Storia e istituzioni dell'America meridionale

Storia e istituzioni dell’Argentina: la guerra del Brasile (1819-1828)

di Gustavo Ferrara / pubblicato il 31 gennaio 2014
base.1820

L’anarchia dell’anno XX e l’inizio della Guerra del Brasile

Nel mese di giugno del 1819, dopo la rinuncia di Juan Martín de Pueyrredón, il Congresso elesse come Director del Estado il generale José Rondeau, il quale chiese aiuto ai brasiliani per combattere i federali nel Litorale. Ordinò pure a San Martin di ritornare col suo esercito dal Cile[1] per attacare Santa Fé, ma questi disobbedì apertamente, e il suo gesto fece indirettamente scatenare un’aperta ribellione contro il potere del Direttorio: l’interno del paese sprofondò nel caos, mentre una ribellione dell’Esercito delle Ande portò alla disoluzione della provincia di Cuyo.

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José Gervasio Artigas

Intanto Artigas combatteva contro gli invasori brasiliani nel territorio della Banda Oriental. Sconfitto a Tacuarembó nel mese di gennaio del 1820, dovette evacuare la sua provincia, che cadde sotto il dominio dell’Impero. In questo modo cominciò la decadenza politica del padre del federalismo rioplatense, e aumentò invece l’influenza di altri federali, in particolar modo di Francisco Ramírez ed Estanislao López, governanti, rispettivamente, di Entre Ríos e Santa Fé.

A fine gennaio 1820, Ramírez e López avevano invaso la provincia di Buenos Aires, e sconfitto Rondeau nella battaglia di Cepeda. Questo portò alla dissoluzione del Congresso e alla rinuncia del Director. Al suo posto fu eletto Manuel de Sarratea, che firmò coi caudillos federali il Trattato del Pilar, che prevedeva la dissoluzione del governo nazionale, lasciando ad ogni provincia sovranità assoluta, mentre un futuro congresso avrebbe dovuto adottare una costituzione ed un governo di caratteristiche federali.

Intanto Artigas si era ritirato a Corrientes e, dopo vari attriti con Ramírez, si scatenò una breve guerra tra loro, che finì con la sconfitta definitiva del primo, che dovette infine rifugiarsi in Paraguay, ritirandosi definitivamente dalla scena politica. Il Paese sprofondò nell’anarchia: le lotte di potere interne allo Stato rioplatense divennero continue negli anni successivi, non essendoci un autorità capace di porre un freno alle ambizioni dei diversi caudillos e delle diverse fazioni.

Tra il 1820 e il 1824 governò la provincia di Buenos Aires Martín Rodríguez, il cui ministro Bernardino Rivadavia realizzò importanti riforme. Gli succedette Juan Las Heras, che convocò, lo stesso anno del suo insediamento, un Congresso nella città di Buenos Aires, riproponendo l’obiettivo di dare una Costituzione al Paese.

Intanto, con l’appogio dei governi di Entre Ríos, Santa Fé e Buenos Aires, venne organizzata una campagna militare per la riconquista della Banda Oriental, occupata dai brasiliani. La spedizione dei “trentatrè orientali” partì da San Isidro e le truppe sotto il comando di Juan Antonio Lavalleja, sbarcarono nell’altra sponda del Río de la Plata il 19 aprile 1825, cominciando di fatto la Guerra del Brasile[2]

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Bernardino Rivadavia

In questa situazione delicata, e con la necessità di affrontare il conflitto, il Congresso decise la creazione di un esercito nazionale e, nel mese di febbraio 1826, l’istituzione di un Potere esecutivo permanente, il cui titolare venne denominato Presidente de las Provincias Unidas del Río de la Plata. Le modalità nelle quali venne creato questo incarico (non era ancora stata  redatta una Costituzione definitiva), e l’elezione dell’unitario Rivadavia portarono alla rottura immediata con le province dell’interno e con i federali. Tuttavia, nonostante l’opposizione della maggior parte delle province, il neo-eletto Presidente plasmò la sua azione di governo secondo le sue idee unitarie: procedette a mettere sotto il suo diretto controllo Buenos Aires e la sua provincia, federalizzando il territorio e sciogliendo le istutizioni provinciali[3], fondò la Banca nazionale, rinforzò l’esercito con nuovi effettivi e, soprattutto, promosse la redazione di una nuova Costituzione, che venne elaborata dal Congresso e ratificata nell’anno 1826.

Costituzione unitaria del 1826

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Copertina della Costituzione argentina del 1826

Pur non essendo mai stata accettata dalle province, e quindi mai vigente, la Costituzione del ’26 fu un tentativo importante di dare un’organizzazione definitiva allo Stato argentino. Divisa in 10 sezioni, disponeva di 191 articoli.

Nella prima sezione vennero elencati, in 3 articoli, i caratteri fondamentali dello Stato: l’indipendenza da ogni dominazione straniera[4], la forma repubblicana[5] e il Cattolicesimo romano come religione ufficiale[6]

La seconda sezione venne dedicata alla cittadinanza, stabilendo nel primo articolo della sezione come la si acquisiva e negli altri due le sanzioni per le quali si perdeva.

Nella terza sezione venne espressa la forma di Stato e di Governo. Articolo 7: “La Nazione Argentina adotta come forma di governo quella rappresentativa, repubblicana in regime unito”[7]. Nell’art. 8 venne definita la divisione dei poteri[8] “per l’esercizio della sovranità”.

La sezione quarta fu dedicata al potere Legislativo, diviso in due camere, una di deputati e l’altra di senatori. Nel primo capitolo, dedicato alla Camera di deputati, si definiva la sua composizione: i rappresentanti dovevano essere eletti direttamente dal popolo, a semplice pluralità di suffragi, proporzionalmente alla popolazione. Si stabilirono inoltre le condizioni per essere deputato, la durata del mandato, nonché le facoltà esclusive del Corpo. Il capitolo secondo riguardava il Senato: esso doveva rappresentare le province, e doveva essere formato da due rappresentanti per ogni provincia e due per la capitale. I suoi membri dovevano essere  eletti indirettamente, durando nelle sue funzioni nove anni, rinnovandosi nella sua composizione per un terzo ogni triennio (quest’ultimo provvedimento è di chiara impronta statunitense). Il capitolo terzo era destinato alle attribuzioni di ambo le camere e il capitolo quarto alle facoltà del Congresso, con disposizioni simili a quelle attuali[9]

La sezione quinta sanciva i caratteri del potere esecutivo, unipersonale, sotto la denominazione di Presidente della Repubblica: doveva essere eletto per elezione indiretta, e le sue attribuzioni furono affrontate nel capitolo tre (questo è fonte dell’art. 86 della costituzione  attuale) Cinque dovevano essere i ministri segretari: di governo, di affari esteri, di guerra, della marina e hacienda, e avevano sotto il loro incarico la direzione degli affari della Repubblica[10]

La sesta sezione fu dedicata al potere giudiziario, esercitato da una Corte Suprema di Giustizia (composta da 9 membri e 2 fiscali), dai tribunali inferiori e da altri stabiliti dalla legge (art. 110)

Nella sezione 7, sull’amministrazione provinciale, il principio unitario emerse fortemente: le decisioni prese dalle amministrazioni provinciali, infatti,  dovevano essere sottoposte all’esame della legislazione nazionale ed al parere del Presidente. L’art. 130 recitava infatti: “ogni provincia avrà un governatore a reggerla, sotto la diretta dipendenza dal presidente della Repubblica“, il quale, per essere idoneo alla carica, doveva avere trent’anni almeno e le condizioni per essere senatore. I governatori erano nominati dal Presidente della Repubblica su proposta dei “consigli di amministrazione”, duravano tre anni nell’incarico e non potevano essere rieletti consecutivamente nella stessa provincia.

I consigli di amministrazione erano definiti nel capitolo III. Questi dovevano diventare gli organi di governo principali delle province. Dovevano essere composti da un minimo di 7 ad un massimo di 15 membri; il numero esatto doveva essere definito a seconda della popolazione e altre caratteristiche (art. 141); i membri dovevano essere eletti “popolarmente per nomina diretta, con le stesse modalità e forme di quelli nazionali” (art. 142) e si dovevano occupare di polizia interna, educazione primaria e opere pubbliche[11], nonché delle imposte dirette gestite dalla provincia per provvedere alle spese di essa (art. dal 145 al 153). Queste autonomie vennero tuttavia temperate dagli articoli 149, 150 e 153[12] che stabilirono l’approvazione del bilancio provinciale da parte della legislatura nazionale e del Presidente della Repubblica. Qualora le tasse interne non bastassero a provvedere alle spese locali, il tesoro nazionale doveva trasferire la somma necessaria, che sarebbe stata reintegrata quando le condizioni finanziarie della provincia fossero migliorate (art. 150)[13]

L’ottava sezione, intitolata “sulle disposizioni generali”[14], conteneva le forme assunte dai diritti e dalle libertà individuali. Venne garantita l’eguaglianza giuridica a tutti gli abitanti dello Stato (art. 160)[15], che dovevano essere protetti “nello svolgimento della loro vita, e nella loro reputazione, libertà, sicurezza e proprietà”(art. 159)[16]; inoltre, vennero affermati i principi della libertà di coscienza (art. 162 e 163) e di stampa (art. 161). In materia giudiziale, la legislazione della carta fu ispirata dal garantismo: protezione legale contro requisizioni arbitrarie (art. 166), con imposizione di norme precise per l’arresto di una persona, da farsi esclusivamente in presenza di testimoni o prove veementi del crimine commesso (art. 167), con mandato di un magistrato (art. 169); inoltre, nessun abitante dello stato poteva essere rinchiuso o confinato senza giudizio e sentenza legale (art. 171) e le carceri dovevano essere luogo di reclusione, e non di castigo (art. 170)

L’ultima parte della sezione prende una netta posizione a favore della proprietà privata, ed è anche qui che si sentono fortemente le influenze della legislazione anglosassone. Essa venne dunque garantita come un diritto fondamentale della persona: in primis, venne affermata la sacralità e l’inviolabilità dell’abitazione del privato cittadino (art. 172), la cui violazione costituiva di per sè un crimine; nessun cittadino poteva essere privato della sua proprietà, se non nei casi specificamente previsti dalla legge (art. 175), e comunque, in caso di esproprio per pubblica utilità, il proprietario aveva diritto ad una “giusta compensazione”(art. 176); infine, fu proibita la pena della confisca dei beni (art. 177). Nell’ultimo articolo della sezione, infine, venne definitivamente abolita la schiavitù, confermando la legge di libertà dei ventri (art. 181)    Questa parte sarà fonte della Costituzione del ‘53

La nona sezione, sulla riforma della Costituzione, prevedeva una certa flessibilità, in quanto essa poteva essere modificata all’interno del potere legislativo, senza necessità di convocare una convenzione ad hoc[17]. Per proporre la modifica i passaggi erano pressappoco gli stessi della precedente Costituzione: richiesta di un quarto dei membri presenti nelle camera; voto favorevole dei due terzi dei componenti delle due camere per l’approvazione; capacità del Potere esecutivo di rinviare alle Camere la proposta, per due volte.

La decima sezione era dedicata all’accettazione e osservanza della Costituzione stessa. In essa veniva espresso che sarebbe stata sottoposta “al libero esame e alla libera accettazione da parte delle province (e della capitale)”. Con l’accettazione da parte dei due terzi delle province, essa sarebbe stata riconosciuta come vigente e messa in pratica tra di loro.

Come si può notare, la forma unitaria si era imposta innanzitutto come pronunciamento ideale, nella formula “in regime unito” della terza sezione. Nella settima sezione venivano invece espresse le forme con le quali il potere centrale controllava le province. Queste diventavano mere entità amministrative, sottoposte al governo centrale, senza caratteri di persona giuridica, e disponevano di poche autonomie, temperate comunque da altri provvedimenti.

La caduta di Rivadavia e la fine della Guerra del Brasile

I caratteri unitari della Costituzione del ’26 andavano ancora una volta contro la volontà autonomistica dei popoli delle province; quelle dell’interno la rifiutarono in blocco e nel Maggio 1827 formarono un alleanza offensivo-difensiva[18] decidendo di sostenere il sistema federale e di difendere l’integrità territoriale del Paese contro le ambizioni brasiliane.

Infatti, nonostante le vittorie degli eserciti di terra nella guerra contro l’Impero[19], le difficoltà economiche avevano forzato Rivadavia a chiedere la pace. Inviato presso l’Imperatore il ministro Manuel J. García come rappresentante del Governo, egli firmò un trattato di pace che prevedeva il riconoscimento del dominio brasiliano sulla Banda Oriental (per i brasiliani detta “Provincia cisplatina”), la smilitarizzazione dell’isola martin Garcia e il pagamento di una forte indennità.

Questo trattato, detto paz deshonrosa (pace disonorevole) indignò l’opinione pubblica di Buenos Aires non appena si seppero i suoi contenuti. Esso fu rifiutato sia dal Congresso che dal Presidente, ma ormai per quest’ultimo la situazione era diventata insostenibile.

Fallito sia in politica che estera che interna, il 26 giugno 1827 Rivadavia presentò la sua rinuncia alla Presidenza della Nazione e il Congresso si dissolse. Con la caduta del Director  finì la stagione in cui gli unitari tentarono di organizzare il Paese secondo il loro progetto. Si apriva la fase federale.

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Manuel Dorrego

Buenos Aires riacquistò la sua autonomia provinciale e venne eletto governatore il federale Dorrego. Costui aprì una fase di amicizia con gli altri caudillos federali dell’interno, che gli affidarono il potere esecutivo e la conduzione della Guerra.

La pressione inglese (interessata a mantenere gli equilibri e i propri interessi nella zona) e la grave situazione finanziaria costrinsero però Dorrego a firmare, nel 1828, la pace definitiva con il Brasile. Questa volta era riconosciuta da ambo le parti l’indipendenza della Banda Oriental come Repubblica autonoma.

Gli alti comandi dell’esercito, sentendosi traditi, deposero Dorrego e lo sostituirono col generale Lavalle, sostenuto dagli unitari. L’ex-governatore fuggì nel sud della Provincia rifugiandosi presso un altro federale, Juan Manuel de Rosas, ma i due furono in seguito sconfitti nella battaglia di Navarro. Rosas si rifugiò a Santa Fé, mentre Dorrego venne catturato e, su istigazione degli unitari, fucilato poco dopo. Questo atto fu la miccia che fece esplodere nuovamente la guerra civile nel Paese: il decennale scontro tra unitari e federali era ancora lontano dal finire.

Gustavo Ferrara

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Citazioni e riferimenti

[1] Era infatti impegnato nella preparazione di una campagna militare contro la Spagna, grazie alla quale avrebbe liberato Cile e Peru

[2] Tuttavia, la dichiarazione di guerra ufficiale fu inviata il 1 gennaio 1826.

[3] La Ley de capitalización venne promulgata il 4 marzo 1826,  ed ebbe come effetto lo scioglimento delle istituzioni della Provincia di Buenos Aires e la nazionalizzazione dell’esercito provinciale, delle terre pubbliche e della dogana.

[4] Artículo 1.- La Nación Argentina es para siempre libre e independiente de toda dominación extranjera.

[5] Artículo 2.- No será jamás el patrimonio de una persona o de una familia.

[6] Artículo 3.- Su religión es la Católica, Apostólica Romana, a la que prestará siempre la más eficaz y decidida protección, y sus habitantes el mayor respeto, sean cuales fueren sus opiniones religiosas.

[7] La Nacion Argentina adopta para su gobierno la forma representativa, republicana, consolidada en unidad de régimen”

[8] In legislativo, esecutivo e giudiziario, secondo la tradizione liberale

[9] Vedere art. 67 Costituzione argentina del 1853 con riforme successive.

[10] In spagnolo: “despacho de los negocios de la republica”. Direzione degli affari mi è sembrata la traduzione più adatta al senso della frase

[11]Art. 143: “Todo lo concerniente a promover la prosperidad y el adelantamiento de las provincias, su policía interior, la educación primaria, obras públicas y cualesquiera establecimientos costeados y sostenidos por sus propias rentas será reglado por los Consejos de Administración”

[12] Art. 149:“Las rentas particulares que se arreglen en cada provincia por los Consejos de Administración no se llevarán a efecto sin haber obtenido la aprobación de la legislatura nacional, y el orden que se establezca para su recaudación se sujetará igualmente a la aprobación del Presidente de la República”

Art. 153: “La cuenta de la recaudación e inversión de las rentas de cada provincia se presentará a su respectivo Consejo de Administración y éste, después de examinarla, la pasará, con su juicio, al presidente de la República para que, con las cuentas de la Administración general, se sometan todas a la aprobación de la legislatura nacional”

[13] Art. 150: “Mientras las rentas establecidas, atendido el estado actual de las provincias, no alcancen a cubrir sus gastos ordinarios se les suplirá del Tesoro nacional lo que falte, llevando a cada provincia una cuenta particular de estos suplementos, que serán reintegrados en proporción que sus rentas mejoren.

[14] In spagnolo: de disposiciones generales”

[15] Art. 160: “Los hombres son de tal manera iguales ante la ley que ésta, bien sea penal, preceptiva o tuitiva, debe ser una misma para todos y favorecer igualmente al poderoso que al miserable para la conservación de sus derechos”

[16]In spagnolo: “en el goce de su vida, reputación, libertad, seguridad y propiedad”. La traduzione letterale sarebbe “nel godimento della loro vita, reputazione, ecc.”, ma mi è parsa più corretta la parola “svolgimento” per corrispondere al significato del testo originale.

[17] L’attuale regolamento prevede invece che, per modificare la Costituzione, si convochi un congreso ad hoc (art. 30)

[18] L’alleanza fu stipulata tra Santa Fé, Entre Ríos, Corrientes, Córdoba, Santiago del Estero, La Rioja, Salta, Mendoza e San Juan. I loro governi si accordarono a organizzare il paese, in un nuovo congresso, sotto la forma federale, e ad invitare le altre province (Buenos Aires, Catamarca, Tucumán e la Banda Oriental) ad aderire a questa lega. Rifiutarono la Costituzione del ’26 in quanto basata sul principio unitario, e decisero di aiutare con ogni mezzo gli orientali impegnati nella lotta contro il Brasile.

[19]Le vittorie parziali di Ombú e Bacacay (nell’attuale Uruguay), e la netta vittoria nella battaglia di Ituzaingó (nell’attuale Stato di Rio Grande do Sul, Brasile), il 20 febbraio 1827.

Bibliografia

Atlastotal - Atlas demografico de la Republica Argentina, Centro editor de america latina, Buenos Aires (Capital Federal), 1982

Levaggi, Abelardo, Manual de Historia del Derecho Argentino. Tomo I. Tercera edición, Ediciones Depalma, Buenos Aires (Capital Federal), 2004

López Rosas, José Rafael, Historia constitucional argentina (5° edición actualizada y ampliada, 3° reimpresión), Astrea, Buenos Aires (Capital Federal), 2006

Zanatta, Loris, Storia dell’America Latina contemporanea, Laterza, 2010

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