gennaio 1693 dal vicerè il duca di Camastra, il principe di Aragona e il vescovo di Siracusa assistiti da tre commissari, don Giuseppe Asmundo, don Giovanni Montalto e don Scipione Coppula.
Giuseppe Lanza duca di Camastra non era ancora arrivato a Catania, la più importante città demaniale della val Demone e quella maggiormente danneggiata, e venne a sapere che i suoi incarichi erano aumentati; egli, infatti,
creato vicario generale con pienezza di poteri, ebbe affidato in un primo tempo il governo della Val Demone ed ebbe estesa successivamente la propria giurisdizione alla Val di Noto, essendo stato trasferito da questa Valle a quella di Mazara, perché colpito da gotta, l’altro vicario generale Principe d’Aragona ed avendone tenuto interinalmente il governo il Vescovo di Siracusa (Gallo, 1975, p. 38)
Insieme a lui, l’ingegnere militare Don Carlos Grunembergh fu incaricato di controllare lo stato delle fortificazioni, l’unica parte della città che l’amministrazione regia era disposta a ricostruire a proprie spese, e proprio per porre le basi della ricostruzione furono inviati a Catania 1000 scudi per i primi soccorsi e furono sospese le gabelle per 10 anni.
La presenza del vicario generale a Catania, dove aveva posto la sua sede, placò i primi e inevitabili conflitti della classe dirigente, e una delle prime decisioni meditate in seno al Consiglio Generale presieduto dallo stesso duca, fu la ricostruzione in situ della città.
Stabilì sito non cambiabile e di quello dove era fabbricata la città non solo per la vicinanza del mare, per l’abbondanza delle acque, per la salubrità dell’aere, ma parimente per essere illese dalle rovine del terremoto le muraglie e nuove fortificazioni della città fortificata da gagliardissimi bastioni e baluardi di spesa moltissima considerazione tanto che lasciandoli in abbandono sarebbe stata pazzia non solo per non potersi abbandonare le fortificazioni reali ma pure perché eziando e in qualunque altro luogo cessando le dette ragioni s’havesse fabbricato la città non si havrebbe mai potuto monire di così bastante recinto per chiamarsi Città degna di quale attualmente ella si è. (Cit. in Dufour L. Raymond H., 1994, p. 90)1
Questa decisione rese più rapide le operazioni di sgombero delle macerie e l’inizio della ricostruzione, che, infatti, comincerà già a maggio dell’anno successivo, mentre a Noto ancora nel 1700 si discuterà su dove edificare, come dimostra l’ordine del viceré datato 8 marzo che permetteva ai netini di edificare in località dell’Alveria, anziché sul sito delle Meti2. Il duca riuscì a debellare un fenomeno tipico successivo alle catastrofi, lo sciacallaggio, con il ripristino delle forche e fu recuperata parte della refurtiva, che venne restituita ai legittimi proprietari. La divisione dei lavori era fondamentale come l’organizzazione e per questo fu
Compito del Senato, in quei drammatici frangenti, l’applicazione dell’esenzione delle tasse, l’organizzazione provvisoria dell’amministrazione, il finanziamento della ricostruzione, la deliberazione sul sito e sul nuovo piano e i mezzi da adottare per facilitare la compravendita dei terreni e delle case rovinate tramite l’istituto della Deputazione dei Casalini. ( Dufour L., Raymond H., 1992 p.140)
Queste decisioni, prese in accordo con il vicario generale e sotto l’approvazione del Tribunale del Real Patrimonio, dovevano essere attuate il prima possibile. Una prima riunione del Senato fu tenuta l’8 maggio 1693, al ritorno dal viaggio del duca di Camastra nel Val di Noto, in cui erano stati presi i primi provvedimenti per la sepoltura dei morti e fatto il calcolo dell’entità dei danni, con i primi interventi del caso, tra cui anche la costruzione di baracche per la sistemazione dei sopravvissuti.
Reperire i fondi per la ricostruzione
Già dal 22 gennaio 1693 erano stati inviati dal viceré mille scudi a Catania, insieme con altri stanziamenti per Augusta e Siracusa, per far fronte alle prime urgenze delle piazzeforti. La ricostruzione non poteva essere integralmente a carico dello Stato spagnolo, disposto a finanziare solo il ripristino delle fortificazioni. Il denaro di cui aveva bisogno il duca per soccorrere la popolazione doveva essere trovato sul posto. Nei casi di catastrofe naturale la regia corte accordava esenzioni delle tasse, la sospensione del pagamento dei mutui della città ed eventualmente anche dei suoi debiti. Questo comportava anche la soppressione di alcune gabelle3 locali per venire incontro alla grave situazione economica della popolazione, cosa che abbassava notevolmente le disponibilità della città stessa. Di fatto, lo stesso viceré si raccomanda di non eliminare le gabelle meno gravose per il pubblico in modo da avere i fondi necessari alla costruzione di strutture provvisorie in legno dove officiare il culto divino.
Nel 1693, pur di conservare la manodopera, mantenere un sistema economico già avviato ed impedire un crollo delle rendite, il feudatario colpito dal terremoto, oltre l’esenzione decisa dal viceré, poteva poi aiutare direttamente la ricostruzione anticipando somme importanti per le infrastrutture così come avvenne ad Avola e Grammichele. (Dufour L, Raymond H., 1992, p. 168).
Importante era mantenere la popolazione nella città demaniale4 ed evitare che i contadini andassero nelle vicine città feudali5 o baronali6 per usufruire di esenzioni e impunità offerte da queste città per attirare nuovi coloni. Il resto della popolazione catanese era convinta di poter usufruire delle esenzioni che il governo spagnolo aveva stabilito per almeno vent’anni, furono invece revocate nel 1697, ad appena quattro anni dai terremoti.
Il Senato catanese nel luglio 1693 chiese al tribunale del Real Patrimonio l’autorizzazione alla vendita del Piano Coniglia7, dalla cui cessione a don Francesco Gravina de Cruyllas nel novembre 1694 avrebbe ricavato 2000 onze, somma che superava il preventivo fatto per la rimozione delle macerie dalle strade. Per questa vendita fu chiesta l’estensione extra mœnia della soppressione delle ipoteche già concessa per i terreni entro le mura.
Il Vicerè aveva disposto intanto – riscuotendone l’approvazione dei superiori organi di governo madrileni- che i beni mobili, i quali toccavano alla Corte in mancanza di legittimi proprietari ed eredi, fossero devoluti alle opere di riedificazione ed al soccorso dei centri rovinati; si era sentito, poi, il bisogno di estendere l’oggetto di tale devoluzione ai feudi ed ai beni immobili, che erano riservati al Real Patrimonio, perché i sudditi sconfortati da tanta sventura potessero sperimentare il particolare affetto del Sovrano, che si dimostrava in tale circostanza vero padre; si poneva, peraltro, la limitazione che a godere di tale beneficio fossero soltanto quelle località dove tali beni si trovavano. Le autorità in parola non approvavano il mezzo che intendeva applicare il duca di Camastra, il quale intendeva servirsi della quinta, quarta e terza parte dell’oro, dell’argento, dei gioielli e degli altri effetti, che si fossero recuperati dalle città rovinate e dalle case crollate dei privati cittadini ai fini sempre di adoperarli alla ricostruzione delle loro patrie. Questo incameramento di beni mobili là dove erano ancora superstiti i legittimi proprietari venne considerato sconveniente, in quanto assumeva caratteristiche di una vera e propria frode. (Gallo, 1975, p. 49-50).
L’ordine del giorno: “L’uso della liberazione delli Casalini”
La deputazione dei casalini esisteva da molto tempo8 e serviva per vendere, a chi ne faceva richiesta, le abitazioni abbandonate e cadenti. Il che favoriva l’abbellimento della città. Si metteva in questo modo a disposizione di eventuali acquirenti porzioni di suolo urbano senza temere rivendicazioni successive da parte di eventuali creditori. Si trattava della vendita detta sub verbo regio che avveniva mediante pubblico bando al miglior offerente ed il cui prezzo in contanti era versato alla banca del Senato. (Dufour L. Raymond H., 1992, p. 144)
Catania non era una città feudale ma demaniale; per l’occupazione del suolo, quindi, non poteva essere regolata da un principe come nel caso di Avola. Per evitare speculazioni ed accaparramenti da parte di privati e di enti ecclesiastici, il Consiglio del Senato propose di sostituire l’asta con una stima fatta da due esperti, l’uno per il compratore e l’altro per il venditore, con il ricorso ad un terzo esperto in caso di litigio. Nel caso in cui la compra-vendita non superasse le 40 onze, valore indicativo, era favorito il venditore nella stima per una “terza parte”, regola non inventata nel post terremoto ma precedente e nata per favorire le grandi operazioni immobiliari9.Il Consiglio fece anche in modo di non usare la valutazione tradizionale, ma di dare un valore anche a quanto rimaneva tra le macerie, come eventuali materiali ancora utilizzabili (travi di legno, pietre, pietre da taglio, marmi) e ai diritti d’uso di pozzi e cortili. Quanto rimaneva di costruito aveva un peso rilevante nella stima, il prezzo del suolo era pari a circa un trentesimo della valutazione mentre l’uso del pozzo era stimato fino ad un terzo, in base al numero degli aventi diritto ad usufruirne ed il fabbricato rimasto nei due terzi. La muratura rimasta in piedi era valutata in 20 tarì la canna, mentre “l’attratto sfuso” valeva solo 3 tarì la canna.
I prezzi dei terreni furono fissati secondo tre zone già dal Consiglio dell’8 maggio 169310.
Secondo Dufour e Raymond
Queste tariffe del suolo tenevano conto delle antiche consuetudini e del nuovo piano, cioè della nuova situazione creata con i grandi assi anche se si continuava a ragionare in termini di contrade. La contrada rimaneva infatti un punto fermo nello spazio urbano nel quale un certo numero di vicini si identificavano con la quotidianità dello spazio oltre che sulla base delle pratiche devozionali. […] Il prezzo del terreno registrava quindi un valore differenziato già stabilito e non ci sentiamo di affermare che vi fosse la volontà dichiarata di allontanare dal centro i meno abbienti che non avevano mai avuto voce in capitolo e non abitavano nel centro della città come si evince dai “riveli”. Tutt’al più il prezzo elevato e soprattutto l’obbligo di costruire in tempi rapidi i pianoterra con botteghe e magazzini favorì indubbiamente i grandi proprietari. […] Il popolo minuto dei bordonari e dei contadini andò così ad installarsi alle porte della città soprattutto nel borgo fuori la Porta di Aci dove trovò maggiore spazio per le sue esigenze. (Dufour L. Raymond H., 1992, p. 150)
Le nuove “linee” della Città
Per la realizzazione del nuovo piano gli obiettivi erano chiari:
allo stabilimento del sito del sito in rifabbricare la medesima città con condicione però che si dovesse fare un nuovo e nobile disegno tanto per rimodernare le antichità e strutture della città quanto per abbellirla di belle strade a retta linea intersecate da altre secondo l’arte conforme alle delle regole dell’architettura con condizione però che fossero larghe e grandi. (Dufour L. Raymond H., 1994 p.110).
Era prevista la costruzione di ampie strade su terreni che in gran parte erano di proprietà privata o di enti religiosi; fu, quindi, necessario definire uno statuto del suolo urbano e dunque un nuovo rapporto tra pubblico e privato. Dufour e Raymond ipotizzano che le riduzioni di terreno non siano state imposte senza indennizzo, ma compensate con terreni confinanti dati in cambio o con dei meccanismi compensatori come nuovi spazi concessi, facilitazioni e priorità nell’acquisto di terreni confinanti, come fanno pensare alcune clausole di atti notarili per terreni collocati in posizione secondaria che chiariscono l’impegno d’indennizzo ai proprietari in casi di esproprio.
Sulla precedente pianta cittadina e all’interno delle antiche mura va a innestarsi il nuovo impianto viario la cui griglia è composta di assi gerarchizzati a 8, 6, e 4 canne11. La struttura portante di questo progetto è costituita da una crux viarum, l’incrocio di due assi di 16 metri, che attraversano la città da nord a sud e da est ad ovest, anche se quest’ultimo non è perfettamente ortogonale al primo un elemento che non è molto percepito e che contribuisce a creare un “caos regolare”.
Il primo asse, la via Uzeda (attuale via Etnea) si appoggia su due punti obbligati: la Porta Aci da un lato ed il Duomo dall’altra. Il secondo asse via Lanza (attuale via San Giuliano) riprende parte dell’antico Corso, lo prolunga e apre un nuovo varco verso est per formare con il precedente una «cruciera di due ben concertati stradoni a guisa di Palermo». Questo incrocio doveva essere arricchito «di una sontuosa architettura che disponeva ai Quattro canti erudite invenzioni accordate fra gli intagli d’altre quattro sontuose prospettive arricchite di molte statue». (Dufour L. Raymond H., 1992, p. 98)
Il modello seguito è quello del Cassero e del Teatro del sole di Palermo, ma non si realizzò a pieno a Catania per motivi topografici12 e storici che non riuscirono ad assicurarne continuità e funzionalità per cui si rafforzò l’antico centro (la Civita).
Il terzo asse detto di San Francesco e San Giuliano (attuale Corso Vittorio Emanuele) largo 12 metri che va da est ad ovest ed unisce la Civita e l’antico insediamento romano. Un asse creato ex novo, che riprende solo piccoli tratti viari preesistenti come via degli Argentieri e che, con il tempo, ha assunto il ruolo di asse est-ovest della città, sul quale si sono succeduti gli allineamenti di conventi e monasteri. Assume il ruolo di “via sacra” la via San Filippo, l’attuale via Garibaldi, asse di 12 metri che inizia idealmente davanti al portone della cattedrale e finisce oltre le mura, nei pressi del bastione di San Giovanni. Il terzo e ultimo asse di 12 metri, via dei tre Santi, la cui ipotesi d’identificazione è con via dei Crociferi, un asse viario che esisteva già ai tempi dei romani, ma è allargato e regolarizzato, fino all’attuale piazza San Francesco, già piazza delle Erbe, e con una forzatura sfocia nella nuova via San Filippo, che in quel punto si allarga in piazza Mercato con colonnato brunelleschiano. Tutte le altre strade sono rettificate e portate ad una larghezza minima di 4 canne.
La concezione dello spazio urbano è nuova e priva di una dichiarazione d’intenti, come per Noto o per Avola; abbiamo solo pochi disegni di progetto in cui sono tracciate poche linee poco definite, ma che fanno da filtro tra l’idea e il realizzato che possiamo ancora oggi vedere13.
La consuetudine e le nuove disposizioni: i beni dotali dopo il terremoto.
Il proposito di una celere ricostruzione contrastava con leggi antecedenti, come quella della restituzione dei beni dotali nel caso di prematura morte della moglie in una coppia senza figli.
Nell’aprile del 1694, per volontà del duca di Camastra, inviato del viceré Uzeda, il consiglio cittadino postosi in accordo con i propositi del governo centrale, delineò le linee maestre della riedificazione urbana: per abbreviare i tempi della ricostruzione l’assemblea civica stabilì, in deroga alle norme vigenti all’epoca, che gli edifici rovinati andassero esenti da ogni precedente vincolo e, nel caso specifico, dei beni dotali, si convenne di considerarli sciolti dall’obbligo di restituzione agli aventi diritto. (Privitera, 1995, p. 236)
Il Senato cercava di garantire l’immediato e completo possesso dei beni immobili così che fosse diffuso un maggiore impulso alla ricostruzione. Non si sa se questa disposizione sia stata presa solo dal senato catanese o se fosse diffusa nell’intero regno, a dimostrazione della varietà socio-politica della Sicilia, anche se le autorità del governo spagnolo e vicereale cercarono di favorire l’alienabilità degli edifici lesionati o distrutti. Questa tendenza è confermata dal fatto che persino in assenza di requisiti d’indigenza le autorità centrali avevano cura di non penalizzare chi, tra le parti, avesse provveduto alla riedificazione o al restauro dei beni immobili. Tra le autorità locali e le èliteurbane, nei singoli casi, si assiste a lotte per la conservazione di rapporti di potere o per generare nuovi rapporti clientelari; tendenze opposte, miranti alla conservazione o al sovvertimento delle gerarchie consolidate. Gli esempi rinvenuti nei documenti indicano, infatti, come i processi legati alla ricostruzione trovino una chiave di lettura nella complessità della ripartizione di competenze tra governo centrale e poteri locali, che si modulano e si modificano proprio a seguito del terremoto.
Paolo Dinaro
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