Storia della pirateria

La pirateria nel mondo antico e la sua immagine

di Mario Brandolini / pubblicato il 14 gennaio 2018
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Introduzione

L’immagine della pirateria diffusa nella cultura popolare è romanzata e connotata, basata sulla Storia ma anche su luoghi comuni provenienti da teatro, letteratura, cinema, videogiochi, attrazioni, giocattoli, musica, video, travestimenti. Questo ritratto è pure abbastanza circoscritto nello spazio e nel tempo: ambientazioni esotiche, soprattutto caraibiche; secoli XVI – XIX, in particolare XVII – XVIII. Viceversa, il fenomeno è antico quanto la navigazione ed è composito. Anzitutto non c’è niente di romantico o di affascinante, il che può sembrare ovvio trattandosi di criminalità («La pirateria è un reato»); eppure dalle fonti non appare così scontato, anzi nell’Antichità la complessità della pratica è tale che persino la sua immagine risulta continuamente sbilanciata fra positiva e negativa. Infatti questa attività è dipinta sempre più in cattiva luce con il passare dei secoli, ma al tempo stesso paiono ammettersi spiragli di positività. In epoca patristica Agostino di Ippona e Isidoro di Siviglia in qualche modo contribuiscono a congelare questa relativa incertezza, fermo restando che le prese di posizione rimangano per lo più implicite. Inoltre nel mondo antico spesso il concetto di pirateria si confonde con: saccheggio e banditismo in generale; vari fatti bellici o nautici (rappresaglia, guerra marina, difesa del commercio, influenza socio – economica). La complessità è ravvisabile anche negli scenari geopolitici: pirateria ed egemonia sono legate (la seconda ha potere sulla prima, che in parte può condizionare l’altra); quando l’egemonia di una potenza cala, si crea un periodo di anarchia sfruttata dai pirati. Di conseguenza, in un certo senso, egemonia e pirateria sono proporzionali sia direttamente che inversamente. In breve, il ritratto della pirateria d’epoca greco – romana è riassumibile all’insegna di una prevalente indeterminatezza non completamente superata.

Origini

Testimonianze epiche e storiografiche danno un’immagine onorevole. Una prima svolta in controtendenza è rappresentata da Minosse, che «si prodigò quanto più poté per sgombrare il mare dai pirati affinché i tributi gli arrivassero con maggior facilità».1 Prosegue Tucidide:

Anticamente i Greci, e tra i barbari quelli che occupavano la costa del continente e le isole,  appena cominciarono con maggior intensità a viaggiare con le navi l’uno verso il territorio dell’altro, si diedero alla pirateria sotto la guida degli uomini più potenti, che avevano lo scopo di procurare guadagno per sé stessi e sostentamento per i deboli. Attaccavano città prive di mura e che consistevano di villaggi, le saccheggiavano, e da questo traevano la maggior parte dei loro mezzi di sussistenza: questa attività non aveva ancora niente di vergognoso, ma recava anzi una certa gloria. Lo dimostrano ancora oggi alcuni degli abitanti del continente, presso i quali è un onore praticarla con successo; e anche gli antichi poeti, che ovunque fanno la stessa domanda ai viaggiatori che approdano, chiedendo loro se sono pirati, segno che coloro ai quali è fatta la domanda non ripudiano tale attività come indegna, e che coloro che desiderano essere informati non la condannano. Si depredavano a vicenda anche sulla terra (…). L’usanza di portare le armi è rimasta a questi abitanti del continente dall’antica abitudine della pirateria.2   

Il contenuto è confrontabile con Omero:

«Di dove navigate i sentieri dell’acqua? / Forse per qualche commercio, o andate errando così, senza meta / sul mare, come i predoni, che errano / giocando la vita, danno agli altri portando?»

«Quale rotta marina vi ha condotto qui? / Viaggiate per commercio, o vagabondate alla ventura / per il mare, come fanno i pirati, che vagano / rischiando la vita e procurano danni agli altri?»3

Stando a Omero, gli eroi si misurano dalle imprese e dai relativi bottini. Si torna così a quanto anticipato sull’originaria confondibilità fra guerra e pirateria, cui corrispondono rispettivamente gesta e saccheggi. Esempi: «Le schiave, che Achille e Patroclo s’erano conquistati»; «“le greggi, poi, che i pretendenti superbi mi hanno mietuto, / per gran parte io stesso ne andrò a far preda; altre gli Achei / ne daranno, finché mi riempiano tutte le stalle”».4 Fenici, Elleni ed Etruschi sono elementi di spicco nel Mediterraneo in età arcaica; i sovrani equipaggiano navi per espandere domini e indebolire rivali. In particolare i Fenici sono soliti entrare in porti greci fingendosi mercanti, attirare persone a bordo per le merci e salpare, trasformando i clienti in mercanzie. Le cronache però sono parziali, e i nemici sono chiamati pirati.5 Praticata o combattuta, d’immagine positiva o negativa, la pirateria risulta una forma di commercio, di guerra e di egemonia. Ad esempio  il mito del Minotauro troverebbe corrispettivo storico nella potenza di Creta e nella sua fiscalità nel liberare l’Egeo dai predoni, per cui Teseo avrebbe fatto trionfare Atene sui Minoici determinandone il reciproco scendere a patti.6  Altro caso notevole è il tiranno Policrate di Samo, che nel VI secolo a.C. «“rapinava e depredava tutti, senza far distinzioni per nessuno”».7 Agli inizi del secolo venturo il satrapo Istieo di Mileto cerca di catturare i natanti che, provenendo da Est e traversando i Dardanelli, non gli si dichiarino fedeli.8  Con i traffici e le colonizzazioni, il commercio si sviluppa insieme al peso economico – sociale dei mercanti; allora il brigantaggio è sempre più visto come parassita per la crescita e per la floridezza, e inizia a essere percepito in modo distinto rispetto all’attività bellica e mercantile. Del resto la pòlis e la guerra si ‘istituzionalizzano’ reciprocamente, per così dire.

Mondo greco Classico

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Aristotele
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La Lega di Delo (478 – 404 a.C.) segna una pace marittima, salvo che nella Guerra del Peloponneso (431 – 404) e quindi di fatto solo durante la pentecontaetìa del 478 – 431. Pirateria e guerra, cui corrispondono saccheggio e conquista, rimangono sovrapposte: il primo partner nelle due coppie è parte del secondo. Allora il pirata è definito genericamente chi attacchi per mare, e le sue azioni in rappresaglie sono sentite alternative o supplementi di conflitti di scala maggiore. La necessità di frenare il banditismo è in continuo dissidio con il desiderio di approfittare di vantaggi economici; effettivamente l’egemonia ateniese e quella macedonica includono aggressioni atte all’espansione con il pretesto di ripulire le rotte dai pirati, che tuttavia rimangono una parte dell’economia perché cercano di smerciare le prede. Aristotele cataloga la predazione quale modus vivendi al pari di altri, in un elenco dove non sono contemplati giudizi di valore a quanto sembra:

Ecco, dunque, all’incirca i generi di vita, per quanti almeno hanno un’attività produttrice autonoma e non si procurano il cibo mediante gli scambi o il commercio: vita del nomade, del predone, del pescatore, del cacciatore, del contadino. Alcuni, poi, vivono con piacere combinando questi modi di vita e colmando così le mancanze del loro, là dove non permette ad essi di raggiungere un’autosufficienza: per es. alcuni vivono la vita del nomade e del predone, altri quella del contadino e del cacciatore.9

Il tiranno Dionigi II di Siracusa (367 – 344) fonda due città sulle coste pugliesi per la sicurezza mercantile. Lo stesso vale per la colonia ateniese sorta nel 325 sul litorale adriatico. Roma assume le difese delle sponde tirreniche a partire dal 396 dopo aver sconfitto gli Etruschi, rinomati per pirateria e talassocrazia. Quanto ai bottini pirateschi umani, le ciurme: tentano di ricavare riscatti; fanno schiavi e vendono, se le trattative per i riscatti non hanno successo.

Ellenismo

Come le leghe, anche i regni basano parte di propaganda sulla sicurezza nautica e sulla sua regolamentazione. Un esempio è l’alleanza fra Egitto e Rodi; Bisanzio impone dazi sul passaggio del Bosforo, attirandosi odio mercantile che fa pendere la bilancia a favore di Rodi.10 Il tiranno Agatocle di Siracusa (316 – 289) fornisce navi pirata alla Puglia in cambio di parti di bottino.

Il 229 – 219 vede Roma alla conquista dell’Illiria. Il casus belli è determinato dalle incursioni piratesche appoggiate dalla locale regina Teuta; Polibio chiama gli Illiri koinoùs echthroùs comuni nemici»), quasi ad anticipare il giudizio ciceroniano in merito al pirata «communis hostis omnium» («comune nemico di tutti»).11 Il predominio romano nel Mediterraneo dà vita a una maggiore intensificazione commerciale e a una più netta critica nei confronti  del correre il mare.

Roma

Il ‘collaborazionismo piratesco’ visto a proposito di Agatocle si ha anche nei secolo II – I a.C. in Panfilia, Licia e Cilicia, come riportato da Strabone che parla di collusione o di complicità: unirsi a ciurme; fornire approdi; consentire o favorire mercati di bottini.12 In età romana il giudizio sui bucanieri potrebbe inserirsi nel più generale culto del mos maiorum, atteggiamento tendenzialmente conservatore e ancorato alla terra: «Mercatorem autem strenuum studiosumque rei quaerendae existimo, verum, ut supra dixi, periculosum et calamitosum» («Per contrasto, come ho detto prima, ritengo che il mercante che dia anima e corpo al far fortuna sia esposto a pericoli e a rischi»).13 Sembra proprio che, compiute o subite, la corsa e le sue potenzialità vengano contestate, fatto salvo che il fenomeno non sia considerato isolatamente bensì nel più generale ambito di rischi e pericoli pelagici. Da Cicerone è dedicato più esplicito spazio ai filibustieri, che l’Arpinate ritiene particolarmente pericolosi in quanto patteggiare con essi risulti più difficile che patteggiare con altri nemici.14 Da quest’epoca le fonti danno un’immagine sempre più negativa della pirateria, quasi a differenza che nei secoli precedenti quando invece il fenomeno è descritto in modo anche asettico. Strabone riconosce il nesso fra incremento di pirati e crescita di commercio schiavistico, di cui Delo è centro florido nel II secolo a.C. .15 Nel 166 a.C. il porto delico è trasformato in zona franca dai Romani, e da allora per affari ospita imbarcazioni corsare e mercantili.16

Con il 146 a.C., all’indomani della disfatta di Greci e Punici per mano romana, si ha una recrudescenza del corseggiare; le due popolazioni assoggettate hanno esperienza marinara e, dopo l’ascesa di Roma, affrontano crisi di disoccupazione. Per la prima volta vi è una demarcazione tra guerra e pirateria, dato l’interesse romano per la sicurezza mediterranea di territori d’oltremare appena conquistati.17 Egitto, Cipro e altri rivali dei Seleucidi scarsamente si curano di scorribande viste come nemiche del proprio nemico; è il caso di Diodato Trifone, corsaro a capo di una rivolta antiselgiuchide nel 145 – 142.18 Un estratto greco della Lex piratica datata 101 – 100 prescrive «opportuno che nessun pirata possa utilizzare i (…) territori come base delle proprie scorrerie e che nessun magistrato o comandante di guarnigione da loro prepostovi possa ospitare i pirati».19

All’oratore Marco Antonio (143 – 87) si lega la più remota testimonianza di un’azione romana antipiratesca contro la Cilicia nel 102: «Marcus Antonius praetor in Ciliciam maritimos praedones id est piratas persecutus est» («Il pretore Marco Antonio inseguì i predoni del mare, cioè i pirati, in Cilicia»).20 Marco Antonio Cretico, pretore figlio dell’oratore nonché padre di Marco Antonio futuro triumviro, nel 74 continua l’operato paterno.21 Mitridate VI Eupatore, re del Ponto dal 120 al 63, ingaggia un conflitto con Roma nell’88 – 67. Comandanti delle guerre antimitridatiche sono in successione Silla, Lucullo, Pompeo; Mitridate nel primo caso raccoglie una coalizione greco – asiatica antiromana, negli altri due si impadronisce della Bitinia che re Nicomede lascia in eredità ai Romani. La filibusteria gioca un ruolo importante e nel Mare Nostrum raggiunge lo zenit pre – imperiale.

Per la prima volta, dagli anni Settanta del I secolo a.C., le fonti sulla pirateria sono prevalentemente contemporanee ai corrispettivi eventi narrati. Parte di propaganda filoromana consiste nel propugnare la sicurezza internazionale, come nella propaganda delle leghe elleniche e dei regni ellenistici (in altre parole: «“parcere subiectis et debellare superbos”», Virgilio, Eneide 6.853). La tarda repubblica è percorsa da competizioni aristocratiche per prestigio, gloria militare e guadagno politico – economico. Questo il panorama: si comprende che la soppressione delle corse richieda conquiste territoriali, in quanto la terraferma motore piratesco; si intuisce che le terre vadano controllate per prevenire recrudescenze corsare; l’esperienza della guerra civile fra Mario e Silla infonde nei senatori il timore che alcuni individui possano diventare troppo potenti. In breve si conferma la mentalità tendenzialmente conservatrice, precisamente sul versante soprattutto socio – politico di balance of powers. Nel 69 a.C. il console Quinto Cecilio Metello Cretico intraprende una lotta contro i banditi sulle coste cretesi, ma è il suo avversario Gneo Pompeo Magno a liberare il Mediterraneo dai criminali due anni dopo (prima di uscire momentaneamente di scena per l’incombenza mitridatica). Nel 63 a.C. il politico antipompeiano conquista Creta, base corsara. Qualche commento: «C’erano già uomini potenti per ricchezze e di nascita illustre, oltre che dotati di intelligenza ritenuta superiore, che prendevano parte ad azioni piratesche come se imprese di tal genere dovessero arrecar loro gloria e prestigio»; «Dovunque era impossibile navigare e la terra non era più lavorata per mancanza di traffici»; «Fu soprattutto tale situazione ad indurre i Romani, incalzati dalla mancanza di approvvigionamenti e dal timore di una grande carestia, a inviare Pompeo a liberare il mare dai pirati».22

Gneo Pompeo Magno. [wikipedia commons]

Gneo Pompeo Magno.
[wikipedia commons]

Pompeo Magno nel 67 a.C. vince il bellum piraticum, dopo aver ricevuto il comando dell’impresa in virtù della Lex Gabinia de piratis persequendis. Nell’Anatolia nord – occidentale un’iscrizione ellenica celebra Pompeo che «ha ristabilito la pace e la sicurezza sulla terra e sul mare», lui «inviato in tutti i mari e quindi in Oriente».23

Nel 58 a.C. la Lex Gabinia Calpurnia de insula Delo, sopravvissuta in Latino, conferisce l’immunità all’isola sacra ad Apollo, dopo i danni perpetrati dai briganti e da Mitridate.24  Nel 42 – 36 Ottaviano sconfigge Sesto Pompeo (figlio di Pompeo Magno), che corseggia dalla base sicula. Nel trapasso Repubblica – Principato quest’azione contribuisce a far brodo («annientata in Sicilia la potenza di Pompeo»).25 Similmente Ottaviano (ormai Augusto) ricorda: «Mare pacavi a praedonibus. Eo bello servorum qui fugerant a dominis suis et arma contra rem publicam ceperant triginta fere millia capta dominis ad supplicium sumendum tradidi» («Pacificai il mare liberandolo dai pirati. In tale guerra catturai e restituii ai padroni, perché infliggessero loro la punizione, quasi trentamila schiavi che erano fuggiti appunto da quei padroni e avevano preso la armi contro la repubblica»).26 Secondo Strabone i Romani nel Mediterraneo hanno instaurato un kòsmos, un ordo, e ne fa parte la tutela dei traffici mentre non lo merita chi ne sia esterno o parassita.27

Nei secoli I a.C. – II d.C. la pirateria cala drasticamente nel Mare Nostrum mentre è ancora forte nel Mar Nero e nel Mar Rosso; invece nel III secolo d.C. questa criminalità torna in auge nel Mediterraneo. Fra i secoli III e IV si costruisce il Litus Saxonicum (“Costa Sassone”), linea di fortificazioni sulle sponde della Manica, per la difesa dalle invasioni di Sassoni e di Scoti.

Epoca patristica

I Vandali si stanziano in Nord Africa, riunendosi attorno al territorio cartaginese ovvero nell’odierna Tunisia. Tale conquista germanica inizia nel 429 e si chiude dieci anni dopo. Questo territorio africano diventa regno vandalico, nonché appoggio per correre il mare (sino al 536, cioè fino alla conquista giustinianea). Guidati da re Genserico, i Vandali sbarcano nel Lazio e saccheggiano Roma nel 455. Nel 468 una flotta bizantina è incendiata davanti a Cartagine; il basilèus Zenone viene a patti con il monarca germanico, riconoscendogli il controllo africano in cambio dell’incolumità dell’Impero bizantino (471). Nel 476 Genserico cede la Sicilia a Odoacre in cambio di un tributo. Falliscono vari tentativi di colpire sedi piratesche. Invece si hanno più cambiamenti di potenze egemoniche, di cui un braccio armato è il pirateggiare; questo è il caso del Mediterraneo meridionale, e in particolare l’Africa passa: dai Vandali ai Bizantini (536); dai Bizantini agli Arabi (695), che sguinzagliano i Berberi o Mori o Saraceni.

I principali settori geopolitici corsari:

-       Africa Settentrionale e parte di Anatolia: dal 695 – 711 i Saraceni minacciano l’Egeo e il litorale ellenico – anatolico.

-       Dalmazia: gli Slavi sciamano nell’Adriatico.

Sant’Agostino sembra dare alla criminalità una giustificazione apparente, una ratio:

E chi, data la proporzione degli avvenimenti, potrebbe parlare delle tante e orribili razzie operate dai pirati e delle loro coraggiose guerre?28

Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? E’ pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l’aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell’ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell’impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: «La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta».29

Altrove il giudizio agostiniano è negativo, al di là del senso metaforico con cui l’argomento viene trattato: «His insidiis corporis nostri pirata victo, colluctantium adversus nos passionum concertatione purgamur»Dopo aver sconfitto in mezzo a queste insidie il pirata del nostro corpo, invece siamo liberati dalla contesa delle passioni»).30

Stando a sant’Isidoro, addirittura la pirateria sarebbe un tipo di guerra, come se le confondibilità viste in “Introduzione” a proposito del mondo antico (relazione fra corsa, geopolitica e commercio) si cristallizzassero… in categoria ‘aristoteliche’ (sul mondo classico si è parlato di Aristotele per la collocazione del banditismo nella società). Inoltre Isidoro, pur senza nominare l’altra ipotesi etimologica, sostiene che “pirata” derivi dal Greco pyr (“fuoco”) in riferimento all’incendio delle navi conquistate, anziché da pèira (“tentativo”, “attacco”, nella stessa parlata). Dice Isidoro:

Bella itaque dicuntur interna, externa, servilia, socialia, piratica. Nam piratica bella sunt sparsa latronum per maria mioparonibus levibus et fugacibus, non solum navibus commeatus, sed etiam insulas provinciasque vastantibus. Quos primum Gnaeus Pompeius post multam vastationem, quam terra marique diu egerant, mira celeritate conpressit ac superavit.31

Piratae sunt praedones maritimi, ab incendio navium transeuntium quas capiebant dicti. Nam pyrà ignis est.32

Praedo est qui populando alienam provinciam invadit: praedo ab abigendo praedas dictus; et praedo qui praedam habet. Praedator, hoc est cui de praeda debetur aliquid.33

CONCLUSIONI34

-       I poemi omerici sono la più remota testimonianza sulla pirateria nel mondo greco – romano e rivelano un atteggiamento ambiguo nei confronti dell’atto, il quale anzi non pare essere considerato negativamente al tempo di Omero.

-       Come altre fonti d’epoca arcaica, tali poemi NON sembrano suggerire grandi differenze fra pirateria e guerra nel Mediterraneo.

-       Invece nei secoli V – IV a.C. la scala conflittuale aumenta nel mondo ellenico, portando a maggiore chiarezza nella distinzione fra guerra e pirateria, che comunque sono legate ancora nel I secolo a.C. . Detto altrimenti, la costante conflittualità in questi secoli tende a favorire la filibusteria nelle periferie.

-       La letteratura classico – ellenistica riflette il nesso fra brigantaggio e guerra.

-       L’appellativo “pirata” è sfruttato come arma. Si rimanda all’idea negativa che permane nell’immaginario dei secoli tra la fine del I a.C. e l’inizio del IV d.C. . Di fatto nel mondo greco – romano i vincitori chiamano pirati i vinti.

-       Dopo il collasso romano, l’immagine di autorità riconosciute che rendono sicuri gli spazi idrografici continua a venire sfruttata per fini politico – propagandistici, in quanto richiamo alla civiltà greco – romana e quindi in qualità di parte del culto per la classicità in generale.

Appendice: pirateria o piraterie?

-       La più antica definizione di pirateria marittima: il pirata è «colui che attacca senza autorità legale le navi mercantili e le città costiere» (PLUTARCO NEL 100 D.C., IN TELLARINI, LA PIRATERIA MARITTIMA, PP. 14 – 15).

-       Storia: «La pirateria è l’attività illegale di quei marinai, denominati pirati, che, abbandonando per scelta o per costrizione la precedente vita sui mercantili, abbordano, saccheggiano o affondano le altre navi in alto mare, nei porti, sui fiumi e nelle insenature». WIKIPEDIA.

-       Storia e Diritto: «L’azione brigantesca di percorrere il mare con proprie navi per impadronirsi di beni altrui in vista di fini personali»; «Qualsiasi atto illegittimo di violenza o impossessamento commesso in alto mare, a scopo di rapina, dall’equipaggio di una nave a danno di un’altra (…). La disciplina internazionale in materia di pirateria è stata integrata con l’adozione della Convenzione di Roma, la quale (…) amplia la nozione tradizionale di pirateria ricomprendendovi qualsiasi atto illecito contro la sicurezza della navigazione marittima». TRECCANI.

-       Storia e Diritto: «Brigantaggio marittimo esercitato dai pirati, nel loro personale interesse, ai danni di navi o anche contro popolazioni rivierasche»; «Atto illegittimo di violenza, detenzione o depredazione commesso dall’equipaggio o dai passeggeri di una nave o di un aeromobile». ZINGARELLI.

-       Definizione semplificata: «Pirates can be defined as armed robbers whose activities normally involve the use of ships» («I pirati possono essere definiti come ladri armati le cui attività normalmente coinvolgono l’uso di navi», traduzione mia). PHILIP DE SOUZA, 1999 (latrocinio; armi; generalmente imbarcazioni).

-       Definizione semplificata e un po’ di Storia: «Un pirata era, ed è, chi ruba e saccheggia in mare»; «La pirateria non è che una rapina a mano armata condotta in alto mare, ed è sempre stata accompagnata da crudeltà ed efferatezza». DAVID CORDINGLY, 2003.

-       ‘Mia’ definizione semplificata ed estesa: «La pirateria è un’attività criminale in forma di violenze a danno di elementi nautici. Il fenomeno si allarga all’ambito delle vie di comunicazione in generale, non solo marittime».

Un mio pensiero sulla pirateria a 360 gradi:

La pirateria può dirsi lo sfruttamento abusivo o illecito di risorse provenienti da traffici. Molteplici le modalità in cui essa si presenta: marittima; aerea; stradale; letteraria (plagio, estensibile ad altri contesti quali musica o cinema); informatica (“hacking“). Il termine nasce comunque in ambito nautico, e comprende rapine, dirottamenti, saccheggi, distruzioni di bastimenti o di quanto connesso (porti, zone costiere…). Per estensione, la pirateria è qualsiasi forma di criminalità e violenza sotto forma di minacce, estorsioni e talora sciacallaggi, o anche pura distruzione (insomma parassitismo), spesso accompagnata da efferatezza. L’estensione arriva a tal punto da diventare di fatto sinonimo di “contrabbando”, o di “illegalità” priva di scrupoli in generale e specie “ruberia”.

Etimi e lessico: “pirata” (Greco peiratès, Latino pirata) è dal Greco pèira = “tentativo”, “assalto”, di radice indoeuropea pèir (“esPERienza” e corradicali; Latino PERiculum = “esperienza”, “tentativo”, secondariamente “pericolo”; Greco pèiro = “attraversare”, pòros = “passaggio”; Latino portus = “porto”, porta = “porta” specie di città o “ingresso”, porto = “portare” o “sopportare” vox media come fero), meno probabile dal Greco pràsso = “fare” con radice prag affine a pèra(n) = “oltre” e a perào = “percorrere” collegato a pèrnemi = “vendere” o “esportare”. In breve, l’idea è “attraversare” e “affrontare” in senso letterale, figurato ed etimologico (“passare attraverso” e “trovarsi di fronte”, voces mediae). In Greco “pirata” è pure lestès (la prima sillaba ha iota sottoscritto) = “ladro” e “brigante”, corradicale di leìs = “bottino” o “saccheggio”, di radice indoeuropea lau / lav (digamma finale). Polibio è il primo scrittore pervenuto che introduce peiratès accanto a lestès e corradicali. Analogamente in Latino si ha originariamente il più generale praedo = “predone” connesso a praeda = “preda” o “bottino”, mentre a partire da Cicerone si affianca il più specifico pirata dal Greco. SI TORNA A QUANTO INTRODOTTO SULL’INDETERMINATEZZA E SUL CARATTERE COMPOSITO, elementi  fra cui peraltro spicca una parziale eccezione che conferma la regola: il Latino hostis ( = “altro”, vox media) è eminentemente negativo (“nemico”) in ambito nautico, ma non per questo corrisponde necessariamente a “pirata”.

La pirateria nel mondo antico e la sua immagine ultima modidfica: 2018-01-14T12:19:17+00:00 da Mario Brandolini

Riferimenti e citazioni

  1.    Tucidide 1.4. Nelle citazioni tutte le sottolineature e tutti i grassetti sono miei.
  2.    Ivi, 1.5.
  3.    Omero: Odissea 3.71 – 74, 9.252 – 255 (parole uguali in ambo i canti, che sono rispettivamente: Nestore nel banchetto con Telemaco; Polifemo ai compagni di Ulisse); Inno ad Apollo 452 – 455 (parla Apollo). A questi passi si rimanda in Tucidide 1.5.2, n. 1: «Sono i poeti a fare la domanda, poiché nelle recitazioni dei poemi i loro personaggi parlano attraverso i poeti stessi».
  4.    Omero: Iliade 18.28; Odissea 23.356 – 358 (Ulisse a Penelope). A questi versi si rimanda in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, p. 19 n. 17.    
  5.    Gosse, Storia della Pirateria, p. 319; Cavarretta – Revelli, Pirati, pp. 65 – 66.
  6.    Plutarco, Vita di Teseo 16 – 19, cit. in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, p. 15 n. 3.
  7.    Erodoto 3.39.4, cit. in Breglia – Guizzi – Raviola, Storia greca,  p. 85.
  8.    Erodoto 6.5.3.
  9.    Aristotele, Politica 1.8.1256 b.
  10. Polibio 4.47.1 e 4.50.3, Diodoro Siculo 20.81.30, citt. in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, pp. 49 – 50.
  11. Cicerone, De officiis 3.107, e Polibio 2.12.6, citt. in  de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, pp. 78, 132, 150, 195. Cfr. sotto, n. 14.
  12. Strabone 14.3.2, cit. in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, pp. 58, 97.
  13. Catone,  De agricoltura, cit. in Prof.ssa Rita Scuderi, lezione 27/02/2017 (traduzione mia).
  14. Cicerone, De officiis 3.107, cit. in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, pp. 149 – 150. Cfr. sopra, n. 11: «communis hostis omnium».
  15. Strabone 14.5.2, cit. in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, p. 64.
  16. Cavarretta – Revelli, Pirati, pp. 67 – 68.
  17. Philip Gosse, Storia della pirateria, pp. 320 – 321.
  18. Strabone 14.5.2 e 16.2.14, citt. in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, pp. 98 – 99.
  19. Geraci – Marcone (a c. di), FONTI PER LA STORIA ROMANA, pp. 152 – 153.
  20. Livio, Epitome 68, cit. in de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, p. 103 n. 31 (traduzione mia).
  21. Ivi, pp. 141 – 142.
  22. Rispettivamente: Plutarco, Vita di Pompeo 24; Appiano, Le guerre di Mitridate 93; Plutarco, Vita di Pompeo 25. Citt. in Geraci – Marcone (a c. di), FONTI PER LA STORIA ROMANA, pp. 223 – 224.
  23. In ordine: Année épigraphique, 1990, n. 940; Plinio il Vecchio, Naturalis Hostoria 7. Citt. in Geraci – Marcone (a c. di), FONTI PER LA STORIA ROMANA, pp. 224 – 226.
  24. Ivi, p. 143.
  25. Tacito,  Annali 1.2, cit. in Prof.ssa Chiara Carsana, lezione 18/11/2014.
  26. Res Gestae divi Augusti 25.1, cit. in Prof.ssa Chiara Carsana, lezione 12/11/2014.
  27. De Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, pp. 203 – 204.
  28. Agostino,  La città di Dio 3.26.
  29. Ivi, 4.4.
  30. Agostino, Contro Giuliano 2. Cfr:  http://www.primisecoli.it/search.php# ; http://www.augustinus.it/latino/contro_giuliano/contro_giuliano_2_libro.htm .
  31. Isidoro,  Etymologiae 18.1.5: «Le guerre, inoltre, possono essere interne, esterne, servili, sociali o di pirateria. Queste ultime sono portate qua e là sui mari da ladroni che si servono di brigantini leggeri e veloci non solo per rapinare le navi di passaggio, ma anche per saccheggiare isole e province intere. Fu Gneo Pompeo chi, alla fine, con incredibile rapidità, schiacciò e vinse i pirati che, durante lungo tempo, avevano provocato grandi devastazioni in terra ed in mare».
  32. Ivi, 10.220: «Pirati sono predoni di mare, così chiamati con riferimento all’incendio delle navi di passaggio di cui si impadronivano: pyr significa, infatti, fuoco».
  33. Ivi, 10.219: «Predone è colui che invade una provincia altrui mettendola a sacco: il nome deriva dall’azione di portare via delle prede. Predone è pertanto chi ha in proprio potere una preda. Predatore, colui al quale “de praeda debetur aliquid”, ossia spetta una parte della preda».
  34. De Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, pp. 241 – 242.

Bibliografia (in ordine di comparsa; non figurano fonti citate in studi)

-       Tucidide, Le Storie, a c. di Guido Donini, Torino, UTET, 2005.

-       Omero, Odissea, a c. di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1989.

-       INNI OMERICI, a c. di Giuseppe Zanetto, Milano, BUR, 2015.

-       Omero, Iliade, a c. di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi, 1982.

-       Philip de Souza, Piracy in the Graeco – Roman World, Cambridge University Press, 1999.

-       Philip Gosse, Storia della Pirateria, Bologna, Odoya, 2008.

-       Ignazio Cavarretta – Eletta Revelli, Pirati. Dalle origini ai giorni nostri, dai Caraibi alla Somalia, Roma, Nutrimenti, 2009.

-       Plutarco, Vite parallele. Teseo e Romolo, a c. di Barbara Scardigli, Milano, BUR, 2016.

-       Luisa Breglia – Francesco Guizzi – Flavio Raviola, Storia greca, Napoli, EdiSES, 2015.

-       Erodoto, Storie, a c. di Augusta Izzo D’Accinni – Daniela Fausti, Milano, BUR, 2014.

-       Aristotele, Politica, a c. di Renato Laurenti, Bari, Laterza, 1989.

-       Prof.ssa Rita Scuderi, lezione 27/02/2017.

-       Giovanni Geraci – Arnaldo Marcone (a c. di) con la collaborazione di Alessandro Cristofori – Carla Salvaterra, FONTI PER LA STORIA ROMANA, Firenze, Le Monnier Università, 2008.

-       Prof.ssa Chiara Carsana, lezioni 12 – 18/11/2014.

-       Agostino, La città di Dio, a c. di Antonio Pieretti – Domenico Gentili – Franco Monreverde, Roma, Città Nuova, 2010.

-       Agostino, Contro Giuliano, in: http://www.primisecoli.it/search.php# ; http://www.augustinus.it/latino/contro_giuliano/contro_giuliano_2_libro.htm

-       Isidoro, Etymologiae (Pavia, BIBLIOTECA BONETTA, collocazione COLL.G 60 B).

-       Greta Tellarini, La pirateria marittima. Regime di repressione e misure di contrasto, Roma, Aracne, 2012:  http://www.aracneeditrice.it/pdf/9788854856356.pdf

La pirateria nel mondo antico e la sua immagine ultima modidfica: 2018-01-14T12:19:17+00:00 da Mario Brandolini
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