Il turco in età moderna: un’icona, Lepanto

di Mario Brandolini / pubblicato il 19 Gennaio 2014

Introduzione

Storia e iconografia insegnano come non vi sia netto dualismo fra Oriente e Occidente, in particolare fra Europa e mondo turco, quanto piuttosto una dialettica. È quindi importante il contesto geopolitico. Però non bastano fonti materiali, né singole fasi storico-geografiche come Lepanto, a dare idea della psicologia collettiva. A tal fine si deve considerare anche la lunga durata: vita quotidiana, costumi, e via dicendo 1 .

Un primo esempio è la Spagna dopo la Reconquista: i moriscos erano ritenuti quinta colonna per penetrazioni musulmane. Si comprende allora che le fonti materiali (geopolitica e documenti relativi) siano un’importante base per definire un’epoca, ma non va dimenticato che a valle del tutto ci sono anche fonti non materiali (mentalità, iconografia). Queste ultime paiono perfino ‘travalicare’ istituzioni e strutture politiche, che sono a monte. Senza lo studio di archetipi e fonti iconografiche, non si spiegherebbero in Età moderna elementi di retaggio medievale come la mentalità crociata. Si pensi infatti agli effetti psicologici di realtà, quali Lepanto nel 1571, che in confronto sono insignificanti militarmente. Lo stesso vale per fenomeni apparentemente paradossali: all’indomani del 1453 i Turchi bloccano le rotte, ma i contatti persistono, come puntualizza ad esempio Alessandro Barbero ripreso in “Conclusione”. Del resto, nella Storia a divedere l’Est dall’Ovest non è stata tanto la divergenza fra Islam e Cristianesimo quanto quella tra Ortodossi e Cattolici, come sottolinea Huizinga.

Sull’iconografia del Turco nel Ponente in Età moderna, alla luce di quanto detto sembra che l’Europa innanzi agli Ottomani fosse vista come àncora di salvezza 2 . D’altra parte, in risposta alla complessità delle crisi coeve, non era raro che ci fossero ‘tradimenti’, come dimostra l’aumento di renegados. Va quindi ribadita l’importanza delle fonti non solo materiali, a dare l’idea delle diversificazioni e complessità dei punti di vista. Nella fattispecie, l’immagine del Turco nelle coscienze europee rimane fondamentale paradigma, e come tale è trattato da studiosi come Maria Pia Pedani, ripresa in “Conclusione”.

Studiosi come Anastasia Stouraiti o Staale Sinding-Larsen, in particolare, enfatizzano l’iconografia di Lepanto come emblema di riferimento imprescindibile per la trasmissione, spesso manipolazione, della figura del Turco nell’Europa moderna. Infatti la speranza di un ripiegamento islamico assumeva più funzioni: mezzo propagandistico per i vertici politico-religiosi, e motivo di sollievo per quella che oggi chiameremmo “opinione pubblica”, ma sempre a costo di distorcere o minimizzare la realtà (l’incombenza degli Ottomani anche alle soglie del 1600, fino all’assedio di Vienna a fine XVII secolo) 3

Capitolo I: Il 1453 e i suoi effetti

Ossessione turca di Giovanni Ricci, edito nel 2002, si apre significativamente con una frase di Papa Pio II del 25 Settembre 1453: «Omnium rerum vicissitudo est, nulla potentia perpetuo manet. Fuerunt Itali rerum domini, nunc Turchorum incohatur imperium». Ribadiamo che tali parole dimostrano l’importanza delle fonti ‘mentali’, nel nostro caso per una cesura simbolica. Si percepisce anche lo sfondo culturale: l’Umanesimo, il recupero dei Classici, in particolare di tipici indirizzi stoico-epicurei come il concetto di “Thanatos” a 360 gradi.

In pratica, approfondendo quanto già detto, le fonti immateriali stanno a valle rispetto a quelle materiali, ma in qualche modo le ‘superano’ perché emblematiche di un più ampio sfondo psicologico-culturale. In questo caso, la presa di coscienza (fonte non materiale) della nuova età aperta dai Turchi è prodotta da una svolta politico-istituzionale (fonte materiale), me l’eco della presa d’atto è tale da avere di fatto più forza nei cambiamenti radicali. Mi è parso opportuno, a questo proposito, richiamare l’attenzione su un proverbio: “Taglia più la lingua [parole, pensieri] che la spada”.

Secondo la definizione della terza edizione (1691) della Crusca, “Turco” si definiva «colui “che è della setta maomettana” [definizione ampia, prodotto appunto del comune sentire nell’Europa cristiana] » 1. Del resto:

Per secoli i Turchi-useremo la parola nell’accezione larga della Crusca-sono stati uno dei principali temi di conversazione, di passione, di scrittura. Perché non era un qualsiasi popolo infedele e nemico: al contrario, erano insieme esterni ed interni alla storia europea. Con i Turchi si intesseva un rapporto intenso, tormentato, impastato di odio, terrore, deprecazione, ma anche di curiosità, attrazione, malcelata ammirazione [si pensi, come ricordato, all’aumento di renegados] 2.

Allargando lo sguardo:

Vi si incontra […] le suggestioni figurative, i tappeti e i turbanti, i cimeli e i trofei; i tentativi di crociata e la nascita della scienza turcologica; le ambiguità della poesia epica e l’attrazione per le sessualità non conformiste dei barbareschi […]; lo stupore al passaggio di visitatori turchi e l’imbarazzo religioso al ritorno degli schiavi cristiani liberati […]. Ci conforta l’esempio di illustri filoni storiografici che non temono la parola «immaginazione», pur evitando di confondere […] le possibilità con i dati empirici 3.

Si ricava ancora l’importanza del panorama culturale e mentale. In questo caso solo in apparenza il Rinascimento, come ricerca di Classici, cozza con l’Orientalismo: il Rinascimento è comunque eclettismo. Caduta Bisanzio, crescevano superstizioni e paure: tanti

credettero imminente la fine della cristianità. Il cavallo rosso dell’Apocalisse […] irruppe sulla scena mentale europea indossando di preferenza l’abito del turco; interpretato anche come esecutore di vendette divine sui cristiani peccatori […]. Nel 1478 un certo maestro Costanzo, «pictore», fu inviato a Stambul dal re di Napoli […]. Intanto, maestro Costanzo aveva dato alimento all’empia passione del sultano musulmano per la figurazione del corpo umano. Unita ad altre qualità del sovrano (il culto delle reliquie, la venerazione della Madonna), essa fece favoleggiare di una sua possibile conversione 4.

Positivi o negativi, i contatti fra le due civiltà alimentavano l’immaginario collettivo. Venezia ne era vitale nodo, tanto che imbarchi per l’Est dovuti a motivi affettivi parevano «una versione ufficiale data in pasto al popolo per rassicurarlo che i temuti turchi se ne andavano lontano, non c’era il rischio di vederseli ripiombare addosso» 5. Estendendoci a tutta la Storia moderna, vanno ricordate importanti parole dalla quarta di copertina di Appello al Turco di Ricci: «Il libro analizza la permeabilità della linea di cesura fra cristiani e musulmani». L’arco 1453-1571 è simbolico, perchè «corrisponde all’apice del mito dell’invincibilità ottomana […]. Dalla fine del XX secolo gli storici hanno valorizzato le piste di una storia mediterranea integrata [cfr. Braudel]» 6.

All’indomani del 1453, il Turco fu visto come

L’esecutore della punizione divina contro i cristiani: i bizantini scismatici […] e i latini peccatori e rissosi […]. La Cristianità sarebbe arsa in una nuova Apocalisse, dopodiché sarebbe giunto un sovrano universale destinato a regnare sino al giorno del Giudizio. Il sultano Maometto II il Conquistatore ne era […] l’anticipazione storica, in quanto erede di tutti gli imperi, signore di sudditi appartenenti a tutti i popoli e a tutte le religioni. Fine dei Tempi, Regno della Bestia, Settima Piaga, Avvento dell’Anticristo; erano queste le espressioni che risuonavano nelle chiese e nei palazzi di governo 7.

Circa dieci anni dopo,

nel momento in cui falliva l’ultima crociata di impianto medievale, il medesimo papa che l’aveva suscitata, Pio II, inaugurava una nuova modalità di relazione con i turchi: appellarsi a loro […]. Dall’Europa cristiana arrivavano strani appelli a Istanbul: e Istanbul non si sottraeva in linea di principio, anzi si attrezzava simbolicamente al ruolo di capitale universale che gli avversari stessi sembravano attribuirle 8.

Alla luce di quanto detto finora sugli effetti del 1453, si può riassumere il mutamento dell’atteggiamento nei confronti del Turco ricordando che, da allora, le speranze vertevano sul venire a patti col mondo musulmano, e non più sull’allontanamento ottomano dall’ormai islamizzato Medio Oriente. Il tutto può considerarsi un fattore che inaugurava la diplomazia moderna, sempre più laica. Lo sfondo è l’ “Autunno del Medioevo”, peri citare il titolo di un libro di Huizinga divenuto famosa etichetta storiografica. Inoltre per lo storico olandese, come già detto, tutto sommato la divergenza tra Islam e Cristianesimo è sempre stata fra le meno profonde spaccature Est/Ovest. Analogamente, più che la diversità confessionale in sé, sembra che siano invece state le variabilità delle relazioni internazionali nei confronti della Porta-insieme ai potenziali sospetti conseguenti-a segnare dissidi Est/Ovest in Europa. Si torna così a parlare della labilità dei confini fra Europei e Turchi.  D’altra parte, come dimostrano immagini tra cui la numero 3 in Appello al Turco e come ci ricorda lo scenario letterario di Machiavelli o Guicciardini, il Turco per l’Europa sembra una sorta di minimo comune denominatore cui si cerca, secondo la realpolitik, di opporsi o meno 9.

Capitolo: gli europei e il turco nel rinascimento, tra Realpolitik e mentalità popolare

Per ricollegarci alla bibliografia, nel 1500 cresceva l’«Ossessione turca», espressione emblematica dell’atteggiamento controverso:

Pur respinti dalla terra d’Italia, i turchi continuavano a destare preoccupazione. Nel 1537 al successore di Alfonso II, Ercole II d’Este, fu dedicato un libriccino […]. Si trattò della versione italiana della Confusión de la secta mahomética y del Alcoran, uno scritto della spagnolo Juan Andrés, «già moro, hora per la divina bontà cristiano e sacerdote». […] aveva un duro taglio controversistico, secondo l’interpretazione vigente dell’Islam inteso come deviata setta cristiana. Non digiuno di filologia coranica, l’autore descriveva «in che modo, per qual via e dove quella falsa setta ebbe principio ed etiando come è stata tanto augmentata»; narrava, col livore proprio del transfuga, «la natività, vita e morte di Mochometo»; il tutto «in utilità e confirmation de gli fedeli e in conversion de gli infedeli sequaci della detta setta» […]. Negli stessi anni il duca non frapponeva ostacoli agli ebrei spagnoli e portoghesi che […] fuggivano nel più ospitale impero turco 1.

Le parole rimandano al clima coevo:

Intanto […] si abbatteva un diluvio di poemi popolareschi in ottave dedicati alle guerre coi turchi […]. A tutt’altro livello di cultura era talora il mondo fantastico dell’Ariosto che guidava la percezione dei turchi-o meglio, l’immagine fantastica […]. [In etnografia] i turchi [erano] paradigma di alterità e vicinanza, di estraneità e familiarità insieme [:] l’attenzione ai turchi si avvaleva ormai di una pluralità di registri 2.

Entrando più nel dettaglio della vita quotidiana sullo sfondo dell’immaginario collettivo, giova ricordare elementi di fatto archetipici dei Turchi, come suppellettili e schiave nonché vari trofei di guerra:

I registri di spesa della corte [d’Este] aprono altri squarci sul fenomeno: un fenomeno in base al quale […] esistevano uomini considerati proprietà di altri uomini […]. [Si parla] di curiosità esotiche, di ornamenti e sollazzi per la corte […]; segni di regalità come potevano esserlo i serragli di animali selvaggi 3.

Sembra proprio che l’ “ossessione turca” sia onnipresente e multiforme. Si pensi in particolare, verso il 1600, ai vari rimandi anche impliciti a quel mondo esotico; infatti «il mondo dell’Orlando Furioso, gli scontri fra cristiani e mori, riempivano la […] cultura» 4.  Giova riconsiderare il detto “Taglia più la lingua che la spada”: tali ‘guerre di idee’ da un lato erano innescate da fatti bellici, dall’altro erano così capillari da sembrare anche causa, non solo effetto, degli eventi storici. Ad esempio

Conclusa l’infelice campagna d’Ungheria, il Tasso ne diede una trasfigurazione letteraria nella Gerusalemme liberata […]. «Gran tiranno» è Solimano il magnifico e «iniqua setta» è la religione musulmana, secondo l’usuale terminologia […]. Il volonteroso intervento in Ungheria non produsse benefici ad Alfonso [d’Este], ma lo indusse ad astenersi dall’impresa di Lepanto […].  Partì il cognato Vincenzo I Gonzaga, duca di Mantova […], dopo aver esitato se volgersi alla riconquista della Terrasanta o della Francia ugonotta. Scelti i turchi grazie anche all’influsso della Gerusalemme liberata, la crociata di Vincenzo non fu meno lussuosa di quella di Alfonso. [Inoltre cresceva] una costruzione ideologica che per qualche decennio fece di Ferrara un caposaldo di una scienza nuova, la turcologia 5.

Alla luce di tutto ciò si spiega il successo europeo nel 1571, per lo più simbolico: «Nel 1571 l’impresa di Lepanto produsse ondate di emozione […]. In tutte le chiese […] fu recitata «l’oratione contra paganos, mutando quella parola in Turcas»: i turchi, i nuovi pagani» 6. Ecco perché «furoreggiavano gli entusiasmi antiturchi […] a creare il topos di Lepanto come nuova Salamina» 7.

Riprendendo Stouraiti e citando ancora Ricci:

La memoria di Lepanto trasformò (abusivamente) la battaglia in un appuntamento decisivo del conflitto fra i cristiani e i musulmani. La prima pietra della fortezza friulana di Palma fu posta il 7 ottobre 1593, il giorno esatto del ventiduesimo anniversario di Lepanto; e non importa se la fortezza aveva una funzione molto più antiasburgica che non antiturca. Ma la scia di quell’illusorio successo navale ha continuato ad operare. Fra XX e XXI secolo sono nati in Italia e in Europa gruppi politici fortemente antislamici che si intitolano a Lepanto 8.

Allora come sempre, la crociata fu anche uno strumento per piegare le potenze cristiane all’unità con Roma e per rovesciare sull’infedele le tensioni interne irrisolte 9.

Secondo questa visione, l’Islam avanzava solo se protetto dalle armate ottomane o dagli agguati dei corsari. Le difficoltà (materiali e spirituali) incontrate dai missionari che tentavano azioni di proselitismo nei confronti dei musulmani avrebbero dovuto ispirare una minore supponenza, ma così non era [;] doveva passare ancora molto tempo prima che fossero abbandonati i giudizi negativi 10.

Insomma, la passione turchesca, nel bene o nel male, emerge come una cifra sin qui ignorata di casa d’Este. Non sarà che gli Este si sentivano attratti dai turchi grazie a uno strano legame comune, il legame con l’eredità di Troia? Poiché ci giocavano loro, giochiamoci un po’ anche noi e spieghiamoci. Allora, il Boiardo e l’Ariosto, avevano suggerito l’ascendenza troiana della dinastia, per il tramite dei personaggi di Ruggero e Bradamante. Più tardi, nel furore della disputa genealogica con i Medici, gli Este svilupparono quest’idea; se era mal difendibile, offriva però il vantaggio di sbaragliare l’antichità di qualsiasi concorrente 11.

Tentando di distinguere il peso dei due ingredienti, la retorica e la realtà, ci sembra di capire che la retorica prevale quando i protagonisti sono persone isolate, disperate, male informate, capaci solo di gridare una minaccia illusoria; il principio di realtà prevale invece nei casi più politici, altolocati, disincantati 12.

 Capitolo III: apogeo e declino di Istanbul. Il mito dell’Oriente

Lepanto pareva una prima battuta d’arresto per i Turchi. Però va ribadito che, in realtà, la svolta fu per lo più psicologica: il mito dell’invincibilità ottomana si sfatava. Allora nelle coscienze europee si rinnovava lo spirito crociato, che invece sembrava decaduto nell’Autunno del Medioevo.

Alla prova dei fatti la flotta turca si ricostituì rapidamente, alimentando paure miste a veli di curiosità nel mare nostrum, dove mori e rinnegati continuavano a imperversare. Si consolidava così l’ «ossessione turca», nelle modalità già descritte.

La Porta rimaneva comunque superiore sulla terraferma, come dimostrano le campagne condotte con successo verso Vienna. Pare che la lotta contro il Turco sia stata ‘interamente’ unificante per l’Europa. Eppure, come nei secoli precedenti, le tensioni internazionali nel continente non calavano del tutto, specie alle soglie del 1700:

Qui, appunto, vogliamo smontare il meccanismo di quella violenta felicità pubblica, intrisa di paura e di inevitabile malvagità. Lo facciamo nel tempo delle guerre dell’ultimo Seicento: un tempo breve e nervoso, che acquista significato solo se stagliato sul tempo lungo della relazione con i turchi 1.

Di conseguenza gli Ottomani, sia in positivo che in negativo, erano un minimo comune denominatore per le relazioni internazionali. Da ciò si vede ancora l’ambiguità dell’atteggiamento europeo innanzi al Turco, carattere di lunga durata che accomuna i secoli di Storia moderna:

A Ferrara la buona notizia da Vienna giunse presto. Sulle reazioni […] ci informano […] Niccolò e Girolamo Baruffaldi […]. I turchi stessi se l’erano cercata-è il commento-rompendo la tregua «con la solita temerarietà» […]; ma le potenze cristiane «tutte mossero l’armi contro de’ barbari […]». Sappiamo che il «cristianissimo» re di Francia si guardò dal soccorrere gli Asburgo per poi felicitarsi a cose fatte e a denti stretti, né partecipò alle successive guerre antiturche, ma i pii cronisti di queste fratture non si curano. Spinti dalla «superbia» di Maometto IV e dalla «perfidia»  del visir Mustafà Karà […], i turchi attaccarono. Vienna però non fece la fine di Costantinopoli, nonostante l’impeto «furibondo» dei tartari «desiderosi di sangue» 2.

Come un secolo prima, così a fine Seicento l’euforia collettiva, più che la mera forza delle armi, pareva consolidare l’immagine del Turco:

Traspare un sollievo quasi incredulo, poiché si sapeva che lo stendardo, caduta Vienna, doveva essere issato sul campanile del duomo di Santo Stefano. Sull’onda dell’emozione, subito apparve un foglio volante contenente un’incisione dello stendardo e la «vera interpretatione delle parole arabiche che in esso stendardo sono artificiosamente intessute»; procuratasene una copia, il cronista Niccolò Baruffaldi al incollò fra le pagine del suo manoscritto […].

Non fu certo l’unico stendardo turco a vedersi allora in Italia: quale miglior prova del rovesciamento dei rapporti di forza? […] Vi si mettevano alla berlina, come ognuno faceva allora, le credenze religiose del nemico: «li pazzi e goffi dogmi maomettani, de’ quali ciecamente si è imbevuta la nazione ottomana» […]. Soprattutto inquietava, dopo l’estinzione bizantina, l’aspirazione del sultano al potere universale, quale si esprimeva nel suo «titolo di imperatore non solamente d’Oriente ma anco d’Occidente». A Loreto fu inviata anche la tenda del visir, e col «bellissimo padiglione» fu confezionato un baldacchino processionale ancora in uso […]. Il valore di avamposto contro gli infedeli, che il santuario lauretano possedeva sin dalla fondazione, trovava conferma in questi doni […]. Nella parola «giganti» si riassume lo sguardo europeo sui turchi fino a quel momento 3.

A proposito del Turco come supremo antimodello, si ricordino comportamenti che ereditavano dal Medioevo non solo i culti per la “guerra santa”, ma anche la plurisecolare frattura tra Cattolici e Ortodossi. Si torna così a parlare dell’Ottomano come elemento con cui confrontarsi: esso

accomunava gli animi europei sia nell’unirli, sia nel dividerli. Infatti

la frattura interna alla cristianità si espresse polemizzando contro gli ortodossi e assimilando l’impero bizantino al turco, sconfitti entrambi dalla Chiesa di Roma […]. Era un modo di banalizzare la tesi proposta […] dal gesuita francese Louis Maimbourg in un libro fortunato, che riconfermava ai turchi il ruolo provvidenziale di castigatori dello scisma d’Oriente.

[…] nel 1686 uscì a Ferrara un foglio volante in rime satiriche. Si presentava come un testamento rogato da Buda a beneficio dei turchi: «a tutta la Turchia lascio impresso il timore / che provan de’ christiani a tutte l’hore» […]. Il testamento della Turchia o del sultano fu un diffuso topos polemico di quegli anni, tradotto anche in iconografia dal laborioso Mitelli […]. Il quindicennio successivo all’assedio di Vienna rimase il punto alto nella storia delle passioni antiturche […].

Idee medievali di spirito di crociata e di respublica christiana, ma anche una nuova sensibilità «europea», si espressero in questa partecipazione a vittorie lontane […].

E infine, anche qui, il «trattenimento» offerto da una «macchina per fuochi». Era costituita da «un castello di considerabile altezza […]». Raffigurava «la città di Buda, già primo antemurale dell’Europa cattolica»-secondo un’idea corrente da due secoli-«ora fatta propugnacolo indegno dell’orgoglio ottomano». Il castello era ornato di […] allegorie ispirate ai fatti di guerra […]. Accanto si vedeva «l’Europa in abito di donzella», accasciata e intenta a «piangere fra i ceppi dell’ottomana barbarie la perduta sua libertà», mentre «stringevala con catene alla destra un turco». L’iconografia […], usata dalla propaganda asburgica del Cinquecento anche per censurare l’alleanza franco-turca, riappariva ora in chiave decisamente antiturca […].

Così, passata l’Ungheria «sotto il dolce giogo asburgico», anche la «cadente Europa» riuscì a evitare «l’ultimo scempio». Tra fiumi di retorica e iperboli barocche, si insinua una novità nel discorso turco, ed è una sorprendente profezia alla vista di quei fuochi: «incendi funesti, che nell’Austria dall’armi turche devastata lasceranno forse per molti secoli accese le memorie dell’ottomana barbarie» 4.

A testimonianza di come il Turco alimentasse l’immaginario collettivo alle soglie del 1700, quindi con forza apparentemente maggiore di quella dei fatti bellici, si badi a interazioni fra cultura occidentale e orientale nell’iconografia mentale:

Alla fine del nono decennio del Seicento […] uscì a Ferrara un nuovo poema in dialetto […]. L’incipit eroico («A vui cantar la ruina di Truian, e d’Troia insiem») anticipa la tesi poi sviluppata dagli zoppicanti versi: questa della Lega Santa è una nuova guerra di Troia, dove i cristiani all’assalto corrispondono ai greci e i turchi assediati ai troiani […]. Nel 1462 […] il Conquistatore visitò la Troade […]. Insomma, il dramma di Costantinopoli vendicava quello di Troia e l’Asia si rivoltava alla Grecia (non ancora all’Europa). L’idea non era tutta del sultano. Certamente al suo seguito si trovava qualche umanista italiano che gli raccontò i poemi omerici di cui era avido e gli instillò l’idea della sua discendenza da Teucro 5.

Il mito dell’Oriente, anche se ha radici lontane, in realtà serpeggia più in profondità nelle coscienze europee dopo l’apogeo dell’espansione turca, cioè dalla fine del 1600. Infatti si badi che solo nel secolo successivo, per la prima volta, appare un’edizione europea ‘ufficiale’ de Le mille e una notte, in traduzione francese che sarà base per successive note bibliografiche. L’epoca in cui si rafforza l’Orientalismo, non a caso, coincide con il maggior spazio dato alla libertà di pensiero, sempre più sottratta alla censura ferrea.

Conclusione

Il Turco in Età moderna sembra avversario archetipico dell’Europa; c’è quindi continuità coll’ “infedele” del Medioevo. Al tempo stesso però vi è rottura con l’età medievale: ‘nasce’ la realpolitik, legata alla multilateralità delle relazioni internazionali, concetti riscontrabili nelle teorizzazioni machiavelliche. Etichette connesse sono, non a caso, “ossessione turca” e “appello al turco”.

La figura turca è emblematica di quanto già detto nell’ “Introduzione”, e richiamato dal proverbio “Taglia più la lingua che la spada”: il contesto geopolitico (‘materiale’) è base di elementi immateriali (archetipi, opinioni, icone mentali, ecc.), ma questi ultimi possono essere così radicati da sembrare essi stessi causa, non solo conseguenza, dei fatti. A dimostrazione di ciò, si pensi a Barbero nella “Filmografia” o a Pedani nella “Bibliografia”.

Lepanto è un vero simbolo in tal senso; infatti non fu una drastica svolta politico-militare, perché i Turchi si riorganizzarono presto, quanto un’icona psicologica dello sfatarsi dei miti dell’invincibilità ottomana. Va così ribadita, come accennato in “Introduzione”, l’importanza dell’iconografia come completamento degli eventi bellici e diplomatici. In particolare si pensi a un video citato in filmografia, “LEPANTO-la Gran Bataja, sul 1571 come scontro anche ideologico. Lo stesso vale per due studiosi citati all’inizio, Sinding-Larsen e Stouraiti: si parla sempre della funzione imprescindibile di fonti iconografiche e ‘mentali’.

A proposito di rapporti fra avvenimenti e psicologia collettiva, mi sono permesso di concludere con una considerazione generale sulla Storia. Mi riferisco a una frase riportata da Edward Carr in Sei lezioni sulla storia, nella prima pagina della “Lezione prima”: «Essa offre la possibilità, più unica che rara, di registrare integralmente […]», tratta da The Cambridge Modern History: Its Origin, Authorship and Production che è in nota. Mi è parso opportuno, a questo proposito, richiamare l’attenzione su un detto degli Antichi: “Il tempo è il più saggio perché svela ogni cosa”, sulla Storia come raccordo tra idee (esaltazione della sconfitta turca) e fatti concreti (Lepanto).

Mario Brandolini

Il turco in età moderna: un’icona, Lepanto ultima modidfica: 2014-01-19T12:03:46+01:00 da Mario Brandolini

Riferimenti e citazioni

INTRODUZIONE:

1. Giovanni Ricci, I Turchi alle porte, Bologna, il Mulino, 2008, p. 19-23

2. Giovanni Ricci, Appello al Turco, Roma, Viella, 2011, p. 49

3. Anastasia Sturaiti (a c. di), “Costruendo un luogo della memoria: Lepanto”, in Storia di Venezia (I), Firenze University Press, 2003, p. 65-88

CAPITOLO I:

1 Giovanni Ricci, Ossessione turca, Bologna, il Mulino, 2002, p. 8

Ibidem

Ivi, p. 10

Ivi, p. 29-31

Ivi, p. 36

6 Ricci, Appello al Turco, p. 12

Ivi, p. 17-18

Ivi, p. 21

9 Ricci, I Turchi alle porte, p. 69-71

CAPITOLO II:

1 Ricci, Ossessione turca, p. 38-39

Ivi, p. 40-41

Ivi, p. 49-51

Ivi, p. 52-53

Ivi, p. 62-64

6 Ricci, Appello al Turco, p. 137

Ivi, p. 139

8 Ricci, I Turchi alle porte, p. 82

Ivi, p. 84

10 Ivi, p. 89

11 Ivi, p. 155-156

12 Ricci, Appello al Turco, p. 149-150

CAPITOLO III

1 Ricci, Ossessione turca, p. 96-97

Ivi, p. 97

Ivi, p. 102-103

Ivi, p. 104-107

Ivi, p. 107-108

Bibliografia

–  Edward H. Carr, Sei lezioni di storia, Torino, Einaudi, 20002, p. 11

–  Giovanni Ricci, Ossessione turca. In una retrovia cristiana dell’Europa moderna, Bologna, il Mulino, 2002

–  Giovanni Ricci, I Turchi alle porte, Bologna, il Mulino, 2008

–  Giovanni Ricci, Appello al Turco. I confini infranti del Rinascimento, Roma, Viella, 2011

–  Anastasia Stouraiti, “Costruendo un luogo della memoria: Lepanto”, in Storia di Venezia–    Rivista, I, Firenze University Press, 2003, p. 65-88

–  Staale Sinding-Larsen, The Changes in the Iconography and Composition of Veronese’s    Allegory of the Battle of Lepanto in the Doge’s Palace

–  Maria Pia Pedani, Simbologia ottomana nell’opera di Gentile Bellini (I)

–  Maria Pia Pedani, Simbologia ottomana nell’opera di Gentile Bellini (II)

Filmografia: audio e video

–  “LEPANTO – la Gran Bataja!”. Parla Davide Guiotto; associazione Veneta Nasion

–  Alessandro Barbero, IL DIVANO DI ISTANBUL

1. Giovanni Ricci, I Turchi alle porte, Bologna, il Mulino, 2008, p. 19-23

2 Giovanni Ricci, Appello al Turco, Roma, Viella, 2011, p. 49

3 Anastasia Sturaiti (a c. di), “Costruendo un luogo della memoria: Lepanto”, in Storia di Venezia (I), Firenze University Press, 2003, p. 65-88

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