L’eccidio armeno: il primo genocidio del novecento?

di Mario Brandolini / pubblicato il 27 gennaio 2014
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Il genocidio armeno (1915-1916) compiuto dai turchi, coi relativi prodromi nella metà del secolo precedente, si inseriva in una grande svolta dello scacchiere precedente la Grande guerra: la fine dell’impero ottomano coeva a quella degli imperi centrali, altre realtà multietniche. Come la Prima guerra mondiale, anche l’eccidio armeno aveva una base radicata e comune ad altre realtà politiche di allora: il nazionalismo, sempre più mescolato a razzismo e a «psicosi da scomparsa», per citare Taner Akçam 1 (1997) . Infatti a monte vi furono «cause occasionali e cause remote», e la «condotta concreta dei singoli stati nazionali» unita al «dilemma della sicurezza: accrescere la propria sicurezza spesso significa aumentare l’insicurezza degli altri e indurli a fare altrettanto, innescando una spirale di tensioni e di corsa agli armamenti (G.E. Rusconi, Rischio 1914, 1987)»2.  

Degna di nota la «specificità del nazionalismo turco che fa capo al Comitato di unione e progresso e al tempo stesso la sua appartenenza a un clima […] che va ben al di là dei confini dell’impero ottomano» 3 . Inoltre allora «tendenze nazionalistiche e pulsioni rivoluzionarie si mescolano» 4 . Del resto in tale realtà

la questione sembra porsi in modo sostanzialmente lineare per le organizzazioni nazionalistiche o rivoluzionarie che fanno capo a gruppi etnico-religiosi in conflitto con la Sublime porta: la loro richiesta di indipendenza […] li porta […] a confliggere col governo di Abdülhamid II, e li spinge ad appoggiarsi alle potenze occidentali e a cavalcare le richieste di riforma […] 5 .

I . LA “QUESTIONE ARMENA”, LE BASI, I PROBLEMI NAZIONALI: IL 1800 1

La crisi ottomana iniziò con la sconfitta del 1683. Querele estere e intestine accelerarono la decadenza due secoli dopo: nel 1828 l’Armenia persiana divenne zarista, col permesso agli armeni di Persia (o Iran, come si chiama dal 1935) di trasferirsi nella ‘propria’ provincia-Erevan-nel Caucaso. Di qui tensioni e risentimenti, perché l’Islam in Persia era appunto in funzione antirussa. D’altra parte in quel periodo anche la Russia attraversava crisi, segnate dalle antizariste rivolte decabriste, quindi dall’uno all’altro fronte crescevano sospetti di aver fagocitato ribellioni. In generale la « “questione d’Oriente” si manifesta ormai nei suoi caratteri di lunga durata: le grandi potenze cercano di risolvere a proprio vantaggio […] il declino dell’impero ottomano […]. » 2 . Inoltre la paura che

l’espansionismo zarista potesse mettere in crisi l’equilibrio europeo, e che l’eventuale distruzione dell’impero ottomano potesse condurre a una generalizzata guerra europea era qualcosa di cui la corte di Pietroburgo […] era consapevole. Dagli anni Trenta in avanti, il rafforzamento della presenza russa nel Caucaso si accompagna al tentativo di destabilizzazione dell’impero ottomano: un obiettivo da raggiungere […] con la protezione dei fedeli ortodossi e con l’appoggio alle battaglie per l’indipendenza dei popoli slavi e meridionali3 .

Non a caso la guerra di Crimea (1854-1856), che vide la sconfitta dello zar, era volta all’allontanamento del “colosso russo” dall’Europa centrale e balcanica, mediante alleanze di potenze occidentali col sultano, che ottenne la foce del Danubio. Questa coalizione poteva sembrare l’inizio di un’inversione di tendenza europea rispetto al plurisecolare odio per i turchi, eppure «la crisi in cui versa la Sublime porta stimola le cancellerie a cercare nuovi privilegi e al tempo stesso a sobillare la rivolta dei popoli non musulmani» 4 . Ecco perché, innescatesi rivolte (Bosnia, Erzegovina, Montenegro, Serbia, Bulgaria) contro il dominio islamico, nel 1876 truppe irregolari dell’impero uccisero migliaia di cristiani nei Balcani. Di qui l’inasprirsi di tensioni internazionali; infatti nel 1880 gli inglesi per punizione rinunciavano alla protezione dell’integrità ottomana, e così l’interlocutore dei turchi era invece la neoformata Germania.

La questione armena sorgeva a inizio Ottocento, quando l’Armenia era divisa fra Russia, Persia e Turchia, mentre islamizzazione e turchizzazione proseguivano in Anatolia. La spinta zarista verso i Balcani e il Caucaso, iniziata sotto Pietro il Grande (1688-1722 circa), determinò la ricacciata dei musulmani locali verso il cuore dell’impero ottomano. Di qui i tentativi, in quest’ultimo, di frenare l’interferenza europea e le crisi: nasceva l’idea di una nuova identità ottomana, propria dell’epoca del Tanzîmât (“riorganizzazione”) nell’arco 1839-1876 5 . In virtù di tale principio si decretarono: modernizzazione militare, statale, fiscale, scolastica; centralizzazione; potere alle province, per sottomettere i signori locali; miglioramento della rete comunicativa; industrializzazione; più autonomia ai millet, comunità etnoreligiose di non islamici. In particolare nel 1863 si introdusse un nuovo statuto (poi “Costituzione nazionale”) del gruppo armeno, per una sua maggior democratizzazione: un’assemblea nazionale era eletta come limitazione di poteri del patriarca di Istanbul.

Tra l’altro nel 1861 l’intervento militare di Napoleone III a difesa dei maroniti, attaccati dai drusi, aveva fatto sì che il Libano avesse autonomia sotto un governatore cristiano e con la garanzia di protezione francese, dunque molti armeni parevano puntare su questo modello. Simile era stato il caso bulgaro: a partire da sollevazioni antifiscali i cristiani di Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Bulgaria puntavano con successo all’indipendenza coll’aiuto serbo e russo. Alla luce di ciò, gli armeni intravedevano il proprio avvenire come legato alla soluzione dei problemi balcanici. Infatti nel 1878 il trattato di Santo Stefano stabiliva la necessità di riforme amministrative sotto controllo dell’occupante zar, per la sicurezza contro curdi e circassi. Durante la revisione dell’accordo a Berlino, la delegazione armena sottopose un memorandum in cui si richiedeva per le province armene un’autonomia simile a quella libanese, con un governante cristiano nominato dalla Porta e residente a Erzerum (Turchia, ai confini col Caucaso), nonché un piano di riforme sotto controllo di una commissione internazionale. La Russia accettò di retrocedere le truppe (due terzi della Bulgaria tornavano in mano ottomana, che riprendeva anche Rumelia, Macedonia e, a est, Alashkert, Bayazit, ed Erzerum) prima dell’applicazione delle riforme a favore dell’Armenia. I princìpi formulati a Berlino nel 1878, in sostanza, riprendevano quelli stabiliti a Parigi nel 1856 dopo la guerra di Crimea: integrità territoriale e non intervento negli affari interni di Istanbul; inoltre la concessione dell’amministrazione di Cipro a Londra, e della Bosnia-Erzegovina a Vienna, erano «il prezzo da pagare a favore di inglesi e austriaci» 6 . Lo zar si annetteva Kars (Turchia), Batumi (Georgia) e Ardahan (Turchia, vicino al Caucaso).

La condizioni degli armeni intanto peggiorava sempre più, quindi il capitolo relativo uscì irrisolto. Coeva era del resto la guerra russo-turca, che aumentò la pressione sul sultano portandolo nel 1878 a disperdere il parlamento e a sospendere la costituzione. Tre anni dopo venne ucciso lo zar Alessandro II, evento considerato dalla Porta come risultato delle riforme liberali ci cui essa si era recentemente sbarazzata. Il sultano Abdülhamid II (1876-1909) portò allora al culmine l’autoritarismo; la sede del governo fu spostata a Yldiz (in un distretto di Istanbul), e la Turchia cercò di evitare conflitti coi russi a vantaggio di nuove alleanze fra potenze emergenti, specie Tokjo e Berlino. Abdülhamid pareva rinunciare all’idea di una cittadinanza ottomana, e riproponeva la religione quale fondamento di coesione nazionale contro i separatismi. Dunque l’Armenia era insoddisfatta delle mancate riforme, dando vita nel 1878 alla Società della croce nera (simile alla carboneria), cui seguirono partiti rivoluzionari per l’emancipazione nazionale come la Federazione rivoluzionaria armena (1890) di ispirazione socialista. Non a caso lo zar Alessandro III tentò di strumentalizzare tali mire,-analoghe alle coeve Internazionali-per accelerare l’indebolimento ottomano, fatta salva la persecuzione dei “rivoluzionari” come priorità.

Dalle relazioni consolari dei ministri degli Esteri delle grandi potenze europee e degli USA, nonché da lettere e testimonianze dei missionari insieme a memorialistiche, ci sono note le violenze armene (da loro sia subìte sia perpetrate) del 1894-1896: «I massacri del sultano rosso» 7 . In particolare nell’agosto dell’ultimo citato anno gli armeni assaltarono la Banca ottomana di Istanbul, centro finanziario europeo gestito da inglesi e francesi. Due settimane dopo questo attacco, Abdülhamid compì una sanguinosissima rappresaglia massiccia: circa duemila armeni furono uccisi dai soldati turchi, che dalle testimonianze pareva avessero effettuato misure preventive. I massacri sembravano direttamente proporzionali alle radicalizzazioni nazionalistiche armene.

Molto si è discusso (e si discute) sulle origini di tali eccidi.

L’ipotesi dei massacri del 1894-1896 come reazione a una provocazione armena, quasi del tutto assente dalle cronache dell’epoca e dalle interpretazioni del personale diplomatico presenti in loco, ha avuto una ripresa negli anni Ottanta, in seguito alla pubblicazione, nel 1977, del libro di Stanford ed Ezel Shaw [History of the Ottoman Empire and Modern Turkey, 2 volumi, Cambridge, Cambridge University Press]. I membri del partito […] alla testa della rivolta […] da cui era nata la spirale di quel biennio insanguinato, avrebbero voluto creare «una Repubblica socialista armena presumibilmente nelle sei province dell’Anatolia da cui sarebbero stati cacciati o semplicemente uccisi tutti i musulmani» [Ibidem, p. 203]. Un discorso analogo verrà fatto successivamente, nel 1915, a proposito della rivolta di Van per “giustificare” in qualche modo la reazione che porterà al genocidio.

La tesi della provocazione non si fonda, in realtà, su alcuna base documentaria né su una coerenza logica che tenga conto delle diverse componenti storiche, ma solo dell’autorappresentazione e auto giustificazione dei dirigenti ottomane dell’epoca. Anche i testimoni, e ve ne furono diversi, che sottolinearono l’intervento attivo dei militanti rivoluzionari armeni […], non li considerano una minaccia che la Sublime porta potesse ritenere davvero pericolosa, come di fatto non la ritenne, usandola prevalentemente come pretesto. Del resto, la maggioranza armena era all’epoca ostile alle intemperanze e ai radicalismi rivoluzionari, mentre le vittime furono spesso più elevate proprio tra i dirigenti moderati della comunità, come accadde a Costantinopoli e a Trebisonda. Dal punto di vista storiografico occorre rispondere all’interrogativo del perché la Sublime porta alterò proprio negli anni Novanta la propria concezione degli armeni […]. E la risposta non può che trovarsi nel contesto più generale (disintegrazione dell’impero, pressione delle grandi potenze, radicalismo dei partiti armeni) e nel modo in cui lo interpretò l’ideologia conservatrice del sultano, che «voleva mantenere l’integrità dell’impero pensando di poterlo fare rinvigorendo l’Islam e restaurando il vecchio ordine-cioè il sistema dei millet con i musulmani al vertice e i cristiani alla base-e ritenne di poter contrastare i mutamenti con l’uso della forza» [Robert Melson, Revolution and Genocide. On the Origins of the Armenian Genocide and the Holocaust, Chicago, University of Chicago Press, 1992, p. 63].

La convinzione, presente nella maggior parte degli storici armeni, che «i massacri del 1894-1896 segnino, di fatto, l’inizio del processo genocidario che proseguirà durante i tre regimi politici successivi» [Claude Mouradian, La Question d’Orient ou la sanglante agonie de «l’homme malade», in un numero speciale di «Revue d’histoire arménienne contemporaine», a cura di Raymond H. Kévorkian, 1998, p. 81] si affida  prevalentemente a un discorso di tipo ideologico-culturale, l’unico in cui si può – o meglio, si presume, attorno all’idea dell’odio etnico-religioso – e di trovare una continuità lungo i decenni dal XIX al XX secolo. I massacri di fine Ottocento sono il sussulto, di tipo prettamente conservatore e reazionario, rivolto cioè a restaurare un passato trasformato dalla modernizzazione, di un regime sempre più debole: che è incapace di contrastare il nazionalismo radicale emergente, anche degli armeni; che controlla malamente le province e le tribù curde; che non è stato capace di offrire agli immigrati musulmani in Anatolia una vita stabile e decente ed è quindi costretto a dirigere la loro rabbia contro gli armeni; che non riesce a utilizzare a proprio vantaggio, come nel passato, le contraddizioni tra le diverse potenze europee. La violenza non è sufficiente, anche perché si manifesta nel tempo con modalità differenti pur se nei confronti dello stesso obiettivo, a caratterizzare come un continuum le uccisioni degli armeni fino al culmine del genocidio del 1915. E infatti Abdülhamid II, che verrà presto sconfitto dalle forze “turche” che non è in grado di controllare e orientare, non manifesta alcuna intenzione di sbarazzarsi completamente degli armeni o di distruggerli in quanto comunità: vorrebbe, in opposizione alla storia, cancellare la nascita dei partiti rivoluzionari e restaurare il sistema ormai superato dei millet 1 .

Si comprende come lo sfondo sia l’idea di “nazione”, insieme al problema della memoria: fa comodo ai turchi ritenere le stragi del 1894-1896 e del 1916 come risposte a provocazioni…

II . L’ALBA DEL NOVECENTO: I GIOVANI TURCHI E I DISSIDI INTERNI 1

L’impero ottomano, come già detto, sul finire dell’Ottocento e agli inizi del secolo scorso si indeboliva fino alla disfatta nella guerra del 1914-1918. Si è pure ricordato un ingrediente comune alla dissoluzione di altri imperi multietnici contemporanei: il nazionalismo, inteso sia come indipendentismo sia come lotta egemonica, ma comunque riguardo a quanto suggerisce l’etimo della parola stessa , cioè “natione(m)” (“popolo” o “etnia”). L’Armenia, divisa da decenni fra Russia e Turchia sullo sfondo di sempre maggiori ingerenze straniere, era un caso emblematico. Lo stesso valeva per le etnie dell’area slavo-balcanica, mesopotamica, arabica e persica, perché si trattava sempre di ‘mosaici’ etnici, potenzialmente indipendenti man mano che il mondo ottomano decadeva e, allo stesso tempo, relativamente abbordabili con facilità dalle potenze europee che se li contendevano.

I Giovani turchi furono un catalizzatore del crollo di Istanbul: nazionalismo, modernismo, radicalismo, spinte rivoluzionarie anche sempre più vicine al socialismo, costituirono una miscela atta alla “nazionalizzazione” («La Turchia ai turchi» si dice nel film La masseria delle allodole, tratto dall’omonimo libro) 2 a scapito delle locali minoranze etniche e religiose,-fra cui gli armeni-ritenute responsabili dei danni riversatisi sul logoro impero ottomano. Parole chiave associate ai Giovani turchi sono nazionalismo e costituzionalismo, anche se oggi si pensa prevalentemente che quest’ultimo ente sia stato più strumentale che sostanziale, ovvero atto più al rovesciamento del sultano (obiettivo nell’immediato) che non alla ‘piena’ integrità politica e ideologica turca. In effetti Abdülhamid II fu detronizzato (1908), e si tornò alla Costituzione che era stata revocata nel 1876, ma la coalizione protagonista del colpo di Stato era eterogenea da più punti di vista. Essa anzitutto era formata anche da armeni, ebrei e greci; in secondo luogo vi si scontravano due tendenze: nazionalisti e riformisti, radicali e moderati, socialisti e liberali, filooccidentali e non, modernisti e conservatori…

Proprio un più stretto legame con l’Occidente e l’alleanza con gli armeni crearono una lacerazione nel movimento dei Giovani turchi: rinnovamento e riforma dell’ecumenismo di tradizione ottomana da un lato, nazionalismo turco di tipo esclusivo dall’altro. Non a caso i più intransigenti intendevano negare autonomia agli armeni. Non dovrebbe pertanto stupire la (voluta) ambiguità, come si vede nel commento del leader albanese Ismail Kemal: «Vi riconosco non come elemento indipendente, ma solo come ottomani. Avete diritti in quanto ottomani, ma non il diritto di contrattare con noi e fare offerte come se foste rappresentanti di uno Stato» 3 .

Nonostante l’ambiguità appena vista, nell’agosto 1904 era più diretta la polemica antiarmena:

Se i turchi, con cui avete [rivolto agli occidentali] convissuto per secoli, vi avessero massacrato, voi oggi non esistereste. Questa è una prova assoluta del fatto che non vi hanno massacrato. Poniamo la questione in un modo diverso al mondo intero: esiste un’altra nazione cui è garantito un magnanimo trattamento come agli armeni, che non hanno versato per questo una goccia di sangue? Quali sono le ragioni dietro la rivolta armena? Cosa vogliono? Amministrazione autonoma nelle terre che osano chiamare Armenia? Se è così la rivolta degli armeni non è una ribellione ma una guerra 4 .

Inoltre l’azione politica delle etnie non islamiche è considerata dalla Coalizione l’anticamera per una richiesta di separatismo etnico e indipendenza dai turchi […]. Invitata alla conferenza della pace di Monaco del 1902, la Coalizione  invierà un appello in cui sono i rivoluzionari […] armeni a essere accusati di minacciare la pace sul territorio ottomano; e una lettera dello stesso tenore viene inviata a Bruxelles dove si svolge il congresso armeno 5 .

Altra svolta significativa fu l’ “incidente di Londra”: nella conferenza anglo-armena del 1904 nella capitale inglese, l’invitato leader dei Giovani turchi Ahmed Riza dapprima rifiuta per non dover assistere ai probabili «insulti» nei confronti dei turchi; poi decide di partecipare dopo aver avuto assicurazione di potere intervenire nel corso del banchetto conclusivo (durante il convegno vero e proprio era previsto che parlassero solamente inglesi, francesi e italiani). Interrotto più volte dopo aver attribuito alla Francia di avere danneggiato, con la propria posizione interventista negli affari ottomani, tanto i turchi quanto gli armeni, Riza venne apertamente accusato di difendere il sultano quando domanda provocatoriamente se la concessione di autonomia […] agli armeni in Anatolia rappresenti davvero un vantaggio per l’intera popolazione  […].

L’incidente di Londra provoca una reazione di irrigidimento nei confronti del Comitato di unione e progresso [CUP] soprattutto da parte francese, che sostituisce l’immagine di un movimento di tendenza liberale con quella di un gruppo di nazionalisti anticristiani e panislamici, contrari all’autodeterminazione dei popoli come l’impero ottomano […].

La passività […] in occasione di ribellioni […] armene vengono indicate dalla Coalizione come una necessità  politica per rafforzare l’identità nazionale e il rifiuto di ogni intervento da parte delle grandi potenze […].

Le posizioni […] permettono di comprendere la specificità del nazionalismo turco che fa capo al Comitato […] e al tempo stesso la sua appartenenza a un clima ideologico e politico che va ben al di là dei confini dell’impero ottomano 6 .

Un altro anno di svolta fu il 1910, durante il congrasso mondiale del CUP a Salonicco, tanto che Vahakn Dadrian, il maggiore storico del genocidio, «ricorda come fosse insistente-secondo i dispacci di differenti fonti diplomatiche occidentali-la convinzione che “i Giovani turchi avrebbero deciso di usare […] anche i massacri […] per risolvere i conflitti provocati dalle nazionalità”; […].»7. Come gli armeni, così gli europei sono visti dai turchi come complici, anche solo passivi, di scontri nazionalistici e indebolimenti ottomani. Allora, alla vigilia del 1914, il clima turco-nazionalista prevale su panturchismo e panislamismo, legittimando di fatto i genocidi armeni.

III . LA «POLVERIERA BALCANICA» 1 , L’EUROPA, LA GRANDE GUERRA 2

L’impero ottomano entrava nel primo conflitto mondiale nel novembre 1914, alleato degli imperi centrali. In particolare, a monte dell’intesa con il Reich guglielmino stavano i rapporti negli anni Ottanta del secolo precedente: allora in molti avevano intravisto la possibilità di facili guadagni sul mercato turco potenzialmente ricco, e così si auspicava l’integrità ottomana. Ulteriore svolta fu il 1908 perché, in seguito all’avvio della modernizzazione anatolica, il dibattuto isolazionismo dei Giovani turchi rischiava di lasciare l’impero in balìa delle spinte disgregatrici provenienti, oltre che dai «Balcani in fiamme» 3 , anche dalle dinamiche politiche internazionali eurasiatiche, nonchè da lotte intestine e forze centrifughe. Queste ultime includevano le mire indipendentistiche e nazionalistiche armene. Fra il 1908 e il 1913 l’impero ottomano perse un terzo dei domini precedenti, mentre il CUP si indeboliva. Contemporaneamente crescevano «nazionalismo, centralizzazione e omogeneità etnica», e tutto il miscuglio trovava «nell’andamento della guerra il terreno più favorevole» 4 . Emorragie di terre e di milioni di abitanti, d’altra parte, si sommavano «alle atrocità di un conflitto che vedeva le popolazioni civili musulmane vittime principali della violenza e pulizia etnica. L’afflusso di profughi dai territori perduti […] accentuava […] il predominio […] musulmano nell’insieme dell’impero» 5 . I salassi multietnici infatti comportarono «radicalizzazione in senso nazionalista dei Giovani turchi […]. A partire dal 1910 era comune il desiderio di vedere rafforzato l’esercito come base e garante dello Stato» 6 . Il 1913 vide un provvisorio trionfo ottomano nelle guerre balcaniche; tali anni sono tuttora molto discussi, quando si parla di continuità o meno fra gli eccidi armeni di fine XIX secolo e quelli del primo ventennio del XX.

La crisi del plurisecolare (1299-1921 circa) impero alimentava la xenofobia a danno degli armeni: essi erano ritenuti fra i responsabili della condizione di “malato d’Europa” (come si soleva dire sulla Turchia). Del resto questi “sovvertitori” allora tendevano a stare dalla parte della Triplice Intesa (1880-1917 circa), piuttosto che della coeva Triplice Alleanza: motivi etnici, politici e religiosi.

Nel 1914 la  Federazione rivoluzionaria armena tentò un’insurrezione contro lo zar, contribuendo di fatto a corroborare su scala internazionale i provvedimenti antiarmeni. Infatti, sia pure senza successo, gli ottomani tentarono di attaccare il Caucaso, riconoscendo gli armeni come nemici ‘di tutti’ e quindi, oltre che da liquidare, anche da strumentalizzare contro un nemico ‘dei turchi’ (la Russia). «Non è un caso che l’inizio della fase repressiva che porta al genocidio avvenga nello stesso periodo in cui la guerra europea comincia a venire […] chiamata la Grande guerra: […] guerra totale» 7 . Sembrava ormai manifestarsi una sorta di proporzionalità diretta fra logoramento ottomano (prodromo del collasso dell’impero) e stragi armene. Alla vigilia del genocidio vero e proprio, nel febbraio 1915 iniziano i disarmi degli armeni presento nell’esercito della Porta e la loro organizzazione in battaglioni di lavoro coatto […]. I volontari armeni di Russia […] provenivano in maggior parte dai territori della Transcaucasia che la Russia aveva tolto all’impero ottomano nel 1878; a essi si aggiungevano i profughi scappati più di recente dal dominio turco, un certo numero di armeni che vivevano nei paesi europei e “un numero indeterminato di armeni ottomani[…]”[…] 8 .

L’episodio di violenza più clamoroso precedente i genocidi ‘istituzionalizzati’ (sistematici e pianificati) fu a l’« “insurrezione” di Van » 9 . Il menzionato vocabolo associato a Van figurava in più lavori storiografici, memorie e documenti ufficiali successivi, in quanto da parte turca si è considerato l’evento quale prova del bisogno di «autodifesa nazionale» 10, legittimata da provvedimenti-di qui la ‘novità’ sugli eccidi armeni-che contemplavano i rastrellamenti. Il teatro del fatto era un distretto dove si aveva un concentrato di popolazione armena, e in cui molti furono gli incidenti di confine tra armeni e islamici, quasi contemporaneamente all’ingresso turco nella Grande guerra. Ciò produsse a Istanbul timori per potenziali sedizioni armene, in concomitanza con paventati collegamenti fra volontari armeni stanziati in Persia (con le truppe zariste) e nazionalisti armeni di Van.

Agli occhi degli occhi degli ottomani […] la “resistenza” di Van poteva essere considerata […] “ribellione” contro l’autorità […]. L’ingresso a Van dell’esercito russo, il 18 maggio 1915, accompagnato dalle unità dei volontari armeni, rafforzò […] le convinzioni ottomane che la comunità armena andasse neutralizzata ed eliminata. In quel momento […] il via alla pratica dei massacri e delle deportazioni era già cominciata [sic], configurandosi come l’inizio della politica [ottomana] genocidaria […] contro la minoranza armena dell’impero […]. Nella […] metà del marzo 1915 […] l’esercito russo […] inizia ad avanzare […] nel Caucaso e verso l’Anatolia orientale, accentuando i timori ottomani […]. Proprio in un villaggio non lontano, Dortyol, erano stati arrestati numerosi armeni renitenti alla leva e l’azione repressiva del governatore di Adana aveva anticipato l’ordine di disarmo generalizzato degli armeni del 27 febbraio. Sempre in questo periodo diventano più attive le unità di volontari armeni, tanto quelle più numerose che fiancheggiano l’esercito russo quanto quelle che organizzano l’autodifesa delle comunità armene come a Van. Anche la diplomazia armena, di cui l’accreditato rappresentante ufficiale presso le potenze europee è Boghos Nubar, si muove presso i governi dell’Intesa caldeggiando la neutralità della Cilicia sotto amministrazione internazionale, in vista di una possibile azione militare alleata affiancata da un’insurrezione delle comunità locali […].

Proprio la popolazione di Zeytun, nella provincia di Marash in Cilicia, era stata la prima a essere deportata massicciamente alla fine di marzo. In seguito a scontri avvenuti tra un gruppo di disertori armeni e la gendarmeria locale, il capitano Wolffskeel-un bavarese che era capo di stato maggiore di Fahri Paşa, comandante della Quarta armata che operava in Siria e Cilicia-aveva « mobilitato immediatamente le sue forze superiori contro i pochi disertori e i montanari armeni della zona […]. » [Ebherard Count Wolffskeel von Reichenberg, Zietoun, Mousa Dagh, Ourfa. Letters on the Armenian Genocide, a cura e con introduzione di Hilmar Kaiser, Princeton (N.J.), Gomidas Institute, 2001, p. XIV]. Wolffskeel partecipò poi direttamente alla deportazione di fine mese riuscì a frustrare i tentativi del console tedesco di Aleppo, Walter Rössler, di evitare un bagno di sangue armeno.

Venne infatti deciso, da parte ottomana, di eliminare ogni futura minaccia da parte di questi fieri montanari indipendenti […] 11 .

Notevoli esempi di quanto appena descritto è offerto poco dopo, nel libro di Marcello Flores più volte citato:

Una numerosa forza militare attaccò Zeytun e iniziò a uccidere gli uomini armeni l’8 aprile, continuando per tre giorni. Pochi armeni armati scapparono sulle colline e continuarono a combattere, con la disapprovazione dei leader della comunità che temevano rappresaglie peggiori. Queste erano state probabilmente già stabilite, perché le deportazioni iniziarono immediatamente. La maggior parte degli uomini venne inviata a sud, nella città di Deir Zor nel deserto siriano. Le donne, i bambini e i vecchi vennero deportati in direzioni diverse, a nord-ovest verso Sultania e Konya, in luoghi del tutto differenti dalle successive deportazioni. Non ci furono uccisioni durante il cammino ed entrambi i gruppi raggiunsero la loro destinazione. I deportati sopravvissuti sostengono che le autorità non sapevano cosa fare di loro. Prendendo insieme le azioni di Zeytun e Dortyol, il lasso di tempo fra loro, e il diverso trattamento in confronto alle successive deportazioni, si trattò probabilmente di un caso di repressione ad hoc, una terribile repressione che fosse di esempio per tutti gli altri armeni 12 .

Tra le varie testimonianze che hanno caratterizzato, sin dagli anni postbellici, una dimostrazione manifesta sulla sorte armena, dispacci e memorie scritte dall’ambasciatore Morgenthau sono forse le più certe. Si pensi infatti al ruolo da lui svolto in quel tempo, nonché alla rigorosa ricostruzione di discorsi tenuti con alcuni fra i massimi dirigenti dello Stato ottomano:

Quando raggiunsero i rapporti da Urumia, sia Enver che Talât li smentirono come esagerazioni selvagge e quando, per la prima volta, sentimmo delle agitazioni a Van, questi dirigenti turchi dichiararono che non si trattava di altro che di una sollevazione che sarebbe presto stata posta sotto controllo. […] «Gli americani sono oltraggiati dalle vostre persecuzioni degli armeni» aggiunsi. «Dovete basare i vostri principi sull’umanitarismo, non sulla discriminazione razziale, altrimenti gli Stati Uniti non vi considereranno più amici e uguali. Dovreste comprendere i grandi cambiamenti che stanno avvenendo tra i cristiani in tutto il mondo» […]. Stranamente queste considerazioni non offesero Talât, ma neppure scossero la sua determinazione […]. Questa risposta non fu per me abbastanza illuminante quanto quella che Talât dette successivamente a un giornalista del «Berliner Tageblatt» che gli aveva fatto la stessa domanda. «Siamo stati rimproverati» aggiunse, secondo il suo intervistatore, «per non avere fatto distinzione tra gli armeni innocenti e quelli colpevoli; ma questo era praticamente impossibile, dal momento che quelli che erano innocenti adesso potrebbero diventare colpevoli domani!» 13 .

Come prova ulteriore del profondo radicamento della xenofobia antiarmena, si ricordi che Talât difese anche al termine della guerra, nel 1921, la deportazione degli armeni come misura preventiva, anche se ammise che nel corso di essa erano stati compiuti numerosi atti «illegali» nei confronti dei deportati, anche se la colpa prima andava cercata negli atti barbari compiuti dagli armeni a danno di innocenti […].

Gli storici hanno trovato ulteriori conferme del racconto fatto da uno dei più importanti testimoni dell’epoca, il pastore protestante Lepsius, sugli incontri che nel mese di marzo ebbero luogo tra i dirigenti centrali del CUP come anche a livello periferico. Taner Akçam ha ricordato come, in una testimonianza scritta portata nel dicembre 1918 al processo contro […] i responsabili delle violenze contro gli armeni, il comandante della Terza armata Vehip Paşa aveva ricordato che «il massacro e la distruzione degli armeni e il saccheggio della loro proprietà, fu il risultato di una decisione del comitato centrale» […]. Ulteriori testimonianze erano venute da ufficiali e diplomatici tedeschi, secondo cui i leader del CUP avevano pianificato la liquidazione degli armeni.

Che la deportazione significasse sostanzialmente la liquidazione degli armeni, la loro espulsione dai territori dell’Anatolia orientale e della Cilicia e mano libera per ucciderli, depredarli, sopraffarli, lo proverebbe anche, nei mesi successivi, il licenziamento e in alcuni casi l’uccisione di quegli ufficiali e funzionari ottomani che con «deportazione» intendevano invece soltanto «risistemazione».

[Parallelamente all’attacco navale, per mano dell’Intesa, ai Dardanelli, quindi a proposito di quanto si diceva sull’apparente proporzionalità diretta fra indebolimento turco e recrudescenze delle eliminazioni armene] La metà di marzo [e] la fine di Aprile 1915 [costituiscono un] lasso di tempo [in cui] l’organizzazione del genocidio prende corpo, […] il ruolo dell’Organizzazione speciale e del CUP si precisa […]. Se la volontà di liberarsi degli armeni è comune [nell’impero ottomano], non sempre lo sono le forme e le tappe con cui attuare questo obiettivo. Le circostanze di guerra, tuttavia, gettano un pesante interrogativo sulla possibilità di riuscita di questo piano, e su come chi l’aveva ideato intendesse intrecciarlo con l’andamento delle vicende belliche […] 14 .

IV . LE STRAGI ARMENE: UNA O PIU’ LEGISLAZIONI 1 ?

I massacri e le deportazioni degli armeni nel 1915 (francese). Centro di studi armeni, 1965

I massacri e le deportazioni degli armeni nel 1915 (francese).
Centro di studi armeni, 1965

I provvedimenti turchi per la liquidazione degli armeni risalivano al 24 aprile 1915, allorchè 2345 di questi ultimi (dirigenti politici, leader della comunità, intellettuali, commercianti, uomini d’affari, giornalisti, studenti, funzionari pubblici) venivano arrestati. Quel giorno è ricordato

come memoria della tragedia subita da un popolo, come simbolo di quella “morte di una nazione”, come ebbe a definirla efficacemente l’ambasciatore americano a Istanbul Henry Morgenthau, che nessuno volle e seppe fermare 2 .

Sembra allora manifestarsi cronologicamente una delle prime ‘novità’ delle azioni belliche (ed etnico-politiche, contro “nemici interni” come gli armeni) novecentesche: lottare e uccidere non «per spostare frontiere e guadagnare territori, ma per annientare il nemico e cancellarlo dalla faccia della terra» 3 . A proposito di “annientamento”, si pensi del resto alla già ricordata situazione contemporanea: l’impero ottomano era esso stesso sull’orlo dell’annientamento, quindi come rappresaglia cercava di serrare di più le ganasce sul proprio concetto etnico-religioso di “nazione”, a spese anzitutto degli armeni in quanto minoranza ed élite linguistico-demografica così capillare perfino al di fuori dei confini turchi. Nel 24 maggio del 1915 l’Intesa denunciò i massacri armeni, parlando-per la prima volta nella Storia-di “crimini contro l’umanità”, sia pure in nuce per lo più. Quest’atto sembrava tuttavia produrre risultati contrari agli intenti; simile precedente fu l’ “incidente della Banca ottomana” nel 1896, ricordato da Bloxham 4 . Il 10 maggio del 1915 l’ambasciatore russo chiese al ministro degli Esteri inglese se fosse d’accordo a far pubblicare dagli alleati una «dichiarazione che imputerebbe al governo turco la responsabilità della violenza ai danni degli armeni» 5 . Nonostante le rettifiche a questa dichiarazione («contro l’umanità e la civiltà», come formula, sostituisce «contro la cristianità e la civiltà» 6 ), onde evitare equivoci, il 27 maggio dello stesso anno Istanbul promulgò la « “legge temporanea della deportazione”, grazie alla quale per motivi di sicurezza […] si poteva procedere […] a misure di rimozione forzata della popolazione »7. La Porta, in pratica, diede ai genocidi armeni una maschera di legalità. Verso la fine dell’anno il senatore Riza, capo dell’ala liberale e moderata dei Giovani turchi, fu uno dei primi islamici a denunciare tali violenze, profittando delle continue sconfitte ottomane che acceleravano la fine dell’impero. Istanbul decise però di massimizzare queste stragi: gli armeni erano visti dai turchi sia come responsabili dei mali della Porta, sia come ‘cavallo di Troia’ per le ingerenze occidentali ed europee negli affari anatolici.

V . STRUTTURE E POLITICA TARDO-OTTOMANE; QUALI RESPONSABILITA’ DEL GENOCIDIO1? 

Nell’immediato dopoguerra poche sono state le testimonianze sugli eccidi armeni. Si trattava per lo più-a parte le memorie dei testimoni diretti-di racconti sparsi, anche sui giornali, tra le ceneri di quello che fu l’impero ottomano, ormai ridottosi alla sola penisola anatolica. Altra importante fonte è stata la rete spionistica, NILI 2 , degli ebrei di Palestina: questa struttura mandava notizie agli inglesi dai territori ottomani. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare a tutta prima, le epurazioni turche non furono esenti da contrasti in seno alla Porta. Ad esempio figure quali

Shükrü Bey e il suo primo aiutante, Nuri Bey, ingaggiarono un’aspra battaglia con due successivi governatori di Aleppo [una culla dei campi di concentramento armeni] ritenuti troppo moderati e incapaci di comprendere appieno il piano strategico di estirpazione degli armeni. Solo con il nuovo governatore, Bekir Sami Bey, […] il piano di deportazione assunse la dimensione auspicata, come riassume Nury Bey il 10 gennaio 1916:

Si è potuto stabilire, dopo un’indagine, che a malapena il 10 per cento degli armeni sottoposti a deportazione sono giunti a destinazione. Gli altri sono morti durante il cammino per carestia, malattia o altre simili cause naturali. Spero di ottenere lo stesso risultato con i sopravvissuti, trattandoli con  lo stesso rigore 3 .

Come appena citato in nota, si può a questo punto confrontare quanto sopra esposto con il libro La  masseria delle allodole, da cui è stato tratto l’omonimo film. Si pensi infatti a quanto detto sulla quarta di copertina:

Antonia Arslan [l’autrice] racconta la storia di una famiglia armena (la sua famiglia) che nel maggio 1915 viene distrutta: gli uomini e i bambini maschi sono trucidati dai turchi e per le donne inizia un’odissea segnata da marca forzate, umiliazioni e crudeltà. E’ la diaspora, che porterà gli armeni a disperdersi nel mondo, conservando nel cuore la struggente nostalgia per una patria e per una felicità perdute.

La masseria delle allodole, con la sua prosa avvolgente, getta luce sulla storia di un popolo vittima del primo genocidio del ventesimo secolo, sopravvissuto grazie al coraggio delle sue donne straordinarie.

ANTONIA ARSLAN è autrice di saggi sulla narrativa popolare e d’appendice e sulla “galassia sommersa” delle scrittrici italiane. Ha curato una raccolta di testimonianze di sopravvissuti al genocidio e tradotto la poesia di Daniel Varujan, riscoprendo la sua identità armena. La masseria delle allodole, uscito nel 2004, è il suo primo romanzo: ha vinto numerosi premi ed è stato tradotto in dieci lingue.

Collegando testimonianze ‘soggettive’ al contesto politico-sociale e giuridico interessato, può inoltre essere utile ricordare la quarta di copertina de Il genocidio degli armeni, più volte considerato:

Negli ultimi anni il tema dei delitti contro l’umanità è affiorato prepotentemente nella riflessione pubblica e ha infine portato l’attenzione sulla prima e più dimenticata fra le grandi stragi del Novecento, il genocidio armeno. A questo si è dedicato il circostanziato saggio di Flores, che prende le mosse dal declinare dell’impero ottomano nell’Ottocento, dalle posizioni delle potenze europee sull’area, dal sorgere anche nei territori ottomani di istanze nazionaliste, per mostrare come già sul finire del secolo il governo ottomano metta in opera sanguinose persecuzioni contro gli armeni. A seguito della crisi d’inizio secolo e della perdita dei territori balcanici, la Turchia vive una radicalizzazione nazionalistica che, con lo scoppio della Grande guerra, porta alla decisione di deportare e sterminare gli armeni. Fra l’aprile del 1915 e il settembre del 1916 centinaia di migliaia di armeni vengono uccisi. Il volume ricostruisce analiticamente il processo, riconducendolo con attenzione all’interno della politica turca e dello scenario internazionale. Infine presenta la lunga battaglia che si combatte da allora su un genocidio che la Turchia continua a negare. Una ricostruzione arricchita da un corposo inserto fotografico (a cura di Benedetta Guerzoni) puntualmente commentato.

Tornando alle responsabilità del genocidio connesse con le apposite istituzioni dell’epoca, vanno ricordati risultati e testimonianze dei processi:

[…] dopo il 1918 emerse con chiarezza quanto soprattutto a partire dal 1913 lo Stato [‘monopartitico’, ‘totalitario’] fosse diventato sempre più integrato col partito […], e come fossero i suoi dirigenti a svolgere il ruolo d’avanguardia nell’organizzazione ed esecuzione del genocidio. E’ questo intreccio che rese possibile che una minoranza organizzata e decisa marcasse con il proprio comportamento genocidario l’attività dell’intera macchina statale e il concreto svolgersi delle attività nelle sue diverse istituzioni; coinvolgendo così tendenzialmente l’intera burocrazia turca nella corresponsabilità delle violenze compiute e impedendo una chiara dissociazione da esse se non da parte di piccole e coraggiose minoranze.

La totale autonomia del potere esecutivo […] nei confronti del parlamento e dello stesso sultano, spinge verso una situazione di monopartitismo reale anche se non formale, in cui soltanto il Comitato di unione e progresso può di fatto svolgere un’attività politica che monopolizza grazie alle misure repressive sempre più rigide nei confronti degli oppositori. […] il parlamento [sospeso il primo di marzo del 1915] venne riconvocato soltanto il 28 settembre dello stesso anno [1915], tenuto di fatto all’oscuro delle principali leggi che permisero di organizzare il genocidio (lo stesso era accaduto quando era stata firmata l’alleanza militare con la Germania all’inizio della guerra). Il potere dei membri del partito si riscontra in numerosi documenti dell’epoca. In una dichiarazione rilasciata all’American Committee for Armenian and Syrian Relief da uno straniero residente a Adana il 3 dicembre 1915 si leggeva che, dopo la prima ondata di deportazioni, ci fu un chiaro sforzo per salvare diversi armeni. Questo sforzo andò di pari passo con l’ordine di esonerare [dalla deportazone, n.d.r.] cattolici e protestanti. Sembrava un successo e tutti ne furono grandemente incoraggiati. Presto, tuttavia, arrivò un emissario del Comitato di unione e progresso di Costantinopoli, e fu capace di rovesciare quell’intesa e rendere operativo l’ordine della deportazione immediata. Fu fatta eccezione per alcune donne [cfr. qui, ancora, La masseria della allodole] e bambini di uomini che lavoravano nei reggimenti di lavoro, in fabbriche con contratti governativi o nella costruzione della ferrovia per Baghdad [cfr. p. 267, n. 12; tratto da The treatment of Armenians in the Ottoman Empire, cit. in Bryce e Toynbee] 4 .   

A proposito di più o meno presenti somiglianze con la shoah e i totalitarismi, va ricordato che l’impiego di forze irregolari ottomane non era una novità del genocidio del 1916: anche prima della Grande guerra non mancava tale prassi nei conflitti, come del resto proprio lo sterminio armeno nell’impero non risaliva solo alla data indicata. Eppure sia le forze paramilitari sia gli eccidi trovarono appunto nel 1914 un’accelerazione, a causa dei mutati e sconvolti equilibri internazionali:

i suoi [dell’Organizzazione speciale] membri sono reclutati spesso tra accesi nazionalisti, giovani in cerca di denaro e avventura, e anche tra ex criminali fatti uscire dalle prigioni ottomane, insofferenti a ogni disciplina e pronti a intraprendere una sorta di «guerra totale» [cfr. infra, ultima p. del par. 4, n. 1] contro coloro che vengono individuati come nemici della nazione 5 .

Riguardo a scenari più internazionali, precisamente ai rapporti con l’alleato tedesco, degne di nota sono le « “colpe” della Germania [discusse] » (per citare il titolo di un paragrafo del libro considerato, p. 154-161). Importante fonte è Storia del genocidio armeno di Vahakn Dadrian, nato a Istanbul nel 1926 e citato nel paragrafo menzionato.

Dadrian ritiene che l’impero ottomano avesse scelto di consolidare il suo potere nella parte asiatica e quindi in Anatolia a vantaggio di quella europea destinata a essere abbandonata; e che era quindi necessario trasferire gli armeni dall’Anatolia in Mesopotamia per popolare le zone dove sarebbe passata la ferrovia per Baghdad. Dal momento che il «piano» […] si sarebbe trovato espresso per la prima volta in una conferenza del 1897, Dadrian trova ulteriore conferma alla sua tesi della continuità genocidaria dal 1894 al 1916 da parte dell’impero ottomano, tanto sotto Abdulhamid II quanto sotto i Giovani turchi e il […] CUP 6.

Lo studioso tedesco Kaiser obietta che invece il genocidio del 1916 era avviato già prima dall’arrivo europeo nell’impero ottomano. Egli fa leva su testimonianze, come quelle di una missionaria americana 7 . Sembra che, in sintesi, la dibattuta influenza tedesca sia stata ‘impossibile’, eppure non va dimenticato che essa fu un’importante base già nel secolo precedente: si pensi alla determinante (anche se non ‘unica’) presenza di molti tedeschi ai vertici della Porta.

VI . LE CONSEGUENZE DELLA GUERRA, LA FINE DELL’IMPERO, IL KEMALISMO

Nata una passeggera Repubblica armena e dissolutosi il mondo ottomano, il 1922 (pace di Losanna) vide il sorgere di una più ‘stabile’ Repubblica turca sotto Mustafa Kemal, detto Ataturk (“Padre della Turchia”). Essa si configurava, come del resto ai giorni nostri, come uno Stato corrispondente alla regione dell’Anatolia, mantenendo comunque la storica posizione-risalente al 1453-a cavallo tra Europa e Asia, sia pure tramite Istanbul come unica cerniera fra i due continenti. Fin dalle origini il neonato regime impone una damnatio memoriae riguardo al genocidio armeno, ragione che contribuisce a spiegare il perché della ‘novità’ di questo tema nella storiografia. Ancora una volta, il contesto geopolitico aiuta a comprendere i motivi di questo assenso nei confronti dell’atteggiamento memorialistico , come rispetto al genocidio stesso: la neonata URSS (1922-91) per ragioni di interesse era favorevole all’appoggio musulmano, quindi di fatto essa dava tacito assenso alla stragi armene. Non a caso la meteorica Repubblica armena fu conquistata nel 1921 ad opera di turchi da Ovest e sovietici da Est, soggetti politici che trovarono allora un accordo a scapito dell’Armenia.

Dopo che nel 1918 Wilson propose i “14 punti” poi ripresi l’anno dopo, egli fu subito sommerso di richieste di accettare il “mandato” per l’Armenia. Le sue esitazioni furono futali, perché la sistemazione definitiva dei confini postbellici venne rinviata e così di fatto l’intero trattato di Versailles. Inoltre gli USA presero sì coscienza della necessità di uno Stato armeno, quale garanzia di stabilità e coerentemente col principio di autodeterminazione dei popoli, ma di fatto in Europa sembrava che quest’ultimo tema avesse ceduto il posto a un più cinico realismo politico, che di fatto era ingrediente-chiave per la “guerra civile europea” (1915-1945).

CONCLUSIONI E RIEPILOGO. TURCHIA, ARMENIA, EUROPA, MONDO: DIBATTITI E PROBLEMI. ‘INNOCENZA’ TURCA?

La già vista damnatio memoriae turca non è prodotta dal solo kemalismo e dai giochi politico-memorialistici che si succedevano: la responsabilità della Prima guerra mondiale attribuita specie alla Germania, come si vede anche ne Equilibrio o egemonia del tedesco Ludwig Dehio nei primi anni Cinquanta; la crisi degli anni Trenta; la shoah; la Seconda guerra mondiale; la Guerra fredda; testimonianze che di fatto, come si capisce ne “La memoria inquieta” di Giuseppe Chigi (2009) concernono il punto di vista dei vinti solo a partire dagli anni Ottanta del Novecento. Essa è anzi anticipata nel 1919, quando fu sciolto il parlamento di Istanbul. Quest’ultimo, infatti, era ritenuto troppo contaminato da elementi giovani-turchi per poter approvare misure atte a prevenire che fossero le potenze alleate a processare i responsabili del genocidio armeno. Insomma pareva che, concettualmente, si praticasse la strategia della “terra bruciata” in previsione della sconfitta ottomana, come dimostra anche il tentativo di distruzione delle carte sugli eccidi.

Il processo per “crimini contro l’umanità” iniziava nel 1919. In quella sede anche gli armeni, tuttavia, furono sotto accusa, in quanto giudicati sediziosi nei confronti dei turchi. Il 10 aprile dello stesso anno il governatore Mehmed Kemal, principale imputato, fu condannato a morte per strangolamento; eppure-a dimostrazione di quanto ‘in là’ sembri poter arrivare la damnatio memoriae mescolata a nazionalismo-il suo funerale si svolse in modo particolarmente encomiastico nell’ex mondo ottomano, tanto che lui fu lì dichiarato «grande martire dei turchi» e «innocente musulmano». Ataturk suggellò quest’idea: le questioni armene furono accantonate, all’insegna dell’unione fra nazionalismo e isolazionismo (“La Turchia ai turchi”, come già detto all’inizio a proposito de La masseria delle allodole). Numerosi furono i condannati a morte dal tribunale di Istanbul che invece da Ankara, nuova capitale turca dal 1922, vennero dichiarati eroi nazionali. Proprio per volontà di quest’ultima città, non a caso, nel 1920-1921 furono chiusi i tribunali speciali e abolite le corti marziali.

A proposito dell’ultimo quindicennio dell’impero ottomano come ‘totalitario’ e similnazista, molto si è sempre discusso. Alcuni studiosi dell’antisemitismo, all’indomani del 1945, hanno visto lo sterminio degli armeni come sorta di archetipo e preparazione della shoah, anche facendo leva sulle già viste influenze fra Germania a Turchia. La liquidazione degli armeni infatti, oltre ad essere stata menzionata da Hitler stesso all’inizio dell’invasione della Polonia (1939), sulla base della Convenzione del 1948 divenne il «primo» genocidio della Storia. Si ricordino inoltre le parole del tedesco Norbert Elias:

Nel corso della storia dell’umanità fino ai giorni nostri, si può senz’altro dimostrare che i membri di Stati […] che nelle lotte per la supremazia di quel tempo hanno dovuto abbandonare la pretesa di una posizione di rango superiore, hanno spesso  bisogno di un lungo periodo, addirittura di secoli, prima di riuscire ad accettare questa mutata condizione e la corrispondente diminuzione nel senso del proprio valore 8 .

Studi più obbiettivi e comparati paiono essere iniziati di fatto solo negli anni Novanta del secolo scorso, sullo sfondo del collasso sovietico alla fine del bipolarismo (1945-1991) nonché in occasione degli scontri fra azeri islamici e armeni cristiani nel Caucaso. Si accese anche una battaglia ideologica e terminologica internazionale, per il riconoscimento del genocidio. Di recente in particolare si è sottolineato come sia riduttivo parlare di “genocidio”, nel caso delle stragi armene del primo ventennio del 1900. Numerosi sono stati i contributi turchi ai giorni nostri, soprattutto da parte di persone emigrate all’estero e legate a università su scala planetaria.

Altro problema riguardo a studi comparativi, per esempio con la shoah, sono sull’ ‘esistenza’ o meno del genocidio, in base a parametri giuridici e a concetti elaborati da scienze sociali e diritto internazionale. Emerge a tale proposito la necessità di determinati parametri per la definizione e il giudizio del genocidio, in questo caso quello armeno: intenzionalità (elemento diverso da “pianificazione”); durata; responsabilità; caratteristiche; effetti 9 . Sostanzialmente le azioni antiarmene del 1900 sembrano differenziarsi dalle stesse del secolo precedente, in quanto nel periodo più recente il nazionalismo, quindi l’idea di “pulizia etnica” (si pensi, come già ricordato all’inizio, alla radice latina di “nazione” e quella greca di “etnìa”, ambo concernenti il “popolo”), trova maggior spazio. A ulteriore dimostrazione del carattere non lineare dei relativi dibattititi storiografici, si pensi a una polarizzazione: da un lato quelli che puntano più l’accento sulle ideologia specie di lunga durata, dall’altro coloro che enfatizzano invece meccanismi e processi più contingenti e di breve o medio termine, quali la geopolitica in determinati anni-chiave.

Riprendendo le due visioni appena esposte, resta il fatto che esse possano considerarsi complementari, nello studio del genocidio armeno come in quello di eccidi più o meno simili. Si poterebbe allora tornare ai criteri politico-sociali da cui siamo partiti: la vigilia del primo conflitto mondiale fu una grande cesura, nella Storia delle relazioni internazionali come in quella di Istanbul, e pare che il 1914 sia stato tale da superare la radicalità di altre già clamorose svolte (la ‘nascita’ di Istanbul nel 1453, sulle ceneri bizantine; l’espansione fino alle porte dell’Europa; la battaglia di Lepanto del 1571; la pace di Karlowitz nel 1699; la perdita ottomana della Grecia, 1822; la guerra di Crimea, 1854-1856; i Giovani turchi e la decadenza della Porta). Come già spiegato all’inizio considerando ad esempio Detti e Gozzini-peraltro citati come importanti contributi negli studi sull’argomento, nella “Prefazione” del libro di Flores-gli scenari geopolitici di media e breve durata sono importanti finchè si vuole, ma sono insufficienti e troppo ‘manualistici’ specie in confronto a integranti sfondi nazionalistico-ideologici. A proposito poi di “nazione” e “nazionalismo”, mettendo da parte le note collocazioni temporali nel 1800-1900, va ricordato che la loro condizione di “lunga durata” (in questo caso attualità, addirittura) è tale da far riscontrare parallelismi ai giorni nostri 10 . Oggi infatti, nel caso di Turchia e Armenia, parlare di questo genocidio è difficile anche perché, come previsto dal governo di Ankara, in base all’articolo 301 del codice penale è proibito parlare degli eccidi compiuti per mano turca. Non a caso la “prefazione” del libro di Flores si apre con la fine del 2005, l’anno in cui l’Armenia ha commemorato il novantesimo anniversario della tragedia del suo popolo, in Turchia si è tenuto, dopo falliti tentativi d’impedirne lo svolgimento, un convegno organizzato da storici e studiosi turchi delle tre università di Istanbul per affrontare la «questione armena» nella crisi dell’impero ottomano e nel corso della prima guerra mondiale. Le polemiche suscitate da questo incontro e le contestazioni di cui sono stati fatto oggetto diversi partecipanti alla conferenza sono avvenute nello stesso periodo in cui lo scrittore forse più noto della Turchia, Orhan Pamuk [che nel 1976 scrisse significativamente un romanzo storico ‘allegorico’ su Istanbul come cerniera ‘intrinseca’ fra Oriente e Occidente, Il castello bianco, ambientato nel 1600], veniva messo sotto accusa da un tribunale […], per «denigrazione pubblica dell’identità turca». Pamuk aveva parlato, in un’intervista con un quotidiano svizzero, del «milione di armeni […] uccisi in questo paese» di cui ancora non si osava e non si poteva discutere nella Turchia che stava appena iniziando il cammino per entrare in Europa 11 .

Mario Brandolini 

L’eccidio armeno: il primo genocidio del novecento? ultima modidfica: 2014-01-27T11:03:03+00:00 da Mario Brandolini

Riferimenti e citazioni

INTRODUZIONE:

Il genocidio degli armeni, Marcello Flores,Bologna, il Mulino, 2006, p. 95

2 “Storia contemporanea, 2. Il Novecento”, Tommaso detti-Giovanni Gozzini, Milano, Bruno Mondadori, 2002, p. 4

Il genocidio degli armeni, Flores, p.53

Ibidem

Ivi, p. 53-54

CAPITOLO I:

Ivi, p. 15-39

Ivi, p. 20

Ibidem

Ivi, p. 22

Ivi, p. 25; La Turchia contemporanea, Hamit Bozarslan, Bologna, il Mulino, 2006, p. 11

Il genocidio degli armeni, Flores, p. 26

Ibidem, p. 29-39; l’espressione citata è il titolo del paragrafo

Ivi, p. 38-39

CAPITOLO II:

Ivi, p.41-64

La masseria delle allodole, Paolo e Vittorio Taviani, 2007; tratto dall’omonimo libro, Antonia Arslan, BURextra, 2010 13

3 Cit. in Il genocidio degli armeni, Flores, p. 50

4 Cit in Ivi, p. 51 [cfr. p. 261, nota 12: « “Sǔra-yi Ümmet, VIII, 1904, n. 57» ]

Ivi, p. 52

Ivi, p. 52-53

Ivi, p. 61

CAPITOLO III:

1 “I giorni e le idee: categorie per capire la storia, 3°. Il Novecento: dalla prima guerra mondiale al 1945”, a  cura di Feltri-Bertazzoni-Neri, Torino, SEI, 20061, p. 16-17 [titolo del paragrafo]

Il genocidio degli armeni, Flores, p. 65-115

Ivi, p. 65-72 [titolo del paragrafo]

Ivi, p. 67

Ibidem

Ivi, p. 68

Ivi, p. 100 [per la famosa formula storiografica «guerra totale» qui citata, cfr. “I giorni e le idee. 3a”, a cura di Feltri-Bertazzoni-Neri, p. 29-31 (titolo del paragrafo)]; su armeni e turchi, cfr. p. 661-664 (volume 3b)

Ivi, p. 103-106

Ivi, p.108-115 [cfr. il titolo del paragrafo, p. 108]

10 Ivi, p. 108

11 Ivi, p. 110-112 [per la citazione qui contenuta, cfr. ivi p. 265 n. 34]

12 Ivi, p. 265 n. 35 [cfr. ivi,p. 112-113]: «Mann, The Dark Side of Democracy, cit., p. 146-147»

13 Ibidem, n. 36 [cfr. ivi, p. 113]: «Morgenthau, Ambassador Morgenthau’s Story, cit., p.273 e p. 281-282

14 Ivi, p. 114-115

CAPITOLO IV:

Ivi, p. 117-140

Ivi, p.117

3 “Storia contemporanea, 2”, a cura di Detti-Gozzini, p. 183 [anche se il passo del manuale qui citato è riferito alla guerra del 1939-1945, il genocidio armeno potrebbe considerarsi una sorta di prodromo dei tentativi di annientamento (coerentemente con l’etimo del termine dal latino: “nihil”) degli elementi sentiti come nemici, siano essi “interni” (armeni, ebrei…) o meno (l’Intesa, gli Alleati…)]

Il genocidio degli armeni, Flores, p. 119 [cfr. con ivi, p. 265, n. 3]

5 Cit. in ivi, p. 120 [cfr. con ivi, p. 265 n. 6]

6 Cit. in ivi, p. 123

7 Cit. in ibidem

CAPITOLI V, VI E CONCLUSIONI:

  1 Ivi, p.141-161

2 Cit. in ivi, p. 142. La sigla è formata dalle iniziali di una formula ebraica, che tradotta equivarrebbe a : «L’eternità di Israele [Dio] non mentirà». Questo organismo fu attivo durante la Grande guerra, in contatto con gli inglesi, il cui “mandato” non a caso era la Palestina dopo il 1918

Ivi, p. 145-146 [cfr. con infra, par. II, p.5, n. 2, La masseria delle allodole (il libro e il film da questo tratto)]

Ivi, p. 146-147

Ivi, p. 147

Ivi, p. 154

Ivi, p. 156-158

8 Cit. in ivi, p. 217

Ivi, p. 226-232

10 Può a questo punto essere utile ricordare, per uno sfondo generale e anche ‘attuale’, la descrizione della nostra epoca postmoderna (messe da parte idealizzazioni ed esagerazioni, quali la “fine della Storia” di Fukuyama o il “villaggio globale” di McLuhan) sulla quarta di copertina di un testo liceale di geografia: «[…] oggi [il mondo in cui viviamo è] in un’epoca […] di ritorni di problemi ‘rimossi’ (le nazioni, le etnie, la forza sociale delle religioni) […]. »

11 Flores, Il genocidio degli armeni, p.7 [per i problemi di attualità inerenti ai rapporti fra Europa e Anatolia, cfr. Giovanni Vitolo, Medioevo. I caratteri originali di un’epoca di transizione, Milano, Sansoni, 200910, p. 470-472: «(L’impero ottomano) venne così a trovarsi, con il passare del tempo, a metà strada fra Oriente e Occidente, per poi candidarsi, una volta diventato nel 1923 repubblica di Turchia, sempre più decisamente verso l’Occidente, fino a porsi tra i candidati a entrare nell’Unione europea»]

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